Lotta politica e femminismo: la musica per l’uguaglianza di Ani DiFranco

L’immaginario di Ani DiFranco è un viaggio ai confini dell’America, esprimendo opinioni politiche attraverso la musica e la poesia. È una donna che non si è mai arresa agli inganni del mondo. La lotta sarà sempre lunga e complicata, ma lei ricorderà sempre che solo con uno sforzo collettivo possiamo migliorare il nostro futuro.

Ci troviamo a Buffalo, anno 1970, più precisamente il 23 Settembre. In quel giorno, in quella che è la sorella minore di New York nasce Angela Marie DiFranco o meglio conosciuta come Ani DiFranco, figlia di Dante Americo, padre di origini italiane, ed Elizabeth Ross, quest’ultima canadese. È una famiglia serena e appassionata di musica folk. Non ci vuole molto perché i due trasmettano la propria passione alla figlia, che già all’età di nove anni intraprenderà la sua prima lezione di chitarra e presto comincerà a suonare nei locali esibendosi in cover dei The Beatles e dei Jethro Tull. Una sera, in un locale nei pressi di Buffalo avrà modo di conoscere Michael Meldrum, un cantante folk che organizzava concerti per Suzanne Vega e Michelle Shocked. Micheal chiese ad Ani di suonare qualcosa, e non appena udì la prima nota si accorse che Ani non era una chitarrista qualunque, ma una piccolissima musicista fuori dal comune. Passano sei anni e Angela decide di trasferirsi da sola, non ancora maggiorenne, e riuscirà a diplomarsi alla Buffalo Academy For Visual And Performing Arts. Da questo momento in poi nascerà la cantautrice portavoce del femminismo militante americano, il folk a difesa dei diritti sociali ma anche umani.

Ho sempre cercato di essere una cittadina responsabile, di consistere in questo mondo per ciò che credo, con i miei valori. Ci sono così tante cose che si potrebbero migliorare, io stessa potrei fare di meglio, come tutti. Sono tanti anni, ormai, che con la mia musica racconto il mio viaggio all’interno della società, ed è un viaggio influenzato dalla società stessa. Il rapporto con la realtà circostante mi è di grande ispirazione. Nelle canzoni parlo della mia evoluzione e al tempo stesso di come cambia il mondo, le due cose non sono separate.

Ani DiFranco aderisce presto al movimento politico Riot Grrrl, una subcultura che fonde punk, indie rock, grunge e alternative rock di matrice femminista. Questo movimento, noto anche come “New Hippy” agli occhi esterni, più che altro in senso denigratorio, ha avuto origine nella seconda metà degli anni Ottanta negli Stati Uniti, soprattutto nell’area del Pacific Northwest, e ha guadagnato fama internazionale negli anni Novanta. È evidente che Angela, con le sue idee e il suo impegno politico, ha affrontato molte critiche, ma ciò che distingue l’artista è il suo rifiuto di essere parte dell’industria musicale tradizionale: fondò infatti nel 1989 la Righthouse Babe Records, una sua etichetta discografica.

Il suo stile musicale unico, caratterizzato da un timbro vocale peculiare, è in grado di mescolare momenti di angoscia e malinconia con una forte vitalità. Questa combinazione si rivela perfetta nel suo album di debutto, “Ani DiFranco“, registrato con soli 50 dollari in tasca. Le tracce che si distinguono maggiormente sono principalmente due: Booth Hands e Out Of Habit, entrambe eseguite in acustico, come del resto l’intero album. Un anno dopo viene pubblicato “Not so Soft“, che conferma il suo stile ma non riesce a lasciare un segno significativo sul mercato. Tuttavia, il successivo “Imperfectly” del 1992 risulta più interessante, poiché il suo rock percussivo dà vita a brani avvincenti come Coming Up, In or Out e Served Faithfully. Seguono poi “Puddle Dive” e “Like I Said“, che lasciano intravedere nuove prospettive nel contesto del folk-rock per il futuro.

Photo: Steve Eichner

Da qui si aprono le porte verso qualcosa di ancora più importante e di respiro internazionale. Infatti, la nostra Ani, sempre più prolifica e determinata, darà subito vita ad “Out of Range” del 1994, che include brani molto più accattivanti come la title-track, Building And Bridges, Face Up And Sing e Diner to the Canon, alternati da altri più melodici, come You Had Time con il suo bellissimo pianoforte. Questo miscuglio di stili metropolitani provoca una piccola rivoluzione nella scena folk-rock, rivitalizzando un genere che in quegli anni era dato quasi per morto, grazie anche a una vena poetica incalzante. Da questo momento in poi, Ani sarà sempre più inarrestabile nelle sue pubblicazioni discografiche. La formula rimarrà sostanzialmente la stessa, ma con alcune variazioni, pur mantenendo una certa linearità. Ad esempio in “Not a Pretty Girl” (1995) o nel più rischioso “Dilate“, pubblicato l’anno seguente, in cui la filosofia Riot Grrrl viene ancora più accentuata, trovando maggiore espressione in canzoni come Untouchable Face, Superhero e la folk/rap Outta Me Onto You. Va menzionato anche “The Past Didn’t Go Anywhere“, un album di spoken word realizzato in collaborazione con il suo idolo di vita, Utah Phillips. A questo punto, Angela compie 26 anni e può già vantare la vendita di 1.300.000 copie in tutto il mondo, riportando di fatto in auge lo stendardo del folk sperimentale, e sopravvivendo anche in un decennio dominato dal grunge.

