Ulcerate – Cutting the Throat of God

Recensione del disco “Cutting the Throat of God” (Debemur Morti Productions, 2024) degli Ulcerate. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

La storia si ripete. In sede di recensione di “Stare Into Death and Be Still” il collega Ivaldi disse che, in cuor suo, pensava che gli Ulcerate avessero raggiunto il loro apice artistico con il precedente “Shrine of Paralysis”, dovendo invece ricredersi. Quattro anni più tardi lo stesso ragionamento tocca a me.

Se dal punto di vista contenutistico il trio neozelandese è in piena continuità con molti altri “cittadini” dell’immaginifico Paese dell’extreme metal (la semplice adesione allo stilema death metal è saltata da un pezzo), a partire dal titolo “Cutting the Throat of God”, fino all’idea labile di morale trattata nei brani, a mo’ di concept album, e di come una volta attraversata sia impossibile tornare indietro dalla spirale di depravazione in cui si cade, da quello musicale gli Ulcerate hanno messo la freccia superando tutti quanti e mostrando loro anche un bel dito medio alzato, giusto per restare nel tema del cliché, forse l’unico possibile parlando di una band simile.

L’assoluto strapotere di Michael Hoggard, Jamie Saint Merat e Paul Kelland sta nel modo di trattare la melodia in un ambiente tanto feroce e impenetrabile. Gli intrecci chitarristici di Hoggard creano mondi demoliti di assoluta amarezza che, mentre tutto attorno va in mille pezzi sottolineato dall’obnubilante demone vocale di Kelland,dipinge un quadro a tinte fosche che stringe il cappio attorno al collo di chi osserva. La violenza è talmente tanta da spezzare il fiato, ed è come trovarsi nel bel mezzo di una tormenta fuori controllo e incessante, fatta di accelerazioni inconcepibili, furibondi attacchi a piena forza in cui Saint Merat non risparmia niente e nessuno, compreso se stesso, con incastri allucinanti, blast beat oltre il limite della follia e repentini cambi di registro. Il tutto è legato da una patina plumbea indissolubile di adamantina tristezza, un’apocalisse dissonante che incombe su ogni singolo brano marchiandolo a fuoco (una su tutte, se possibile, l’annichilente Transfiguration In and Out of Worlds, il cui tasso di disperazione è seriamente fuori scala).

Pare che nessuno sia, ad oggi, in grado di detronizzare gli Ulcerate. Il posto che occupano nel gotha dell’avanguardia metal è loro di diritto e, andando avanti così, non lo cederanno tanto facilmente.

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