Uboa – Impossible Light
Recensione del disco “Impossible Light” (The Flenser, 2024) di Uboa. A cura di Fabio Gallato.
Non possiamo sapere se Uboa, moniker dietro cui opera l’artista australiana Xandra Metcalfe, abbia trovato dei momenti di serenità nei cinque anni successivi alla pubblicazione del suo sconvolgente “The Origin of My Depression“, un album che raccontava l’inferno interiore vissuto durante il processo di transizione. Quel disco, fatto di pura claustrofobia sonora, lasciava sgomenti nel tentativo di comprendere l’incomprensibile. Oggi, “Impossible Light” – uscito a sorpresa su The Flenser – rappresenta per Uboa un notevole passo avanti creativo. Rispetto al precedente, è un lavoro meno personale e più accessibile, ma offre un viaggio emotivo forse più intenso, sicuramente più imprevedibile e coinvolgente.
“Impossible Light” esaspera la dicotomia armonia-dissonanza, alternando momenti di quiete sinistra a esplosioni incontrollate. Come un predatore che striscia furtivamente verso la preda per poi azzannarla senza remore, Uboa stende trame sonore che deflagrano copiosamente in direzione del caos. Un buon esempio di questo approccio è la terza traccia, A Puzzle, digitale e scarnificata, con glitch e rumori da un’altra dimensione, a metà tra il dolore e il vuoto interiore. Nella successiva Gordian Worm, realizzata con la collaborazione dell’artista armena Blood of a Pomegranate, si atterra su un pianeta post-industrial fatto di acciaio rovente. In Weaponised Dysphoria si mette in scena una sorta di digital-grind, apice di una rabbia che Xandra cerca di nascondere sotto un tappeto di synth, conferendo al finale le sembianze di una fragile pace.
La lunga suite conclusiva Impossible Light/Golden Flowers accende finalmente quella luce impossibile sull’esistenza intricata di Uboa. Dieci minuti di estremo saliscendi emotivo – impreziositi dalla partecipazione di Haela Ravenna Hunt-Hendrix, titolare del progetto Liturgy e regina del radicalismo sonoro – che mostrano per la prima volta le doti vocali di Xandra, una sorta di Björk demoniaca che cerca un punto di equilibrio tra la rabbia di sempre e una strana sensazione di rinascita.
In definitiva, se “The Origin of My Depression” era la testimonianza di uno stato interiore inaccessibile, “Impossible Light” è la prova di una crescita artistica. Uboa è riuscita a sottrarsi, almeno per un po’, alle maglie strette del suo dolore, condensandolo in un’opera condivisibile e ammaliante che sfida le convenzioni, e non solo dal punto di vista musicale.




