Arab Strap – I’m totally fine with it don’t give a fuck anymore

Recensione del disco “I’m Totally Fine with It Don’t Give a Fuck Anymore” (Rock Action, 2024) degli Arab Strap. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Torni dopo quindici anni con un disco che racchiude tutto il meglio della tua discografia, già di per sé sfiorante leggenda in un genere che nel tempo si è autodigerito, svetti, già in qualche modo sei cambiato ma in fondo sempre te stesso, poi fai pure un tour dedicato al tuo vero capolavoro, quello di anni ne compie venticinque e ancora disfa il cuore di tanti. Poi prendi una decisione: prendi e bruci tutto. Devi disfarti di un peso, di un passato. Non devi ripeterti, sarebbe un errore madornale, tu che le regole del gioco le hai cambiate pensi che farlo di nuovo sia la scelta più giusta. E così è.

Gli Arab Strap sono quella leggenda e sono gli unici a poter inserire nel titolo di un album due emoji, forse ridendosela mentre immaginano noi scribacchini intenti a farle figurare nelle nostre recensioni del cazzo, sui giornali, online, non importa. Fa parte del personaggio del ragazzo con l’arab strap, quando un altro album di un altra band ti include e fa di loro materiale da collezione, spesso letteralmente, ma forse è proprio questo l’innesco, l’idea di voltare le spalle a tutto ciò che è stato, come fossero altri da sé, nuovi. Tante band ci hanno provato, ma quasi nessuna ha tenuto davvero botta. Gli Arab Strap sono però diversi.

And all those clothes that we wore,
the dresses and frocks that don’t fit anymore,
the tight and torn jeans, the loud and bright blouses,
that sheer, loose top that always arouses,
the high heels and trainers, that slinky silk gown –
donated to charities all across town,
so somebody somewhere is wearing our past,
dressed in a history soon to be cast.

Sembra un brano dei nuovi Depeche Mode, Hide Your Fires, ha un ritornello impossibile da tirare via dalle pareti del cervello, se non con la cazzuola, è zucchero nero, amaro, ma è pure la pistola da starter piazzata al quarto posto in scaletta, il manifesto di questo nuovo gruppo con un nome vecchio. E non è l’unico ad aderire a questo identikit. Aidan Moffat e Malcolm Middlelton decidono che “I’m totally fine with it don’t give a fuck anymore” deve essere un lavoro composto da soli singoli. Come? Solo singoli. È giusto così. Poteva andare malissimo, potevano non saperli scrivere sul serio, o almeno, non così tanti, ché di norma nel mondo che sta al di là della cortina d’oro del pop, di singoli di punta, per disco, sono al massimo un paio. Qui dodici.

Moffat affina le armi, non guarda più solo dentro, usa il filtro di quell’interiorità grigia per gettare lo sguardo fuori, e da quella lente parte anche una rabbia quieta, ma pur sempre rabbia, spesso difficile da contenere e così parte Bliss, un “wordgun “ electro lanciato uptempo totale che passa sotto quelle armi mainsplaining, maschilismo, le maschere che gli uomini, “cowards under camouflage”, indossano per ferire le donne che cercano solo un posto in cui non sentirsi minacciate e questo posto dev’essere tutto il mondo. Contraltare anti-elettronico è Allatonceness, post-punk cubico scolpito nel cemento con basso d’ordinanza usato come testa d’ariete, la penna che indugia su tutti coloro che lottano, che cercano di mostrarsi mentre “i nazi e gli stupratori vendono la loro merce”, che catturano l’attenzione e non la lasciano più andare, combattendo contro tutta questa merda, “odiano Disney” e lui “ama” che l’attenzione l’abbiano catturata in questo modo. Il folk strappacuore di Safe & Well è lo sguardo morto di chi non può più leggere una mail mentre fuori il mondo brucia a causa di fanatici e delle loro guerre. L’alt-pop Haven’t You Heard, pompato ai massimi giri di motore, pieno di melodie ascensionali e archi che esplodono su un mondo che giudica l’amore, i pronomi, il proprio essere, lo bullizza e lo tratta da schifo e Moffat tende non una, ma cento mani e lenisce il cuore con voce di velluto che colpisce più duro di un maglio perforante:

And we’ll be beside you –
don’t let zealots and fools divide you.
Sorry for the mess, we were trying our best,
our only hope now is you.
Reject the hand you’ve been dealt,
refuse more of the same.
Burn this hateful world to the ground,
and warm your hearts in its raging flames!

Ma l’introspezione moffatiana non si è estinta. Si reincarna nel corpo centrale dell’album ma anziché implodere, detona all’esterno espellendo quattro corpi celesti: Summer Season, Molehills, Strawberry Moon e You’re Not There. A ritroso: city-pop argenteo su sfondo notturno, un dolore senza pari fatto di assenze e presenze digitali che fanno male, malissimo e scavano; afrobeat che brucia le basi alchemizzato post-punk, rapping scottish senza posa, insegnare agli Sleaford Mods come si fa davvero, una luna di fragola a cui guardare per trasformarsi (nel video in un lupo mannaro, per dire) salvando l’anima e il corpo; alt-folk che massacra nella solitudine di un buco nel terreno; un lockdown che tradotto in leggerezza pesa diecimila tonnellate, e non è mai finito, per Moffat che, come imperversato dallo spirito di Lanegan, intona “Now it’s summer season in the city, and everyone’s so fucking pretty, but I drink on my own, if you want me you can get me on my phone.” A tutto questo si lega indissolubilmente la finale Turn Off The Light, chitarra ampia come un respiro tolto e che cerca risposte per vivere ancora, un cammino che conduce a un crescendo post-rock enorme, lacerante (caro ai titolari della Rock Action) e che chiude un disco che dividerà il maggior numero di fan possibile ma che, ad oggi, è la migliore prova degli Arab Strap. Di certo il disco pop dell’anno.

E ora incazzatevi pure.

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