“Due” di Enrico Brizzi: il ritorno di Jack Frusciante tre decenni dopo

“Due” è un romanzo elegiaco e malinconico, dedicato a tutti quello che conservano ancora quella scintilla di ribellione adolescenziale e che ancora non hanno fatto pace con la vita adulta e le sue responsabilità

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Quante volte sarà capitato di leggere un libro, innamorarsi di una storia e ritrovarsi a fantasticare su un sequel che forse non vedrà mai la luce? Cosa succede veramente dopo quel “vissero tutti felici e contenti”?

Dicembre 2005; tornavo da scuola in bus e leggevo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, un libro dal titolo curioso, con una copertina rossa e nera e, sullo sfondo, un ragazzo “roccioso” in bicicletta. Pagina dopo pagina entravo nella vita di Alex, nelle sue interminabili giornate al liceo classico Caimani – dove gli insegnanti di “letteremorte” odoravano di muffa e anche le bidelle assomigliavano a guardie pretoriane – e lo sentivo, inevitabilmente, amico. Dopotutto, a quell’età tutti siamo stati il “re degli inkazzati” e, per fortuna, alcuni lo sono ancora. Se alla me quindicenne, all’epoca, avessero detto che quella storia che suonava così amica avrebbe un giorno avuto un seguito, non ci avrei creduto. E, invece, a trent’anni di distanza dalla pubblicazione del primo romanzo (e ad almeno cinque vite dopo), mi ritrovo tra le mani “Due”, sequel partorito da Enrico Brizzi ed edito HarperCollins Italia.

“Ascoltate, gente, lasciatevi invadere dalla musica, ché la nostra canzone suona ancora per noi e per tutti” – queste le prime parole dell’Intro che ci riportano nella vita del vecchio Alex D., innamorato di Adelaide detta Aidi, in una rovente Bologna di un tardo giugno dell’anno domini uno nove nove due. Tutto è come l’avevamo lasciato. La maturità è alle porte, Alex è perennemente a pugni col presente, costretto a fare i conti col futuro. Lui e Aidi si sono trovati e riconosciuti, finalmente compresi. Ma la loro storia viene messa in pausa dalla partenza di lei per uno scambio culturale nella lontana Pennsylvania, che durerà un intero anno scolastico. 

Alex è in piena bufera esistenziale, nella penombra della sua cameretta a casa D., in fondo alla Saragozza avenue. La separazione è dolorosa in un epoca in cui non esistono i social e in cui le comunicazioni a distanza sono così diverse, tanto da portare i due protagonisti a “misurare di colpo quanto è profonda la solitudine”. Fa strano pensare a quanto sarebbe stato semplice oggi tra videochiamate e chat istantanee e di come quel modo diverso di comunicare, in fondo, non sia così lontano da noi e, soprattutto, di come quelli della mia generazione siano i suoi ultimi diretti testimoni.

Il romanzo si articola in lettere struggenti che impiegano settimane ad attraversare l’oceano Atlantico, pagine di diario e archivi magnetici del Signor Alex D., in cui sono affidati silenzi, sentimenti, sospiri, cose non dette. E poi c’è la musica, filo conduttore di pensieri e massaggi, narratrice onnisciente della stagione del lungo “arrivederci” tra i due protagonisti. La si respira in ogni pagina, la musica. Il punk e il rock anni Ottanta e Novanta, i Nirvana, David Bowie, la maglietta degli Smiths di Aidi, la maglietta di Alex con l’asterisco dei Peppers, e poi ancora i Cure, i CCCP, solo per citarne alcuni. E li senti ronzare in testa, alcuni brani, a sottolineare l’importanza che quel tipo di musica ha avuto per le generazioni di quegli anni, fino all’anno Zero. 

Tornando alla trama, mentre Aidi “la splendente” inizia il suo percorso nella scuola a stelle e strisce, il nostro Girardengo a Bologna decide che è giunto il momento di scollarsi dal divano, uscire fuori dal suo sarcofago, smettere di fissare il soffitto e lanciarsi in un InteRail – sogno proibito della sua generazione! – per le vie di un’Europa in fermento, che sta ridisegnando la propria geografia e i propri confini a seguito del crollo del muro di Berlino. A fargli da spalla in questa avventura non posso mancare i ragazzi dell’Anatre di Central Park, band “post-punk con venature ska e new wave. In pratica un cross over” con l’ambizione di affermarsi sulla scena underground e di realizzare un feat con Manu Chao, in cui Alex orgogliosamente milita. Commovente, prima della partenza, il saluto alla lapide dell’amico Martino, “l’amico più elettrico che gli fosse capitato di avere”, ormai “traslocato dalla sua stilosa camera sui colli”, morto suicida e la cui ultima lettera è sempre nei pensieri di Alex. 

