It’s (not) the end of the radio: il mondo impresso sui nastri di Steve Albini

Steve Albini si è sempre guardato dentro, più di chiunque altro e in un mondo che cerca sempre solo pulizia e precisione, ha reso lo sporco un’etica più pulita di qualsivoglia produzione laccata che sentirete o avete sentito.

Dude incredible

Da dove si comincia a scrivere quando si scrive di un tale mostro dalle dimensioni di un dinosauro (non si agiti, ministro Valditara, è solo figurativo) tanto grande da non poterlo ignorare mai, né prima, né dopo? Perché ora un dopo c’è. Quando ho iniziato a redarre questo articolo, Steve Albini era ancora vivo, ci stavamo preparando al gran ritorno dei suoi Shellac e già mi stavo interrogando su come fare per portare a casa l’ingrato compito che mi sono scelto, ossia quello di parlare di Colui Che Fece E Continua A Fare Il Suono. Il dubbio resta, ma qui tutto si vuol fare tranne che un enorme coccodrillo, come fatto altrove, anche in modo grottesco (sì, cari amici di Rockit, parlo proprio di voi). Albini è morto! Lunga vita ad Albini!, per citare Eugene S. Robinson. Insomma, la decisione che ho preso, alla fine, è stata quella di mantenere questo articolo esattamente come l’avevo impostato in origine, senza pensare a quel dopo, senza coccodrillate del cazzo e con l’unico scopo di lasciare briciole sul percorso che porta ad Albini per chi non l’ha conosciuto – poiché noi vegliardi che ci siamo cresciuti assieme già sappiamo tutto o poco ci manca – fino a giungere al suo lavoro. Un lavoro senza estasi.

All we saw is not how we are

Per capire il personaggio sarebbe necessario un intero plotone di scribacchini e non basterebbe. Molti di noi, soprattutto negli ultimi giorni, si sono divertiti a ricordare la fatidica frase di Kim Gordon: “Quanti ragazzi vorrebbero essere frustati dalla chitarra di Steve Albini?” La risposta naturale potrebbe essere: “Tutti.” Da qui un’altra: “E dalla sua lingua?” Per questa citofonare Sonic Youth. Per capire il personaggio, sempre, c’è infatti da ricordare come Albini, in un’intervista a GQ prese a calci nel culo proprio la band di Gordon e dell’allora consorte Thurston Moore additando il loro passaggio su major come una mossa falsa, un salto in mondo che lui ha sempre ritenuto repulsivo (come la moda, dirà nella stessa intervista, e quindi il mondo di Gordon), e che, pur ritenendoli ancora amici e musicalmente bene o male validi, la cosa avrebbe dovuto imbarazzarli. E tutto ciò dopo pur dopo essere andato in tour, molti anni prima, con loro e i suoi Big Black e, per ringraziarli di ciò, fece dono a Lee Ranaldo di una “chitarra fallica” a sedici corde. Senza scordare gli strali oltre il limite della decenza che lanciò ai danni dei Pixies, dei quali aveva registrato l’eterno “Surfer Rosa”, robe irripetibili a favore di stampa su Forced Exposure, e che Kim Deal, bassista della band, ripescandole, non poteva credere le avesse seriamente dette.

Per capire il personaggio, il suono, si potrebbe partire dal Steve Albini 55enne che ammette in favore di telecamera che il suo è solo un lavoro, che niente lo esalta, nulla gli provoca estasi (capito perché “un lavoro senza estasi?”), ma che, pur trattandosi di “solo un lavoro” (stavolta le virgolette le inserisco), è comunque gratificante. Lui che è partito da uno scantinato, come molti punk, tale era il giovane Albini, pronto a muovere i suoi primi passi dietro al banco mix e con 300 dollari ha tirato su il suo primo proto-studio. Nel dicembre del 1995, in quel di Chicago, compra lo stabile in cui due anni più tardi e parecchi lavori manovalanza (artigiani esperti della Windy City, sottolinea Steve) nascerà l’Electrical Audio che diede asilo a tante di quelle realtà da non poterle enumerare seriamente. Per capire il personaggio potremmo ascoltarlo lagnarsi del suo parrucchiere che, mal interpretando una semplice richiesta lo ha fatto sembrare un “simpatizzante dei nazi”, lui che non prova nessuna simpatia per “fascisti, capitalisti e tutti i politici porci che infestano la Terra come zanzare”. Per capire il personaggio perché non ricordare quando Ty Segall volle far pagare la sua etichetta (la Drag City) per farsi comprare una tazza del cesso da registrare e piazzare in un bridge strumentale, ottenendolo e infine facendolo a pezzi con il supporto di Steve e di una mazzetta da muratore.

