Paul Weller – 66

Recensione del disco “66” (Polydor, 2024) di Paul Weller. A cura di Maria Macchia.

Il 25 maggio 2024 il pianeta Terra avrà compiuto 66 giri intorno al sole dalla nascita di Paul Weller e un giorno prima del compleanno del Modfather è uscito “66”, il suo ventottesimo album, nonché il diciassettesimo della sua produzione solista. Per questo lavoro il musicista ha fatto le cose in grande: dalle registrazioni nei mitici Abbey Road Studios all’apporto di Hannah Peel negli arrangiamenti orchestrali e dalle prestigiose collaborazioni con personaggi come Noel Gallagher, Bobby Gillespie dei Primal Scream, Dr. Robert dei Blow Monkeys e altri, fino alla copertina, che reca un “semplice” numero su sfondo nero, ma che in realtà deve il suo grande impatto al fatto di essere firmata da Peter Blake, esponente della pop art britannica e già autore dell’artwork di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e di “Stanley Road” dello stesso Weller (1995).

66” è un disco in gran parte introspettivo e meditativo, che contiene riflessioni sullo scorrere del tempo e sul senso della vita, ed il fatto di averlo intitolato come gli anni compiuti è significativo in questo senso, come se il cantautore di Woking avesse voluto tracciare un bilancio della propria esistenza, ma il numero 66 potrebbe idealmente rimandare anche al 1966, annus mirabilis in cui uscirono “Revolver” dei Beatles, “Blonde On Blonde” di Bob Dylan, “Pet Sounds” dei Beach Boys.

Il full-length guarda dunque prevalentemente al passato, con la produzione di Charles Rees, fedele sodale del “Changingman” dai tempi di “Heavy Soul” (1997), suggestioni beatlesiane, “maccartiane” e pinkfloydiane, un tocco di discomusic e occasionali episodi da jazz club, ed è stretto “parente”, in quanto ad atmosfere, di uno dei più ispirati tra gli album recenti di Weller, il bellissimo e prevalentemente acustico “True Meanings” del 2018. Chitarra acustica, flauti e vibrafono creano il tappeto sonoro dell’opener dal sapore beatlesiano Ship of Fools, il cui testo è stato firmato da Graham McPherson, a.k.a. Suggs dei Madness. Flying Fish ha invece un ritmo dance che rimanda quasi a The Winner Takes It All degli Abba. Una sferzata di energia arriva con Jumble Queen, con preponderanti inserti di ottoni ed un intervento di chitarra dal quale non è difficile riconoscere la presenza di Noel Gallagher, coautore del brano. Ambientazione notturna, invece,per Nothing, nella quale spiccano le trombe jazz ed un suadente intermezzo di synth, con le liriche composte nuovamente da McPherson. My Best Friend’s Coat ha un ritmo di valzer e un’orchestrazione che le conferisce un carattere sognante e nostalgico, rendendola un autentico esempio di pop barocco grazie agli elaborati arrangiamenti per archi curati da Peel, alla cui maestria Weller ha dichiarato di essersi affidato completamente.

C’è invece lo “zampino” di Dr. Robert in Rise Up Singing, rilettura di un brano dei Monks Road Social al quale lo stesso Paul aveva partecipato due anni fa, e c’è qui anche un gradito ritorno, quello di Mick Talbot degli Style Council, già membro dello stesso “supergruppo” insieme a Robert. L’arrangiamento per archi conferisce notevole fascino a quello che è stato il primo singolo estratto dall’album. Si colgono ancora echi beatlesiani in I Woke Up ha, tutta giocata su chitarra acustica e orchestra, ad accompagnare un testo dal mood contemplativo (“Standing on the edge of this mighty ocean/Waiting for the tide to roll/And within this realm of constant motion/I’m tryin’ to find my role in it all“) mentre le sonorità romantiche e avvolgenti di A Glimpse of You sono enfatizzate ancora una volta dall’arioso arrangiamento orchestrale, qui forse un po’ sovrabbondante. Ancora una volta le liriche alludono al passare del tempo, al susseguirsi delle stagioni dell’anno e dell’esistenza: “Into the gardens/In blooming May/I’ll find a wooden seat where I can wait/Till the end of the world…

Mentre l’ascolto volge verso la conclusione, ecco Soul Wandering, pezzo dal gusto Seventies e dal groove pulsante e percussivo, in cui il testo rende omaggio alla bellezza del creato (“And I want to believe / In something greater than me / And I’m humbled by the majesty of the sea / And the stars and your love“). E una buona dose di psichedelia è infine presente nella traccia di chiusura dell’album, Burn Out, avvolta da suoni che sembrano presi in prestito da “The Dark Side of the Moon”. Le liriche esprimono una sorta di saggezza rassegnata, il distacco dalla realtà caotica e il bisogno di ritrovare la propria autenticità: “I’m bored with all the fights/Empty in my own home/Growing out of light/I’ve not seen the others/For days or months it seems/Endless repetition/Of chaos on TV…” ma anche un anelito alla rinascita: “No more being lonely/I’m born again/I’m not tired of living/I’m alright…“.

A 66 anni, Paul Weller è più in forma che mai e lo dimostra con questo album ambizioso, consapevole, equilibrato, in cui considerazioni di carattere esistenziale si rivestono di abiti sonori raffinati, a tratti vintage ma sempre attuali, come sempre attuale è “The Changingman”, musicista eclettico che si evolve con lo scorrere del tempo mantenendo pressoché intatti il proprio talento e la propria creatività.

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