I viaggi all’interno del romanzo diventano due, diversissimi tra loro e propedeutici alla crescita di entrambi i protagonisti, uniti simbolicamente dalla coperta arancione, in cui i genitori hanno avvolto Alex appena nato e che lui decide di affidare ad Aidi all’indomani della partenza di quest’ultima per gli USA.

Il viaggio di Alex sarà ricco anche di delusioni, tradimenti, crisi musicali e feroci pestaggi a Berlino, ma si riscoprirà cresciuto proprio grazie a tutte quelle esperienza, consapevole dei suoi limiti. Quello di Aidi, nonostante i dubbi e le incertezza, la porterà a trovare una famiglia nella sua host family e un’amicizia vera in Nanami, altra exchange student, e nella sua arte del kintsugi e a cedere anche alle lusinghe del giovane Larry. Le loro due storie parallele ci insegnano che ogni viaggio porta con sé cambiamenti, contraddizioni ed effetti collaterali. Il finale, però, ancora sfugge: “Non riuscirò mai più a guardarti senza pensare che, a conti fatti, siamo appartenuti ad altri più di quanto tu sia mai stato mio o io tua. Non sei stato la mia prima volta, io non sono stata la tua. Non siamo mai stati insieme, non ci siamo mai davvero lasciati. L’unica dimensione che ci spettava in esclusiva era fuori dal libro. Esiste ancora quel posto, o siamo prigionieri di due trame scontate, tu perso nel tuo film lento e cerebrale da studente italiano, io nella replica di una sitcom mediocre sulla vita da high school?” – scrive Aidi in una pagina di diario. 

A fare da contrappunto tra le due storie parallele, compare il narratore esterno, il quale osserva con affetto e benevolenza l’intrecciarsi degli eventi. La prosa di Brizzi è anche qui sperimentale, ibrida, ricca di vernacolo e modi di dire adolescenziali, perifrasi spericolate citazioni cinematografiche, di canzoni o di poesie, da Cummings ad Arthur Rimbaud, passando per Robert Frost e Henry David Thoreau, il tutto amalgamato sotto forma di dialoghi o flussi di coscienza, che come pennellate di colore restituiscono la tridimensionalità ai personaggi, così incompleti e persi perché, come diceva Calvino, non sanno di essere giovani. “Due”, come il suo precedente capitolo, si pone alla stregua di un “Giovane Holden” in salsa emiliana, secondo una felice definizione della critica. Enrico Brizzi ha la capacità di impastare cultura pop e tradizione in quello che è diventato un iconico uso sperimentale postmodernista della lingua italiana. Lo stesso uso alternativo della punteggiatura abbatte quelle che sono le differenze tra registro scritto e comunicazione verbale, e rende giustizia alla bellezza imperfetta dell’adolescenza.

“Due” è un romanzo elegiaco e malinconico, dedicato a tutti quello che conservano ancora quella scintilla di ribellione adolescenziale e che ancora non hanno fatto pace con la vita adulta e le sue responsabilità. Piacerà a chi, nel 1994, ha amato “Jack Frusciante”, col vento che scompigliava i capelli di Alex in bicicletta, mentre dalla Saragozza avenue attraversava i colli bolognesi, in cerca di Aidi.

Ma avevamo davvero bisogno di un sequel? Forse no, certe storie alimentano la propria bellezza quando restano sospese e disincantate nel tempo, nello spazio e nella memoria. “Due” di Enrico Brizzi, tuttavia, non delude le aspettative, si fa leggere facilmente e ci fa rimmerge nostalgicamente in quell’atmosfera di quando tutto “era ancora intero”: l’amicizia, l’amore, la musica, indipendentemente dalla crudele variabile del tempo. 

Autore: Enrico Brizzi
Uscita: 17/09/2024
Editore: HarperCollins Italia
Pagine: 320
Prezzo: € 19,00

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