Kittie – Fire

Recensione del disco “Fire” (Sumerian Records, 2024) delle Kittie. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Oggi, 21 giugno 2024, dev’essere la giornata mondiale dedicata al ritorno di gruppi di cui non si sentiva esattamente la mancanza. Dopo gli earthtone9 (che pure all’epoca fecero di uno dei loro lavori verbo disallineato) con il loro francamente superfluo nuovo album tocca alle Kittie. Ci spostiamo quindi dal Regno Unito al Canada, che in comune hanno il Re e ben poco altro. In questo terreno comune è evidente stazionino le band che avrebbe fatto meglio a non tornare.

Per chi le rimembra, le quattro di London, Ontario, non erano già le punte di diamante dell’ondata nu di fine Millennio, sfondando il cambio di secolo donandoci solo ed esclusivamente album mediocri (sì, anche “Spit” del ’99 e “Oracle” del 2001, considerati dai fan come i capolavori assoluti della formazione e non solo), superate a destra da altre donne “nu-metal” virgolette dovute ben più potenti, brutali e ispirate come Tarrie B, Otep Shamaya, Sandra Nasic e Aimee Echo (e io ci metterei pure Jada Pinkett Smith coi suoi Wicked Wisdom), i cui progetti hanno confezionato (almeno all’inizio, per quanto riguarda le leader di Otep e Guano Apes) album che cambiavano il passo in un mondo ultra-testoteronico di un genere che ha finito per fare di machismo e maschilismo una disgustosa bandiera – e non sempre involontariamente.

Così, dopo ben tredici anni di silenzio, le Kittie scelgono di riprendere in mano gli strumenti e dare un seguito al già pessimo “I’ve Failed You” dimostrando come, allo stesso modo di tantissime altre realtà nate in quell’alveo alt-metallico di fine ’90, il tempo paia essere una mera questione di “far girare il calendario”, refrattarie anch’esse al muoversi costante della musica tutt’attorno. Certo, così facendo la fanbase (che a essere onesto non pensavo fosse proprio nutritissima, ma evidentemente dall’altra parte dell’Oceano le cose funzionano in altro modo) è contenta e potrà vederle in cartellone di festival in cui le ormai vecchie glorie tornano a ricordare il tempo che fu – non so quantificare il fastidio che provo per il “Sick New World” e tutto il carrozzone che si porta appresso, giusto per citarne uno.

Fire” suona precisamente come ci si immagina con le sue ritmiche quadrate e prive di alcun tipo di profondità sormontate da chitarroni plastificati lanciati in riff circolari e privi di mordente che di tanto in tanto si sdoppiano per lanciare lunghe note sospese, metodo ormai abusato in ogni dove, dal deathcore in giù, e che giustifica la presenza di due sei corde e non una sola (senza star troppo qui a parlare degli assoli heavy metal pacco che sbucano qua e là) e basso in frequenza media che non solo non fa da collante, suona anche sgradevole. Brani che potrebbero durare la metà del tempo (sui quasi quattro minuti di media due sono di troppo) senza tante ripetizioni e invece ci stanno dentro con tutte le scarpe.

Morgan Lander ci prova a metterci del suo, come già fatto in passato, ma non è sufficiente, dato che la formula è bene o male la medesima da ormai venticinque anni, le stesse melodie/cantilene numetal (riciclate dalla quasi totalità dei cantanti del genere) ripetute allo sfinimento con il rimpallo clean-growl che più che mostrarsi come vero distacco pare essere un compitino, pure mal fatto. Della rabbia che di sicuro pervade il quartetto così non si intuisce granché, se non il sound finto-aggressivo ormai adottato da chiunque, più moda che modalità espressiva e/o urgenza. Non so bene con che coraggio gli uffici stampa le definiscano “regine del metal”, ma tant’è.

Dopo aver passato in rassegna tutti i cliché possibili e immaginabili non resta nient’altro che un vuoto incolmabile fatto di brani intercambiabili e privi di identità. Non un passo avanti ma, forse, manco indietro. Puro immobilismo. Questo revival già puzza di vecchio da far spavento. Speriamo duri meno di quello post-punk…

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