Gastr Del Sol – We Have Dozens of Titles

Recensione del disco “We Have Dozens of Titles” (Drag City Inc., 2024) dei Gastr Del Sol. A cura di Paride Placuzzi.

I Gastr Del Sol erano un incubatrice di jazz d’avanguardia, post-rock, musica concreta e performativa, un flusso caleidoscopico che aveva le capacità di espandersi in simbiosi con le menti brillanti e poliedriche dei due membri più attivi al suo interno: Jim O’Rourke e David Grubbs. Ancora sporchi e unti della melma di Slint, Bastro e Squirrel Bait, pronti a far decollare il cervello in fibrillazione di O’Rourke (faro della musica d’avanguardia americana di tutti gli anni ’90) e a calciare Grubbs verso la stratosfera delle collaborazioni più disparate; i Gastr Del Sol seminarono con sei LP ed un paio di EP il periodo tra il 1993 e il 1998 definendo quella che poteva essere la naturale evoluzione di tutto quel brodo primordiale in fermento nel quale nuotavano gli obliqui di quel periodo a Chicago, naufraghi raccolti per lo più dalla Touch And Go e sigillati dal compianto Albini.

Tra i primi arruolati all’interno del gruppo si potevano vedere Bundy K. Brown e John McEntire. Due che dobbiamo ringraziare di esistere per aver influenzato la scena underground degli anni ’90 americani con progetti del calibro di Tortoise e Bastro. Provate a pensare ad una band accostabile a questo sottogenere e vedrete che in qualche modo inspiegabile Grubbs, Brown o McEntire ci saranno collegati. Avete detto Codeine? Grubbs ha suonato il piano in W. O per caso vi è uscito Yo La Tengo? McEntire ha prodotto “Painful”. Potrei andare avanti così finché non mi sanguinano i polpastrelli ma non lo faccio, non perché non mi piaccia il sangue sulla tastiera, ma perché vi devo parlare dell’ultimo disco uscito a nome Gastr Del Sol per la ormai sodale Drag City.

State tranquilli e non strappatevi i capelli perché non stiamo parlando di carne fresca ma di vecchie registrazioni inedite (che comunque due ciocche le fanno partire) e live provenienti per la maggior parte dall’ultima apparizione dal vivo della band tenuta in California nel 1997 nel comune di Victorville in occasione del Festival International de Musique Actuelle.

Il materiale che non viene dai live, invece, è stato inciso in diversi studi in diversi anni e con diverse formazioni che pescano dalla bollente scena musicale di Chicago nel periodo di semina della band, rimasterizzati dallo stesso O’Rourke. Possiamo sentire la presenza di David che si ingobbisce frenetico sulla chitarra acustica in un monologo istericamente grottesco nella versione live di Ursus Arctos Wonderfilis.

Per chi ha imparato a trasformare quel flusso di coscienza, che sono i dischi dei Gastr Del Sol, in un terreno familiare all’ascolto non troverà di difficile comprensione i vari cambi di rotta tra i brani in “We Have Dozen of Titles”. Deviazioni che non si intercettano solamente tra una traccia e l’altra ma anche all’interno di un unico brano. Ascoltate 20 songs less, estrapolato da un singolo uscito del ’94, che in 6 minuti abbondanti fonde probabilmente 20 canzoni (no scherzo, saranno 5) in un unica effusione autonoma senza confini. L’inizio del disco, invece, ci riporta ai momenti più conosciuti della band con la versione live di Season Reverse da “Camoufleur”, qui però senza voce e con l’aggiunta del piano probabilmente suonato da Jim.

Questo è solo uno degli esempi dei vari pezzi suonati da “Camoufler” tra cui alcuni ancora in fase di gestazione e quindi presenti in forme radicalmente diverse. In chiusura invece troviamo un pezzo da quello che sarà poi il primo disco solista di David Grubbs, Onion Orange. 18 minuti di totale introspezione dominati da una chitarra malinconica cullata dai synth. Tutto questo è racchiuso in un triplo LP o doppio CD pronto a cambiare, ancora una volta, il modo di ascoltare la musica.

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