Melvins – Tarantula Heart

Recensione del disco “Tarantula Heart” (Ipecac Recordings, 2024) dei Melvins. A cura di Riccardo Milasi.

Chi sono i Melvins? Una definizione sarebbe superficiale, e forse proprio per questo, di fronte a questi ragazzotti che sono al quarantunesimo anno di carriera, si rende doverosa un’introduzione storica. Nascono artisticamente a cavallo degli anni Ottanta, precisamente nel 1983, si formano nella cittadina di Aberdeen, Seattle. È fin da subito una band di larghe vedute, difficilmente definibile in una casella di genere: i fondatori sono Roger “Buzz” Osborne (frontman), Mike Dillard (batteria) e Matt Lukin (basso), gente che senza troppa grazia adorna di grilli la testa degli ascoltatori e dell’intera sfera musicale del tempo, che ne attinge senza vergogna.

Tenaci nonostante gli anni e gli scossoni a livello di formazioni, i Melvins hanno sempre mantenuto inalterata la capacità di influenzare l’intero panorama musicale degli anni ’90, mescolando più generi e senza mai uscir dal proprio giardino farneticante. Con il nuovo “Tarantula Heart” urlano ancora “presente!”, sfoggiando una formazione del tutto ristrutturata composta da Roger Buzz Osborne, Steve McDonald, Dale Crove, qui accompagnati da Gary Chester, già chitarrista dei We Are The Asteroid.

Registrato, mixato e co-prodotto dal collaboratore di lunga data Toshi Kasai per Ipecac Recordings, “Tarantula Heart” è la summa di strumentisti spavaldi in cui il ritmo e la presenza elettrica del basso non si ammorbidiscono con gli anni. Selvaggi e vigili con innata concretezza, i Melvins sviscerano a modo loro acerbe sensazioni, sotto forma di nuove creature, ammiccando in tutta onestà al doom metal. È un album che prende forma con un coinvolgimento infernale, con un’intro senza eguali,

Album che prende forma, in un coinvolgimento infernale, un’intro senza uguali, Pain Equals Funny, prima di cinque sedute che addobbano con franchezza i nostri padiglioni auricolari:

A natural curiosity about people, that’s awfully soon
Pain equals funny, and that’s exactly what I said to him
Smokin’ and Rockin’ the joint BP, with mad cow disease

Pragmatico ed essenziale nella sua analisi criptica, fuori da ogni contesto e fuori dal tempo. Canti, urla e versi in piena libertà, alla ricerca del tormento, avvolto in un romanticismo acre, da qui la figura antropologica della tarantola e del suo cuore mai domo, che può esser curato solo attraverso la musica, ripetuta, ripassata e pestata come da piena tradizione Melvins. Nessuna lista, nessuno schema, nessuna regola in questo mosaico incandescente: corali e patinati, i nostri ci spettinano con la giusta vivacità sonora in She’s Got Weird Arms.

Tarantula Heart” è un lavoro di condivisione, in cui la libertà di espressione del singolo si unisce in unica voce. Ogni brano dell’album è vivo, oggetto sovversivo, come Smiler: clinic frenetico, intento animale, degna e dilagante conclusione in veste di tempesta, accattivante nel suo sporgersi al di là della linea gialla per veder cos’altro c’è. Ma è una tempesta studiata e diretta con sapienza in un album che lascia poco al caso nel suo esser caos e che è martellante per la presenza della doppia batteria.

Enfatizzata è poi la volontà di far ricerca sonora attraverso l’azione del gruppo, partendo da sessions che sono il frutto e l’essenza dello stare insieme, e alla fine “Tarantula Heart” è un vero e proprio girato della quotidianità estratto e sintetizzato:

“Tarantula Heart” è come nessun altro disco che abbiamo fatto. Una bestia heavy metal, psichedelica che non mostra clemenza e restrizioni

Dale Crover

Insomma, la coesione di intenti che dà luce a “Tarantula Heart” è l’ennesimo spunto per la disamina del mondo che circonda gli immortali Melvins, ne esce un fuori l’ennesimo saggio che mostra quanto l’evoluzione e la capacità di rinnovarsi siano la forma di crescita artistica più elevata.

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