Per capire il personaggio si dovrebbe tenere bene a mente che anche ai tempi delle rivoluzionarie radio universitarie, radio che cambiarono il corso della storia della musica alternativa negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo, emittenti che hanno avuto il compito arduo di far nascere una, dieci, cento scene ma da cui riusciva puntualmente a farsi cacciare perché piazzava solo dischi talmente infernali da risultare scomodi anche in un’epoca di libera transizione nell’altrove, prima che MTV e major si mangiassero tutto quanto. Per capire il personaggio lo si dovrebbe guardare nelle foto degli anni ’80, quando la scena hardcore si era presa tutto, dettando anche un’estetica che, pian piano, è diventata univoca, in cui il machismo ormai faceva da padrone, la violenza un ributtante cliché e nulla più, coi muscoli a contare di più di una lingua tagliente, lui, che aveva il physique du role di un lanciatore di coriandoli e l’aspetto di un impiegato, riusciva a essere più feroce di tutti quei manichini hc messi assieme, più tagliente ed efferato di tutti gli altri, accomunandolo ad altri outsider totali come Gibby Haynes e Mike Watt e i loro sodali. E dunque per capire il personaggio bisognerebbe passare in rassegna, in prima istanza, tutti i testi dei suoi Big Black, terrificanti, pieni di acrimonia senza limiti ma, come disse Michael Gerald dei Killdozer a Michael Gerrard per il suo libro/bibbia “Out band could be your life”: “Steve Albini era una delle poche persone in grado di scrivere testi divertenti, ma in modo malvagio. Tipo quelli che ridono quando vedono i vecchi che inciampano.Albini ammise: “La nostra musica è fatta solo per coloro che potrebbero apprezzarla. Gli altri non dovrebbero nemmeno avvicinarcisi.” Sì.

(c) ElectricalAudio

Per capire il personaggio magari si sarebbe potuto dare adito alla reputazione che si era guadagnato, quella di “stronzo cinico”, sbagliando, soffermandosi a una superficie semplicistica delle cose, perché Albini si è sempre guardato dentro, più di chiunque altro (è uno che, pur odiando svariati generi musicali, tra cui la musica elettronica da discoteca, ha dato comunque via al produttore britannico Powell per l’utilizzo di un suo sample di voce, che si divertisse ché a lui non fregava un cazzo, in fin dei conti, altro che i King Crimson che fanno causa a Kanye West), e Nina Nastasia, Kim Deal e Joanna Newsom, raggiunte dal giornalista del Guardian Jeremy Gordon, ebbero a dire, rispettivamente che era un gentiluomo, che lavorare con lui era pura gioia e, infine, che era quasi commovente assistere all’uomo che era diventato. Tutti lati umani, sfaccettature di sincerità che fanno di una persona più di un personaggio, e che quindi da capire non c’è niente, davvero nulla, in un mondo che, non da ieri, cerca sempre solo pulizia e precisione, Albini ha reso lo sporco un’etica più pulita di qualsivoglia produzione (parola a lui invisa, come molte altre) laccata che sentirete o avete sentito.

I was born embroiled in an argument…Be prepared

Arriviamo al dunque, a quel che Albini ha registrato nella sua sterminata carriera in sala di registrazione. Dave Grohl, nella sua docuserie “Sonic Highways” disse che lavorare con Steve, da batterista, è stato uno dei più grandi regali ricevuti in vita sua. Ma non parliamo di “In Utero”, lo hanno fatto in tanti e ancora lo faranno, se n’è detto fin troppo e anche basta. È più interessante, invece, gettarsi in quei lavori che non sempre sono visti come “i più famosi”, quelli più chiacchierati e ascoltati anche dal fruitore disattendo, ma che renderebbero il viaggio di neofiti e/o curiosi che non hanno finora ancora approfondito (se mentre scrivo saranno usciti altri sedici articoli della stessa risma, poco importa, leggeteveli tutti quanti). Ci troverete anche gruppi e artisti famosi, questo è certo ché sarebbe davvero sciocco non inserirli oltre che inevitabile. Con Steve Albini tutto è inevitabile e nulla scontato, come l’essere un campione di poker, vincitore della World Series nel 2022 (e salutato alla sua dipartita da svariati siti che trattano, tra le altre cose, proprio il famigerato gioco di carte). Inaspettato? Forse. Ma in fondo Lemmy era un patito di videopoker…

