Nidoja – UBQ

Recensione del disco “UBQ” (Angapp Music, 2024) dei Nidoja. A cura di Gianfranco Maselli.

Nei deserti della nostra anima ci si può perdere come ci si può ritrovare. La sfida ci attende oltre le dune più alte, quelle al di là delle quali spesso non vogliamo guardare, dove ad aspettarci c’è ciò che ci fa più paura del genere umano. Aguzzare lo sguardo e scorgerlo attraverso la tormenta può essere un’esperienza disturbante, un diabolico gioco degli specchi per cui non è mai possibile prepararsi a dovere. Agli uomini non resta che raccogliere il coraggio necessario per gettarsi in una sfida contro sé stessi senza guardarsi indietro, continuando ad avanzare attraverso il vento polveroso.

È dura mantenere nervi saldi e occhi aperti fino a trovarsi faccia a faccia con la parte più arida e desertica dell’essere umano, con le sue paure più oscure, con i suoi traumi più antichi, con quelle violenze innominabili tutt’oggi perpetuate e poi puntualmente sparse lungo le dune, celate agli occhi di quelli che preferiscono non guardare o ricordarsi cosa nasconde davvero quel deserto.

Al di sotto della sabbia dove giacciono le nostre colpe abbiamo seppellito ogni etica e qualsiasi senso del Sacro. Siamo pronti a scavare per riportare tutto alla luce? Anche se, a volte, ciò può significare tuffarsi e nuotare nelle profondità del proprio personale deserto i Nidoja non si tirano indietro, piuttosto affrontano l’eterna sfida del “ritrovarsi” con la propria musica, con quelli che sembrano dei mantra, piuttosto che delle canzoni.

Il loro esordio “UBQ” è essenzialmente questo, una preghiera mistica che si snoda attraverso sei tracce strumentali, guidate dal desiderio di rivoluzione e tese verso la risoluzione dell’eterno enigma esistenziale umano, impossibile da risolvere senza un minimo di Fede. È in una divinità primordiale e sovversiva, che ci attende sui fondali più oscuri della nostra anima e poco sembra aver a che fare con i culti dell’odierno mondo occidentale, che la band ripone la propria. Di traccia in traccia il duo si scava immergendosi sempre più giù, in un percorso meditativo di ricerca intriso di voglia di sacro e sonorità decisamente esotiche.

Nonostante “UBQ” si presenti come un disco decisamente desertico, collocatosi con inequivocabili radici nella world music e nella tradizione musicale più mediorientale, ci è impossibile non valutarlo anche nel suo elemento acquatico, più implicito ma altrettanto fondamentale, come suggeritoci dalla stessa cover dell’EP, di cui parleremo a fine recensione.

Sin dalle interferenze che introducono Underwater Bell, l’ascoltatore compie infatti lo stesso “tuffo” sonoro della band, un atto di fede esplorativo alla ricerca di un’ energia mistica al di sopra di ogni cosa, quella forza inenarrabile che per il filosofo francese Jaques Derrida corrisponde ad un divino che va oltre ogni rappresentazione umana, un’autorità primigenia oggi dimenticata che ha <<dato tutti i nomi>> alle cose esistenti prima ancora che l’uomo potesse scoprirle, nominarle e dominarle egoisticamente.

L’EP affonda rapido mentre la ricerca avanza, fra tracce più radicate nella tradizione mediorientale come Whakapapa, the Beginning of All Things e Deep Drops of Silence e sperimentazioni sonore più audaci come nella opening track e in Mahsa, dove l’esotico violoncello di Nicoletta D’Auria sposa l’elettronica acida, i feedback e la drum n’bass di Domenico Monaco. Il risultato è davvero una sintesi fuori dal comune, una danza ipnotica che palpita desiderosa di lotta e riscatto.

È una vibrazione viscerale che abbraccia tutti i continenti, tutte le ambientazioni del nostro tempo e il desiderio comune che tiene assieme gli esseri umani: quello di comprendere qualcosa che va oltre il conosciuto e che risiede dentro quelle tombe di sabbia a lungo ignorate. Questa insaziabile voglia di riesumarsi, inizialmente timida, si appaga in Follow the Trees to the Ocean e Taken by the Sun and the Wind, le due tracce in chiusura dove la componente elettronica si fa più abbondante, gettando sull’ascolto un velo di drammaticità che porta il finale in un piano risolutivo lontano da quello reale, un livello mistico preannunciato in UBQ” sin dalla sua cover.

Metaforica rappresentazione di questo misticismo è infatti la campana d’oro che vediamo raffigurata in copertina nascosta come un tesoro inestimabile sul fondo dell’abisso, un’immagine che suggerisce pienamente non solo gli intenti dei Nidoja ma anche quanto ardua sia l’impresa e quanto preziosa sia la sua posta in gioco: spazzare via un mondo dove l’essere umano ha imprigionato la parte migliore di sé, la verità e il senso del Sacro in luoghi così reconditi da averne perso ogni ricordo.

Adesso l’uomo, perso in una guerra contro sé stesso e le prigioni che lo circondano è costretto a scavare nel suo deserto quotidiano per ritrovare quel Sacro messo da parte, guidato dal desiderio di sovvertire lo schema illogico che guida i suoi giorni; è un anelito che costringe alcuni di noi in catene, altri a morire rei di essere venuti al mondo o di voler sapere, altri a tacere per non far vacillare l’unica logica di cui il mondo abbia memoria, nonostante questa si riveli ogni giorno sempre più disumana.

Può la preghiera essere ascoltata? Può l’uomo riacquistare memoria di quel Sacro che fu e sovvertire il meccanismo di un mondo che ci vuole avversari piuttosto che uniti e solidali? Può il vento caldo della rivoluzione rispondere alla preghiera e riportare a galla ciò che noi stessi abbiamo seppellito nella memoria del mondo?

Forse sì, ma attendere non basta. Occorre anche scavare tutti insieme e tuffarci nel nostro deserto se vogliamo riscattarci. Quando avremo finito sul fondale della nostra anima troveremo ciò che abbiamo cercato da sempre. Finalmente ricorderemo e, dalla polvere, ci rialzeremo per riscattarci.

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