Goat Girl – Below the Waste
Recensione del disco “Below the Waste” (Rough Trade Records, 2024) delle Goat Girl. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Una delle più grandi differenze tra “questi tempi” e l’ormai mitizzato passato (benché prossimo) è che non tutte le band che iniziano un percorso musicale sotterraneo andranno a diluire il proprio sound con facilonerie che carezzino il grande pubblico per il verso del pelo, ovviamente salvo rari casi (quest’anno gli Yard Act ci hanno ampiamente dimostrato il contrario).
È il caso delle Goat Girl che, giunte alla terza prova in studio, anziché rendere più fruibile la propria proposta, in qualche modo la inaspriscono. Se già il debutto la diceva lunga circa le intenzioni del trio di South London pur non avendo ancora ben chiaro che strada prendere, “On All Fours” del 2021 parlava una lingua ben più complessa e difficilmente incasellabile, qui si va ben oltre. La scelta se fare dietrofront oppure spingere sull’acceleratore proiettandosi in avanti ha visto Pendlebury, Jones e Mullineaux propendere per questa seconda ipotesi.
Nasce così “Below the Waste”, che già dalle modalità di registrazione è una sorta di dichiarazione d’intenti: le varie parti che lo compongono sono state infatti fissate su supporto in giro per il Paese e oltre, passando dagli irlandesi Hellfire Studios allo Studio 13 proprietà di Damon Albarn che sorgono a West London, finanche in un granaio che sorge nell’Essex per poi tornare a casa propria, a Londra. Questo cambio di location si riflette ampiamente sul suono e ne fa un gran pastiche, e la cosa può risultare gradevole a seconda del risultato (ad esempio, sempre restando nel Regno Unito, gli Arctic Monkeys di “Humbug” fecero il passo più lungo della gamba). Nel caso specifico di “Below the Waste”, la sinergia Goat Girl–John “Spud” Murphy (già in casa black midi) è vincente, con lo studio di registrazione trattato come dio comanda, ossia uno strumento aggiuntivo a quelli suonati dal gruppo. Pura e semplice sperimentazione, si dirà, ma qui è necessità di rendere tutti gli strati del disco contemporaneamente distinti e il più possibile amalgamati tradendo una voglia di altrove che con la semplicità nulla ha a che spartire.
Sull’allontanarsi dal proprio centro trovando soluzioni assurde che complichino la faccenda ne abbiamo quante ne volete: tcnc è una piccola apocalisse – e se mi chiedeste un paragone non saprei dove sbattere la testa -, imballata di synth gonfi steroidati, r&b demoniaco e metriche rap che sbattono su grida hyperpunk che tradiscono liriche intinte in una rabbia tagliente e nenie alienanti; strati su strati di paranoia e dissonanze chitarristiche care al math rock Novantiano d’Oltreoceano alterano completamente ride around (viene sottolineato che in quel periodo si stavano sfasciando di Philip Glass e Deerhoof, ma giusto due cose inconciliabili), che chiude su una coda absurd-folk da mal di testa; alt rock buio come la notte reso ancor più straniante dai rumori disturbanti e where’s ur <3 si tramuta in psicosi, un solo chorus come pennellata di perfezione pop (Pendlebury e il suo lavoro vocale sublime a dominio sicuro); shoegaze rumoroidale, spinta ascensionale e brutalismo zuccherino gli ingredienti dell’enorme sleep talk.
motorway è un singolo ma a capire cos’è un singolo di ‘sti tempi…il titolo racchiude quella voglia di motirik dritto e cosmico come da tradizione krauta che però mantiene altissima la possibilità cantabile del tutto, una fuga senza girarsi indietro su strade sconosciute; non sono dritte nemmeno quando l’ambiente si fa puramente folkish, idea resa chiara dalla chitarra acustica suonata in tempi abbacinanti su tonight e ancor di più nella volatile pretty faces, tutta coralità e spazio aperto; a galloni di grunge in punta di plettro e bacchette si alimenta perhaps ma con sezione d’archi capace di passare dalla musica da camera alla follia più dissonante volta al massacro a passo noise, rampa di lancio per un cambio di passo che batte in testa; wasting è epica labirintica, caleidoscopica demolizione della linearità, sospensione indie rock che fa dei vuoti il suo punto di forza.
Quando si ha davanti un’opera totale sul subito si fa fatica ad assimilarla, per questo vi servirà più di un ascolto per capire quanto “Below the Waste” sia eccellenza atipica, abolizione di generi ormai obsoleti e superamento anche del proprio passato, incorporato e trasformato in qualcosa che salta lo steccato lanciandosi nell’ignoto. Il progetto Goat Girl si smarca da tutto e va per i fatti suoi. Scelta vincente.