Pigface – Gub

If you don’t buy another record this year, buy this one, it features all of your alternative favorites”. Questa la prima frase che recita lo sticker appiccicato sulla copertina di “Gub”, album di debutto di quel mostro multiforme che furono i Pigface, vero e proprio “supergruppo” fondato da Martin Atkins e William Rieflin, due batteristi che hanno toccato con mano e cambiato il modo di intendere le sezioni ritmiche in quel mondo alternativo, post-tutto che furono gli anni ’80, il primo al fianco di John Lydon nei PIL, il secondo con mezzo mondo, dai Ministry ai R.E.M., con tappe a fasi alterne tra Swans, KMFDM, Lard (il mostro meccanico messo in piedi da Jello Biafra e Al Jourgensen) e, prima della sua prematura dipartita, nientemeno che alla corte del Re Cremisi. Roba grossa. Su quell’adesivo, dopo la frase di apertura, tutta una lista infinita di personalità che fecero l’industrial (rock) quel che è oggi, da Trent Reznor (fa paura immaginare l’allora enfant prodige della Pennsylvania e il veterano nato a Pasadena gomito a gomito nello stesso studio di registrazione) a Chris Connelly, Ogre degli Skinny Puppy, Paul Baker, En Esch, Matt Schultz. Manca lo spazio, recita in fondo lo stesso advertiser, non ci stanno tutti. Restano fuori David Yow e…Steve Albini. Il signor Big Black non solo sta al banco mix, ma piazza le zampe su bassi, chitarre, oscillatori, nastri. Il suo dna e il suo amore per la musica industriale, che trovava rinvigorente per il suo non avere confini definiti, anche nella “gerarchia” dei gruppi che ne fecero la storia, è imponente. “Gub” è un demone che mischia senza soluzione di continuità noise rock massacrante con rimandi vocali terribilmente bowieiani (Point Blank con un Connelly in stato di grazia e Steve che mette a servizio la sua sei corde scudisciata a plettrate di metallo), brutalità art minimali, pornosmoccolate oltre il limite del punk (Suck diventerà uno dei cavalli di battaglia dei NIN) e rumorismo spezzacaviglie. Gronda sudore, olio motore e malessere estremamente spassoso. Non se ne parla mai, anzi, non se ne parla per un cazzo. Criminale. Iniziamo da qui.

Pussy Galore – Dial ‘M’ for Motherfucker

Era improbabile che strade di due provocatori seriali come Jon Spencer e Steve Albini non si incrociassero mai. Brutali, ognuno a modo suo, il primo razzolava nel pattume ed emanava (non so perché sto parlando al passato, dato che Spencer è ancora esattamente così) un’aura di sensualità sconcia e malata capace di ammaliare un rinoceronte, il secondo, beh, lo sapete già, inutile dilungarsi. I Pussy Galore sono, anche in questo caso, una specie di supergruppo ma a posteriori, composto dai peggio elementi del mondo sotterraneo degli ’80. Spencer carica sul suo carrozzone di maleducazione e sesso lurido fino al midollo Bob Bert, da poco uscito dai Sonic Youth, Neil Hagerty che di lì a breve avrebbe fondato i Royal Trux e Julie Cafritz, nei ’90 parte delle devastanti Free Kitten, spazio folle condiviso assieme a Kim Gordon e Yoshimi P-We dei Boredoms. Il gotha dell’underground che sarà e che già è si lancia in un turbine di merda senza fine. Ai tempi del primo album della band, “Right Now” (uno dei primi lavori registrati da Steve), Bert per dare il giusto quid al sound della band integra al suo drum kit dell’immondizia, materiale di scarto per lo più metallico da cui era difficile tirare fuori un suono decente. Albini ha l’idea del secolo per dare al rullante autocostruito dall’ex-SY il giusto suono: un cock ring sadomaso. Funziona. Se lo porterà dietro per tutta la discografia del gruppo il cui capolavoro è l’abrasivo, maledetto “Dial ‘M’ for Motherfucker”. A differenza dell’album del 1987 (uno dei brani è stato registrato mentre la cassetta del provino veniva sparata a tutto volume su un furgone) qui il suono si affina, oltre al fatto che, non si sa come, viene pubblicato da Caroline, allora sussidiaria della Virgin – oggi in mano ad Universal -, ma il risultato non cambia: l’immondizia si sente tutta. Spencer e Cafritz (fan devoti della band di “Kerosene“) fronteggiano tutti, si danno di gomito, le chitarre fanno male al cervello. È musica da penetrazione rovente, garage come solo gli anni ’60 imbastarditi sulla strada dei Cramps e poi della forza trainante della depravazione Ottantiana potevano dare i natali. Castrante, osceno, privo di freni inibitori. Suono affinato non uguale a pulito. Sembra uscire da una tubatura che va dritta dritta nelle fogne. Spencer e Albini al banco mix, signore e signori.

