“Virginia” di Enrico Gabrielli, il dipinto di un Paese il cui futuro è già criminogeno passato
La linea temporale tesa da Gabrielli è un elastico, o un loop, in cui il passato non passa mai, viene chiamato in causa ora dall’oscura provincia, ora dagli assurdi personaggi che la abitano

Da queste parti, quando si nomina Enrico Gabrielli, già si sa a cosa si va incontro. Che si parli di Calibro 35, il suo pseudonimo Der Maurer (o Enro Winstons), e tutte le sue incursioni nell’altrui lavoro, impossibili da enumerare (per chi non lo sapesse passiamo da One Dimensional Man a Vinicio Capossela, da Zeus! a Fuzz Orchestra, James Jonathan Clancy e chi più ne ha più ne metta), il suo apporto ha quell’aura di genialità quasi annunciata e ovvia, un termine che in questo caso non si teme di spendere.
In questo caso, però, ci troviamo dinnanzi all’ignoto, essendo “Virginia” il debutto del polistrumentista toscano nelle vesti di romanziere. Per l’occasione Gabrielli sceglie il colore giallo per tingere le pagine di questa opera prima, il cui svolgersi non è così scontato come si penserebbe. Se vi immaginate una sorta di “Romanzo Criminale”, la strada è veramente quella sbagliata. D’altro canto il mondo in cui il Gabrielli musicista ha descritto col suo progetto “principale” (virgolette dovute, in casi come questo), non è un mondo da cui si possa prescindere, soprattutto se il racconto si svolge nella, per citare l’autore, “quasi-isola” Italia.
In quarta di copertina l’editrice Wudz sostiene che “Virginia” sia “Un romanzo vorticoso e divertente sulla mala italiana” e non è esattamente quello che vi troverete, sempre che per “mala” non si intenda il sistema Stato, allora ci siamo. La storia si svolge in un futuro decisamente prossimo, in cui la tecnologia si è evoluta nell’esatto modo in cui ce l’aspettiamo oggi, nel 2024, con gli smartphone soppiantati dai ben più potenti (e invadenti) “hyperphone” e da un controllo statale sempre più allineato al mondo “social” e alle sue propaggini, tra droni e amenità che hanno cancellato quasi completamente il passato, o meglio, lo hanno ignorato, così come si ignorano tante vicende socialmente poco pulite qui, sulla “quasi-isola”. La linea temporale tesa da Gabrielli è un elastico, o un loop, in cui il passato non passa mai, viene chiamato in causa ora dall’ambiente, l’oscura provincia del “Granducato”, ora dai personaggi, spesso ottuagenari. La vicenda infatti si snoda all’interno della casa di riposo sorta all’interno di una villa un tempo appartenuta alla famiglia Zanghi, prima altolocata, poi disgraziata e infine soggiogata (volontariamente) dal collaborazionismo fascista. Si delinea così una realtà spaventosa che più che radici ha propaggini, tentacoli che si stringono attorno al collo di una società sbronza di attenzioni, di controllo (spesso autoimposto), desiderosa di protagonismi fallaci e una sensazione di abbandono costante, come se le rovine che vediamo nelle nostre città o in ambito rurale si siano insinuate nelle nostre menti plasmandoci a nostra immagine e somiglianza (oppure il contrario, a volte il confine è fin troppo labile).

Gabrielli non lesina certo sull’aperta critica a una realtà ormai in procinto di marcire ma la cui scadenza sembra non arrivare mai, una sospensione delineata in modo a dir poco perfetto. Le malversazioni dello Stato e il comportamento che si riflette nei suoi cittadini è sempre in primo piano e non è proprio in punta di fioretto che lo scrittore si prende uno dei comunque punti a favore di “Virginia”. Il problema, semmai, è la mancanza di equilibrio: si passa dall’attacco ai lati oscuri tipici del nostro Paese, spesso brutali nonostante l’uso di un linguaggio aulico e/o desueto (che dà al libro una patina atemporale che, francamente, adoro), alla storia vera e propria che non sempre è forte dell’urgenza tipica di questi racconti, e non parlo di efferatezza, ché non è quello il punto, ma di quel prurito che scatta quando ci si avvicina alla soluzione dell’enigma, o anche quando si è troppo distanti per carpirne appieno i contorni. In pratica, più si allarga il campo visivo più il tutto è a fuoco (stupenda la parte sulla processione Pasquale) mentre quando si restringe il tutto va leggermente fuori fuoco.
Le creature che abitano il mondo modellato dal membro fondatore dei Calibro 35, poi, hanno un primo baluginio di concretezza per poi perdersi: la protagonista, fredda, distaccata, quasi anestetizzata da un dolore che non riusciamo a cogliere, Tina, la direttrice dell’ospizio, e le sue sigarette fumate dove non dovrebbe, che il distacco lo vive in altro modo, le colleghe, ognuna con la sua storia ma mai veramente delineata, Nonno Primo e Nonno Secondo, che hanno un’enorme potenzialità per fare da ponte tra il passato che dovrebbe essere sepolto e il presente immobile e invece vengono presto messi da parte (mi ricordano infatti, in potenza, i “Bimbi” del Bar Lume di Malvaldi), il magistrato Damura, bussola morale adamantina la cui nave è preda di una burrasca umana da cui non si può prescindere, i Carabinieri “Elementari” (capirete leggendo), ridotti a macchietta ma senza mordente e, ancor meno, i degenti dell’ex-Villa Zanghi. Hanno un universo tutt’attorno e non vi si aggrappano come parrebbero voler fare.
Gabrielli, a mio avviso, sta cercando una sua voce, il suo modus operandi letterario in un settore oberato da presenze spesso sgradite o, ancor peggio, prive di colore. La tavolozza da cui attinge è ricca e, per essere un esordio, lo definiremmo un buon punto di partenza.
Autore: Enrico Gabrielli
Uscita: 12 giugno 2024
Editore: Wudz Edizioni
Pagine: 200
Prezzo: 17 €
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