La musica non si ferma e nemmeno il suo impegno politico. In quel periodo, Ani comincia a subire pressioni da parte di intermediari e non mancano gli haters e gli oppositori che cercano sia di inserire l’artista nel sistema della musica preconfezionata, sia di screditarla ad esempio per il suo essere bisessuale, una dichiarazione fatta già anni prima.

Non stavo vivendo un bel periodo, mi sentivo immersa nella malinconia. Volevo esprimere una specie di regolamento dei conti con me stessa. A cominciare dalla questione della cosiddetta militanza, termine che non mi piace in astratto, ma che ha senso se significa una ricerca di identità forte. Mi sforzo di evitare il semplice commercio delle mie canzoni. Ho dovuto confrontarmi con strutture più grandi di me, ma ho sempre trovato situazioni che non mi convincevano. Ci sono cose più importanti dei soldi, soprattutto quando questi generano un circolo vizioso di cui sono il motore immobile. Si viene sfruttati quasi senza accorgersene.

Le pubblicazioni di Ani continuano ad essere numerose e intense, con una media di circa un album all’anno. “Little Castles” del 1998, “Up Up Up Up Up Up” del 1999, “Fellow Workers“, un altro lavoro in collaborazione con Utah Phillips, e il coinvolgente “To the Teeth” con Maceo Parker al flauto e sax, oltre alla voce di Prince nel brano Providence. Questi tre album in particolare rappresentano una forma di riscatto per l’artista, che cerca in qualche modo di navigare in questo mondo, trasmettendo il suo impegno in qualcosa di estremamente significativo, pur vivendo in una società spesso discutibile e ostile nei suoi confronti.

Con l’avvento del ventunesimo secolo, Ani DiFranco pubblicherà una serie di album altalenanti, segnati da una certa stanchezza da parte della cantautrice folk. Tuttavia, facendo un salto temporale di circa dieci anni, il disco che riporterà il suo progetto alla ribalta sarà “Allergic to Water” del 2014, concepito durante la sua seconda gravidanza. Quest’album segna un ammorbidimento nel sound e una focalizzazione verso toni più intimisti e riflessivi. Ani stessa ha affermato:

Questi ultimi anni per me sono stati fatti di famiglia, di relazioni e di sentimenti. Sono temi con cui tutti noi abbiamo a che fare, con cui a volte lottiamo… so anche che nella mia vita ho già prodotto molti dischi, tutti pieni di canzoni politicamente impegnate.

Con il compagno Mike Napolitano ai controlli di produzione, Ani DiFranco crea una manciata di brani ricercati e ispirati, come la title track caratterizzata dal dialogo chitarra-voce, o il valzer di Harder than It Needs to Be che attinge a tonalità quasi black music. Dithering raggiunge un altro punto alto nel panorama folk, mentre Genie mette in scena quasi un rituale selvaggio, prima che Happy All the Time riporti l’ascoltatore in territori più confidenziali. Nella sua interezza è un album di transizione, che segna comunque un’ulteriore evoluzione nello stile, sempre personale ma anche garbatodella cantautrice di Buffalo.

Ani DiFranco tornerà qualche anno dopo con “Binary“, pubblicato nel 2017, probabilmente il suo miglior lavoro degli ultimi 15 anni. È un disco che sancisce un ulteriore cambiamento nel suo modo di intendere la musica: è esemplare in tal senso il brano Pacifist’s Lament, che parla di perdono.

In questa canzone spiego ai miei figli come dovrebbero comportarsi quando hanno una discussione con qualcuno che gli è caro, solo che poi mi guardo allo specchio e mi dico: ‘E io? Anch’io dovrei comportarmi così’. Non essere aggressivi, comunicare in una maniera non violenta, è fondamentale, ma è qualcosa che dobbiamo imparare, non è un atteggiamento che ci viene naturale. Dobbiamo studiare, essere compassionevoli è un’arte complessa.

Arriviamo al presente: Angela inaugura la terza decade del 2000 con “Revolutionary Love” (2021) che cambia le carte in tavola con un’anima più intima e raffinata, come descritto nella recensione scritta dal nostro Paolo Esposito.

L’immaginario di Ani DiFranco è un viaggio ai confini dell’America, esprimendo opinioni politiche attraverso la musica e la poesia. È una donna che non si è mai arresa agli inganni del mondo e che presto rivedremo e riascolteremo, giusto domani, 17 marzo, con un nuovo album, “Unprecedented Sh!t“. La lotta sarà sempre lunga e complicata, ma Angela ci ricorda e ci ricorderà sempre che solo con uno sforzo collettivo possiamo migliorare il nostro futuro.

Photo: Asbury Lanes

Post Simili

Consigliati dall'AI di Impatto Sonoro