Zeni Geva – Total Castration

Dietro Kazuyuki Kishino, classe 1961, nato a Tokyo, si nasconde KK Null. O forse è il contrario? Le band preferite di Kishino sono: Beatles, The Carpenters, King Crimson, Area. Sì, gli Area. Come può un fan di queste band diventare il più grande disgregatore di suoni proveniente dal Giappone? Chissà. È poi così assurdo? Forse. Conosco gente che ascolta i Beatles e non suonerebbe mai un disco come “Total Castration”. Null, prima di fondare gli Zeni Geva fa combutta con altri distruttori come lui: Merzbow, Tatsuya Yoshida, Yamantaka Eye, Seijiro Murayama (batterista degli Fushitsusha di Keiji Haino). Un macello totale. Lui e la sua chitarra sono pura distruzione. Anzi, castrazione totale. Non fatico a capire perché Albini abbia acconsentito a mettere le mani sul primo di tanti album degli Zeni Geva (Null si è detto di essere sempre stato ossessionato dal suono e dalla musica, questo varrà pur un punto in più), finendo poi per firmarne alcuni assieme. Nel quarto album del trio (sempre un trio, non è un caso) ci sono tutti gli elementi giusti: pachidermi elettrici noise rock, grida a pieni polmoni, testi fetidi rimpinzati di sesso e anomalie e tanta, tantissima paranoia, il suono di una città che si sgretola non pezzo pezzo ma tutta assieme. Viene giù tutto. Atonale, spaventoso, un monolite dal sound che sa di apocalisse. Null è un orco che sbraita “Godfleeeesh!” dritto nel microfono come se dovesse strappare la pelle di dosso all’ascoltatore solo tramite le corde vocali. Fa paura. Kishino presentò poi i Melt-Banana ad Albini e, anche in questo caso, Steve deve aver rivisto i suoi Big Black trasfigurati in un colorato turbine di follia. Ma questa è un’altra storia.

OXBOW – Serenade in Red

L’avrò scritto e ribadito non so quante volte su queste pagine: per me Eugene S. Robinson è una delle penne migliori di sempre. Non solo, è anche l’interprete migliore di emozioni che non tutti vorremmo né provare né dover mettere nero su bianco. Ma lui lo fa. E lo fa come lui e lui soltanto potrebbe. Basti sentire l’incipit di Over, brano di apertura di “Serenade in Red”, quarto album in studio dei suoi OXBOW. C’è questo pianto strozzato, quasi un conato prima sostenuto dal solo arpeggio di chitarra, lieve, delicato, poi tutto detona, il banco salta, le grida sono malessere, strazio e sembrano decomporsi man mano che gli strumenti acquisiscono corpo e rumore. Forza che sopraggiunge e viene tolta. Solo a brano quasi concluso sbocciano le liriche. E più il disco va avanti più tutto sembra deflagrare, e sembra che tu sia lì in mezzo, quando l’hardcore rallentato quel tanto basta per non sembrare più hardcore fa prendere fuoco al paesaggio, le chitarre atonali si schiantano sulla sezione ritmica che pare scaturire da un buco del terreno tanto oscuro e terrificante il rimbombo della batteria (in 3 O’Clock). E rallenta ancora e ancora, fino a che fa male, malissimo. Come ci è arrivato Steve agli OXBOW? Con una cartolina con impresso sul fronte un cowboy e, sul retro, una domanda: “Come ci è stato tutto ‘sto suono su quello che sembra un registratore a 16 tracce?” Una risposta via lettera, una telefonata, una richiesta: “Vuoi registrarci?” Un sì. Da questa risposta affermativa nasceranno “Let Me Be a Woman” e, ovviamente, “Serenade in Red”. Anche Albini adorava il modo di essere scrittore di Robinson. Non poteva che essere così.

The Ex- Starters Alternators

La storia dei The Ex parte da davvero lontano. Si formano nel 1979, non solo nella scena punk olandese ma anche in quella politicamente assolutamente schierata e priva di compromessi e che si fonde con il movimento squat, all’epoca importante tassello antagonista e sociale. La loro formula punk è diversa da tutto il resto, esattamente come quella che, dall’altra parte dell’Oceano, viene ribaltata da formazioni come NoMeansNo e Flipper. In poche parole non si allineano neppure quando suonano, fanno delle anomali segnature di tempo e tonali il loro cavallo di battaglia, guardano all’Africa e non come in quel senso di rapina micidiale che segnerà il mondo alternativo di fine ’90, inizio nuovo millennio, post-Mano Negra, per intenderci, ma attraverso una lente diversa, sporcata dalla vista della Cortina di Ferro. Integrano in sé un modo di intendere il suono e il ritmo che diventa assalto frontale e sfrontato. Attirano quindi le attenzioni di Tom Cora, leggendario violoncellista degli Skeleton Crew che dona loro la sua sapienza ma, nel giro di due album, l’ensemble dei Paesi Bassi finisce nelle grinfie di Steve Albini. Non poteva andare altrimenti, questa è gente che non si svende, se ne fotte delle mode, continua imperterrita sulla propria strada. Il primo di parecchi risultati di livello altissimo è “Starters Alternators” (il loro debutto su Touch & Go) coi Nostri tra le mura dell’Electrical Audio di Chicago a macinare riff circolari, movimenti fugaziani e sensazioni post-punk d’acciaio si fanno strada tra un brano e l’altro, le chitarre mordono fortissimo, fanno quadrato attorno alla sezione ritmica sempre meno scontata, più meccanica, indurita oltre ogni limite. L’apice è Art of Losing, si muove sotto traccia, sembra Tom Waits nascosto in un centro sociale, G.W. Sok, intona “The art of losing isn’t hard to master” col suo tono fermo sempre a un passo dall’esplosione mentre tutt’attorno le cose si sgretolano. Perché quando si parla di punk non si parli dei The Ex per me resterà sempre un mistero.

