John Cale – POPtical Illusion
Recensione del disco “POPtical Illusion” (Double Six / Domino, 2024) di John Cale. A cura di Giovanni Davoli.
“Questo non è affatto ‘MERCY II’, o una raccolta di scarti” dice il comunicato della casa discografica, riferendosi al precedente album solista di John Cale, uscito un anno e mezzo fa. Se qualcuno ha letto, o leggerà (qui) la mia recensione di quel disco, due cose scoprirà: la prima è che mi manca Lou Reed, la seconda è che in un mondo più giusto i Velvet Underground sono i Beatles e John Cale è miliardario come Paul McCartney. Ma in questo mondo, Lou Reed non c’è più e John Cale è John Cale. Quindi fa le cose di testa sua, da sempre.
Una cifra distintiva che gli si può trovare in oltre 60 anni di carriera è l’amore per la staticità e la ripetizione. Che il nostro per di più rivendica da sempre. Potete trovare facilmente la sua apparizione televisiva del 1963 in cui raccontava di aver suonato in un concerto lo stesso pezzo di Eric Satie ripetuto 840 volte, per una durata complessiva di 18 ore e 40 minuti. Staticità che si riflette pure nei personaggi che popolano i video che accompagnano il disco e nella ritmica ripetitiva che caratterizza le tracce di “POPtical Illusion”. Il risultato, in quest’ultimo album, può risultare ancor più ostico, rispetto a “MERCY”, malgrado il titolo più leggero.
Ma è solo ad un primo ascolto. Poi piano piano emergono una serie di spunti. Un tentativo di pop in Daves and Waves. I’m Angry che si fa notare per una certa intensità interpretativa che non è tipica dell’artista gallese. How We See the Light, il singolo, appena un po’ orecchiabile. Oppure Setting Fires che si distingue per le sue capacità suggestive. O Shark-Shark che, seppur fedele a un martellante ritmo kraut accenna a una certa aggressività rock. La stessa traccia viene riproposta peraltro, solo su vinile, in un mix apposito che lima certe asperità. Funkball the Brewster colpisce per la sua coda, con un ritmo trascinato che accompagna una breve melodia eseguita ripetutamente da uno strumento che non posso identificare con certezza. E per chiudere il disco c’è There Will Be No River che, alla pari dell’ultima traccia di “MERCY”, inserisce un accenno di malinconia melodica.
Quindi, torniamo da dove siamo partiti. Qualcuno mi aveva insegnato tanti anni fa che “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Ossia, se questa non è una raccolta di scarti da “MERCY”, perché dirlo? Anche, dicono che in pandemia, John Cale abbia accumulato oltre 80 canzoni. Finora ne ha pubblicate solo 26, quanti altri dischi dobbiamo aspettarci negli anni a venire? E con quale criterio starebbe assemblando le varie raccolte?
In verità, tutto può essere, parlando di John Cale. Che non è Lou Reed, non ha quella sua anima rock’n’roll. E meno che mai è Paul McCartney, per carità. E quindi non credo sia miliardario. Né, a giudicare dalla musica che sforna, ha mai ambito a esserlo. Musica che richiede pazienza in chi l’ascolta e prudenza in chi ne parla. A meno che tu non ne scriva e allora, potrai tranquillamente lodare l’ennesimo grande disco di un grande artista.




