Melvins 1983 – Thunderball

Recensione del disco “Thunderball” (Ipecac Recordings, 2025) dei Melvins 1983. A cura di Sara Fontana.

“Thunderball” è il terzo album della formazione Melvins 1983, nella quale assieme a Buzz Osborne rivediamo Mike Dillard, batterista originale della band. A loro si aggiungono all’elettronica Ni Maîtres e Void Manes, due musicisti con i quali lo stesso Osborne ha dichiarato di non vedere l’ora di suonare. 

Come sempre, per noi poveri tristi individui col grigiore nelle vene, quando King Buzzo e chiunque lo accompagni escono con un nuovo lavoro, il cielo altrimenti plumbeo diventa strabiliante e possiamo godere della spensieratezza e delle stelline colorate che ogni essere gaudente prova appena apre gli occhi la mattina. 

“Thunderball” è fin da subito una roboante esplosione di violenza elettro-noise, chitarrone ma anche spaventosi silenzi che precedono drammatiche risoluzioni. Suona in un cupo stoner dilatato nei tempi, contiene 5 brani e comincia con un paio di pezzi corti e rabbiosi per stendersi poi in visioni più lunghe di carattere misto. Non è mai noioso e si riascolta volentieri ogni volta. Interessante è l’arrangiamento, che scorre da passaggi più atmosferici e cupi a quelli più heavy e rock’n’roll ma anche lirici che si aggrappano ad un elettronica spaziale ed acida molto artistica ed attuale. Le armonie delle chitarre creano mondi immaginari sottolineate dalle basse frequenze unite a ritmiche di batteria corpose, la voce di King Buzzo ci chiama a sé col tipico sound anni ’70 che da sempre crea questo magnifico contrasto con la modernità del suono e fa sì che i Melvins appaiano eterni in qualsiasi annata.

“Thunderball” è un album che riempie un vuoto sociale con altrettanto disagio suonato, ed ogni volta che ci prestiamo ad un ascolto “melvins” ci sentiamo meno soli. Dopotutto, una delle grandi magie di Buzz Osborne è da sempre quella di riunire gli outsider al suo sentimento tradotto in musica.

Post Simili