Nina Nastasia – On Leaving

Come ho scoperto Nina Nastasia? Semplice: seguendo la lunga scia di Steve Albini a metà anni Zero, circa e leggendo una recensione che lo vedeva al lavoro con la cantautrice statunitense, una delle migliori e più sottovalutate, evidentemente (sono riuscito a parlarne solo una mia amica, cantautrice anch’essa, che a Nastasia deve molto). Finora ci siamo “adagiati” sui suoni sferraglianti usciti dallo studio di Albini a Chicago, ma questa storia ci porta in tutt’altro posto. In sala di controllo siedono lei, Albini e Kennan Gudjonsson, ex-compagno di Nastasia (al cui suicidio lei ha dedicato il suo splendido album “Riderless Horse” del 2022) e quello che ne scaturisce è di una bellezza difficile da descrivere. Il suono ovattato sembra provenire da un passato lontanissimo, la voce attutita da un velo di amarezza spesso come il cemento armato, in cui tenerezza e dolore si fanno complici (Why Don’t You Stay Home e Counting mi straziano) e quando alza il tono, ci mette la batteria (dietro i kit Jay Bellerose e il Dirty Three Jim White, con cui firmerà anche il successivo “You Follow Me”) e si sentono muscoli delicati e scintillanti, lo dimostra la micidiale One Old Woman. Perché anni prima Nastasia e Gudjonsson si sono affidati a Steve? Semplice: registra tutto in diretta e in analogico. Quale migliore condizione per rendere al massimo il potenziale espressivo di una delle cantautrici più potenti degli ultimi 24 anni? Piccola postilla: “Riderless Horse” è registrato in una torre idrica in cui si trova una guest house di un amico di Nastasia. L’idea di imprimere su nastro l’album in una casa è stata della moglie di Steve, Heather.

Mono – Hymn to the Immortal Wind

L’ascesa inarrestabile dei Mono nel mondo del post-rock inizia col piede giusto. La band capitanata da Takaakira “Taka” Goto fa il suo ingresso dalla porta principale, tenuta aperta da John Zorn e dalla sua Tzadik, già allora attenta alle band potenzialmente enormi provenenti dal Paese del Sol Levante, merito anche della Avant (etichetta fondata dallo stesso Zorn assieme a Kazunori Sugiyama) e forse pure dall’amicizia/sodalizio tra il sassofonista newyorkese e Yamantaka Eye. Da quel momento i Mono non si fermeranno più. La collaborazione tra loro e Steve Albini è durata la bellezza di 22 anni, partita da “Walking Cloud and Deep Red Sky, Flag Fluttered and the Sun Shined” per arrivare fino a “Oath”, uscita a giugno (spoiler: è un altro disco pazzesco). Sarebbe difficile, per me, scegliere un album in cui la sinergia tra il leader degli Shellac e i Mono abbia reso di più, ma per fortuna c’è un disco che ritengo essere il loro capolavoro, il climax totale di una carriera enorme: “Hymn to the Immortal Wind”. Quella che Albini, tra il giugno e il novembre 2008, si ritrova tra le mura dell’Electrical Audio è una vera e propria orchestra. 28 elementi, circa, più il quartetto. Non tutti avrebbero potuto mantenere un tale equilibrio tra le parti orchestrali e quelle più marcatamente elettriche e distorte, i crescendo gargantueschi, gli strumenti che occupano tutti uno spazio preciso e rasente la perfezione (assolute le punteggiature di batteria che bucano il mix in Burial at Sea). Ma, soprattutto, non tutti sarebbero riusciti a non soffocare l’emotività debordante emessa da Taka, Yoda, Tamaki e Yasunori Takada. Un mare in tempesta sferzato da venti che non danno pace, nemmeno quando la rarefazione cristallina delle sei corde di Taka prende il sopravvento. “Cuore in fiamme e maschera di ghiaccio”, cit.

