Paul Weller – Find El Dorado
Recensione del disco “Find El Dorado” (Parlophone, 2025) di Paul Weller. A cura di Maria Macchia.
Se l’El Dorado, o Eldorado, è un luogo mitico dove, come narrano numerose leggende, sono conservate immense quantità di oro e pietre preziose, alla cui ricerca gli esseri umani si sono dedicati per secoli, il nuovo album di Paul Weller è uno scrigno di gemme nascoste e dimenticate, riscoperte e riportate alla luce. “Find El Dorado” è una raccolta di quindici brani, tutti risalenti a circa cinquant’anni fa, di autori molto diversi tra loro (da Richie Havens ai Flying Burrito Brothers e dai Kinks ai Bee Gees), che il Modfather ha reinterpretato avvalendosi della sapiente produzione del suo chitarrista di lunga data Steve Cradock, al suo fianco dal 1992.
Si tratta del secondo disco di cover realizzato da Weller dopo “Studio 150” del 2004, nel quale l’artista di Woking aveva proposto le proprie versioni di pezzi di Dylan, Neil Young, Gil Scott-Heron e molti altri con uno spirito non lontano – tra il mod e il soul – da quello di alcuni dei suoi full-length più riusciti, come “Stanley Road” e “HeavySoul”.«Sono canzoni che porto con me da anni, mi sembrava il momento giusto per condividerle», ha dichiarato il musicista a proposito dei pezzi scelti per “Find El Dorado”. Il risultato è sostanzialmente omogeneo dal punto di vista stilistico e sonoro, con atmosfere prevalentemente acustiche ed escursioni nel campo del folk, del country rock e della musica tradizionale irlandese; a livello interpretativo si ha invece la sensazione che PaulWeller abbia voluto far proprie queste canzoni, restituendole come fossero state composte da lui stesso e senza discostarsi più di tanto dagli originali, tranne in qualche caso, come nelle sue riletture di Pinball (il singolo di maggior successo del cantante e attore inglese Brian Protheroe, del 1974) e di Lawdy Rolla dei Guerrillas, una band francese dalla breve esistenza di cui faceva parte, nel 1969, un giovane Manu Dibango al sax.
Tra gli episodi più significativi, la stessa Pinball, con la chiusura affidata al suadente sassofono di Jacko Peake, Nobody’s Fool (brano misconosciuto, dal testo intimista, che uscì nei primi anni ’70 come sigla TV, firmato da Ray Davies dei Kinks ma accreditato ai Cold Turkey), e One Last Cold Kiss, in cui nostalgiche ed incalzanti atmofere irish sono evocate dalla cetra, dall’armonium e dal violino di John McCusker, con il contributo della vocalist AmeliaCoburn. Spicca, in questo album, la varietà di timbri utilizzati (la frequente presenza degli archi, l’importante ruolo del violoncello in Never the Same, il tin whistle nella quasi-title track El Dorado ed altri strumenti tradizionali), ma anche la quantità di illustri ospiti: il cantautore irlandese DeclanO’Rourke si alterna con Paul alla voce nell’opener Handouts in the Rain, Noel Gallagher suona la chitarra in El Dorado e c’è persino Robert Plant a duettare con Weller in Clive’s Song (da segnalare, in quest’ultima, il bell’assolo di armonica blues). Notevole è poi l’apporto del musicista senegalese Seckou Keita, virtuoso della kora, con le delicate trame sonore che arricchiscono Journey.
Nel complesso di tratta di un prodotto di raffinata fattura, di un cofanetto di piccole perle che forse non aggiunge moltissimo, in termini di novità, alla prolifica discografia solista del fondatore degli Style Council (“Find El Dorado” è il suo diciottesimo album in studio), ma che non mancherà di soddisfare gli ascoltatori più esigenti.