Made Out of Babies – Coward

Un’altra mia fissa che non mi sento di tacere: Julie Christmas. Tutto ciò che ha fatto mi è rimasto nel cuore, partendo proprio dai Made Out of Babies, passando per i Battle Of Mice (anche questi criminalmente per lo più ignorati) e la collaborazione con i Cult Of Luna. Tutto, ho detto. Anche il primo e finora unico disco solista (il prossimo a giugno, tutti pronti). Ma riavvolgiamo il nastro e torniamo ai MOoB. Nascono a Brooklyn, in mezzo c’è gente dei Red Sparowes e hanno una cantante che sembra un tritacarne emotivo. Fanno il nido alla Neurot Recordings, che poi è l’etichetta fondata dai Neuroris. E sappiamo bene che Steve Albini e Neurosis sono in pratica sinonimi e in casa loro sono certi che l’unico in grado di far esplodere veramente il sound della band è lui. Quattro biglietti per Chicago e sotto con quegli strumenti. Ne viene fuori “Coward” e “Coward” si apre con le grida belluine di Christmas che perforano Silver Back e fanno da biglietto da visita al massacro totale di ‘sto noise rock brutale, un’arma da sfondamento multiplo. Ma non è solo velocità e rullo compressore, ci sono intelaiature melodiche buone per il manicomio, aperture su mondi a metà tra Lovecraft e DeLillo. Brucia fin dalle fondamenta e Christmas è l’incendio incarnato, una PJ Harvey trasfigurata in una furia cieca senza pace (sentite il crescendo finale di Mandatory Bed Rest e fatemi sapere se ne siete usciti indenni).

High On Fire – Blessed Black Wings

Billy Anderson, Jack Endino, Kurt Ballou e, ovviamente, Steve Albini. Tutto si può direi degli High On Fire a parte che non sappiano scegliersi i produttori/ingegneri del suono. Ma, con tutto il rispetto per gli altri due, solo Albini ed Endino sono gli unici ad essere riusciti a rendere seriamente onore al sound strabordante e violentemente epico della creatura di Matt Pike. Per quanto riguarda il primo è il fautore del boost eccezionale alla tempesta già di per sé perfetta che è “Blessed Black Wings”. Lo si intuisce già quando usa il fade-in per iniettare la benzina della opener Devilution. Lo si capisce ancor meglio quando le chitarre furiose di Pike e il basso elefantino di Joe Preston (stiamo pur sempre parlando di Joe Preston, eh) si fondono in un’unica massa magmatica che scende impietosamente verso valle portandosi dietro tutto quanto. Si sente la stanza tutt’attorno al trio, come consuetudine albiniana, e diventa il quarto membro del gruppo. Il respiro del chitarrista degli Sleep poco prima del diluvio universale di Brother In the Wind, il drumming monstre che dilania The Face of Oblivion, l’enormità della title track che si traduce in distorsioni incessanti e prive di pietà alcuna. Sembra tutto oltre la soglia del clipping, e infatti lo è. E anziché essere un punto debole ne fa l’assoluta fortuna. Da qui in avanti nessuno li detronizzerà più.

Bellini – Snowing Sun

Qui ho sudato. Come fai a selezionare un disco dei Bellini? Se è vero che l’apice lo raggiungono con “The Precious Prize of Gravity”, arrivato a motori Uzeda fermi, ho pensato che il modo migliore di pescare dalla scarna discografia del gruppo composto da Giovanna Cacciola, Agostino Tilotta, Matthew Taylor e, qui e qui soltanto, il membro fondatore Damon Che (poi sostituito dal Girls Against Boys Alexis Fleisig). Perché? Anzitutto è il crocevia albiniano perfetto: da una parte i due fondatori della band siciliana che fece innamorare Steve, un caposaldo assoluto della musica alt italiana tutta, dall’altra, beh, il signor Don Caballero, mastro di follia (spesso anche dal lato umano, parrebbe) e uno dei signori e padroni del math rock tutto. I membri di questa band a dir poco allucinante si incrociano sin dagli anni ’90, ai concerti delle rispettive band ma è solo nel 2000 che essa viene alla luce, con Damon e Agostino pronti a macinare i pezzi che poi finiranno in “Snowing Sun”. L’album è un ordigno pericolosissimo, bagnato qua a e là da piogge torrenziali elettroniche, imbottito di ritmiche ben oltre il senso comune di anomalia, linee di basso e chitarra che feriscono fin nel profondo e la voce di Cacciola che, come sempre, fa la differenza ovunque la si inserisca, con i suoi testi labirintici e l’ipnosi paranoide installata di default. Attitudine punk, astrazione math (Che è un fenomeno fuori scala, un momento sembra convitato a un oscuro rito tribale progressivo, quello dopo posseduto dal sacro fuoco del metallo mentre massacra la cassa a colpi di doppio pedale), furia noise, una rabbia che spesso fatica a essere contenuta e, se lasciata andare, brucia tutto con un senso di fine imminente che si reincarna nelle melodie fuori tono (We Crossed the Ocean to See the Snowing Sun è davvero, davvero incontrollabile, ma è solo per portare un esempio). Roba furibonda.

Zu – Igneo

Come ho già detto, questo è un articolo per neofiti. Magari siete giovani (lo spero con tutto il cuore) e avete appena cominciato a rimestare nel bellissimo torbido che è l’underground italiano che, storicamente, ha visto sbocciare realtà che hanno cambiato il volto della musica, diciamo, “antagonista”, contrapposta a un mainstream molle e innocuo. Se siete in quella fase lì, ecco gli Zu. Nei primi ’90 bazzicano nei locali di Roma con le rispettive band (tra cui gli stratosferici Gronge, segnate segnate) e, ormai alle soglie del 2000 uniscono le forze e cambiano le regole del gioco. Aprono ufficialmente le danze con “Bromio”, attirano l’attenzione di John Zorn che ritiene facciano “una musica tanto potente ed espressiva che spazza via quanto fanno le altre band oggigiorno“, e da lì non si fermeranno più. Andranno negli Stati Uniti (cosa non proprio facile all’epoca), e durante uno di quei tour si ritroveranno a varcare la soglia dell’Electrical Audio. Ad attenderli c’è Steve Albini (e a quanto pare anche Todd Trainer, che compare nei ringraziamenti del disco). Assieme daranno vita al sound strabordante e assurdo di “Igneo“, un intricato dedalo jazzcore che affonda le radici nelle foliès math più oltranziste, che non lascia scampo. Prendete Solar Anus, sembra di star cadendo sul fianco di una montagna a rotta di collo fino. a schiantarsi sulla sezione ritmica di Jacopo Battaglia e Massimo Pupillo, o ancora Muro Torto, free jazz annientato, col sassofono di Luca T. Mai che strappa il velo e lancia la cannonata, Mar Glaciale Artico che pare un incubo senza fine, atmosfere che si inerpicano come mostri che dal sottosuolo anelano a uscire allo scoperto, le asfissianti lamate lucenti di Monte Zu e le sospensioni al limite estremo del dark ambient se a suonarlo fosse Peter Brötzmann che prendono vita in Eli, Eli, Elu. John Zorn aveva ragione da vendere. Il suono è così asciutto e delirante che diventa un’istituzione. Tante band, qui, prenderanno quel cammino, non copiandoli, va da sé, ma capendo che non accettare alcun compromesso, sia esso sonoro o altro, è la strada giusta da percorrere. Spero sia così anche per voi.

Årabrot – Solar Anus

Prima che Kjetil Nernes li trasformasse nel “nuovo gotico”, introiettando nel proprio sound un rock ammantato di sacralità per quanto oscura forte di una leggiadria del tutto non lineare, e prima ancora dell’ingresso in formazione di Karin Park, i suoi Årabrot erano un mostro brutale che tanto doveva ad Amphetamine Reptile tanto ai Melvins più oscuri e lenti. “Solar Anus” (sia a loro che agli Zu deve essere piaciuto particolarmente Georges Bataille) è il secondo disco che il gruppo norvegese registra alla corte di Albini a Chicago e, per quel che mi riguarda, il loro capolavoro assoluto, almeno di questa parte dell’esistenza del gruppo. Cerco di immaginarmi Steve mentre Nernes, in cabina e col microfono davanti alla faccia, sbraita blasfemie mostruose quando registra Madonna is a Whore (che paga più di un dazio agli Shellac) o dichiara che il culo ha parlato (The Ass Has Spoken) mentre girano i nastri con su impresso lo sludge più schifosamente laido possibile. Le ferali e apocalittiche Auto da fe e Nubile, la strisciante Odine, e la batteria enorme di Vidar Evensen che risuona nel vuoto (inconfondibile marchio di fabbrica albiniano) e attira nella disperata The Wheel is Turning Full Circle, martoriata elettronicamente e che mette un enorme pietra tombale sul lavoro. Il disco fa spavento e in tal senso la band non ne tirerà più fuori di così intensi. Nessun altro studio avrebbe potuto restituire il giusto suono a una simile creatura demoniaca.

Ben Frost – The Centre Cannot Hold

In articoli di questo tipo si tende sempre a ignorare il passato più prossimo prediligendo anni oscuri o, se non abbastanza distanti dall’oggi, quantomeno sfocati. E allora riavvolgiamo il nastro di poco più di sette anni per immergerci in “The Centre Cannot Hold”, forse uno degli album migliori cacciati fuori da Ben Frost, matto australiano sodale di Tim Hecker e, sempre di recente, degli Swans. Se non lo conoscete e volete partire da qui, ben venga. Un po’ ce li vedo, lui e Steve, dare di matto su marchingegni di ogni sorta per cavare fuori il suono granuloso se non proprio sgretolato dai dieci brani che compongono il disco. Noise senza rock, questa volta, risucchi temporali, spirali coiliane che si divorano ritmiche minimali, picchi di luce che si innalzano da distese di oscurità senza confini, fantasmi nella macchina che attraversano spettri sonori decisamente alieni. Un rumore bellissimo dalle mille sfumature amare. Frost è debitore di tantissima musica dietro cui si cela Albini, lo ammette lui stesso e, in fin dei conti, si sente. In un’intervista di pochi mesi fa il compositore di stanza a Reykjavik ha paragonato il modo di lavorare di Albini a quello di un fotografo di guerra, non compone immagini né detta proporzioni ma documenta quel che accade nello spazio. Forse una delle definizioni migliori sentite finora.

The Stooges – The Weirdness

Quando venne fuori che gli Stooges si sarebbero riuniti penso che la mia reazione fu quella di bagnare i pantaloni. Non ricordo se ci furono recensioni in anteprima, ricordo solo che non ne volli sapere nulla. Volevo solo andare al negozio di dischi, comprare la mia copia, portarlo a casa e frantumare tutte le finestre, per il piacere di mia madre. Mollati i soldi al negoziante, guardo lo sticker in copertina e leggo: “Recorded by Steve Albini”. Altri pantaloni da mettere in lavatrice. Scartato famelicamente il CD, la foto con Iggy Pop, Ron e Scott Asheton. Ma allora non volete proprio lasciarmi pulito! Aperto il libretto scopro che al basso c’è Mike Watt di Minutemen/fIREHOSE e mille altre cose stupende. Addio. Sì, ma il disco? Una bomba atomica. Trollin’ è l’opener che ci meritiamo, ché, belli i solisti dell’Iguana, bello tutto, ma quella fotta lì, quel laidume totale possono essere tirati fuori solo questa combinazione di matti. Iggy è il solito lascivo maledetto e anche l’unico a potersi permettere di latrare versi come “Baby Baby, take a look at me / I see your long legs riding your Lee’s / I see your hair has energy / My dick’s turning into a tree” senza problema alcuno. Il mio cazzo diventa un albero. Sì. Nel mentre si sente tutto lo sozzume, le dita sulle corde, i riverberi, il punk che pompa schifoso dalle casse, i feedback che fondono i coni delle casse. La batteria di Scott che esplode sulla intro di You Can’t Have Friends e via di abbai derisori, ATM che parte come un missile termoguidato, diretto dove fa più caldo, il rock’n’roll atomico che spruzza liquido seminale su tutta My Idea of Fun, la title track e il suo trascinarsi schifosamente sul pavimento, la blasfema The End of Christianity che schiaffeggia i bacchettoni a colpi di tronco e poi tutti gli assoli slabbrati, il rumore brandito come una lancia. ANF. Iggy dixit che a volere Albini in studio con loro fu un’idea di Ron e Steve, che si dice abbia avuto tante delle sue idee soniche in sala di registrazione ascoltando “Fun House” (e in effetti…), mica si è fatto scappare l’occasione, anche se non li aveva mai incontrati prima. “Suonano come campioni”, disse. Vagli a dire che ha torto…

As we come to the close of our broadcast day, got my radio on

Chiudo qui questa breve sciarada nella sterminata discografica dell’Uomo dei Suono. Ho lasciato fuori Godspeed You! Black Emperor, Om, Tad, Melt-Banana, Low, Weedeater, Failure, e questi, quelli, quegli altri, lei, lui, loro, i grossi, i piccoli, gli sconosciuti, i dimenticati. Non credo sia possibile e umanamente fattibile tirare davvero le fila del lavoro fatto da questo operaio del sound engineering. Ve l’avevo detto, è solo un’esca, un piccolo assaggio collaterale (non ho mai avuto la pretesa di creare una guida con la g maiuscola, tantomeno una classifica, che orrore) per coloro che ancora si devono davvero avvicinare a Steve Albini e a tutto il suo lavoro, che forse per lui non era estatico, ma per noi è stato, e sempre sarà, ben di più. Io vi ho dato il LA, ora sta a voi fare il resto. Prendetevi del tempo. Vi servirà.

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