“Ricordi” di Sinéad O’Connor, le voci di un fuoco che non si spegne mai

La voce di Sinead è quella di una persona estremamente schietta, feroce e amabile. Di voci, dice l’autrice, ce ne sono più d’una in quello che non mi va nemmeno di definire un memoir vero e proprio bensì un romanzo

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Sulla vicenda umana di Sinead O’Connor se n’è parlato in lungo e in largo. Sin troppo, per quanto mi riguarda, a dimostrazione del fatto che noi da “questa parte” del palco vediamo molto spesso coloro che lo calcano come nostri servi. Sono qui per intrattenerci e se la loro vita è un inferno, meglio ancora.

Ovviamente sto estremizzando, “noi” non siamo tutti così, ma il mondo della musica, soprattutto quello che si incontra passando dalla porta principale, ingresso che O’Connor non si è mai davvero capacitata di aver varcato, finché non è finita completamente tritata. Ci sono voluti ben quattro anni e, purtroppo, la sua prematura morte perché in Italia qualcuno si prendesse la briga di tradurlo e infine pubblicarlo. Per me inaspettatamente ci pensa Mondadori, e non posso che ringraziarli (e anche Michele Piumini per la splendida traduzione).

Non serve la citazione di Michael Stipe in copertina per sapere che, leggendo “Ricordi”, si va incontro a qualcosa di “coraggioso, affascinante e indimenticabile”, lo si capisce sin dalla prefazione. La voce di Sinead è quella di una persona estremamente schietta, feroce e amabile. Di voci, dice l’autrice, ce ne sono più d’una in quello che non mi va nemmeno di definire un memoir vero e proprio. Ripercorrere una vita complicata come la sua, minata dalla malattia mentale, non dev’essere stato facile, ancor più che viverla, ma O’Connor fa un piccolo miracolo e quello che spero stringere tra le mani è il risultato. Un romanzo, in fin dei conti e fino a un certo punto della storia.

La storia che O’Connor racconta si divide, nel libro, in tre parti, ma in realtà sono due. Una umana e personale, che risale la china di un’infanzia da incubo, narrata praticamente al presente, come se ci trovassimo assieme a lei. Lo sfondo è un’Irlanda massacrata dai propri aguzzini nascosti all’ombra dell’Union Jack, nello specifico una famiglia che viene narrata con affetto e rabbia, con dolore e trasporto, i fratelli e l’amore difficile che si scambiano l’uno con l’altra, e i genitori (straziante la lettera al padre posta in chiusura di libro), nel terrore di una madre brutalmente abusiva e un padre rimasto fin troppo lontano. I fili che O’Connor tira per tutto il libro tornano tutti, è come se fossimo lì davanti a lei, mentre prendiamo un tè e ci facciamo una gustosa canna, ce ne parla senza costringerci ad ascoltarla, tirandoci dentro a un mondo assurdo, un mondo che rinchiude le proprie figlie in istituti senza anima, un mondo che nasconde inferni che, a mo’ di mastriosca, nasconde angeli che regalano chitarre e dispensano epifanie. Amori che non finiscono mai o troppo presto, provati per persone troppo grandi o sbagliate, ma pur sempre amori e cui la narratrice dà sempre un connotato preciso e vivo. Descrive poeticamente o, anche senza descrizioni, delinea tutto.

L’altra parte è quando quella porta di cui sopra si spalanca e O’Connor entra in una realtà allucinante, giovanissima, già toccata da Dio/Allah e pronta a un debutto mostruosamente avanti (“The Lion and the Cobra”) che la preparerà senza farlo a quello che verrà dopo Nothing Compares 2 U, nel bene ma, purtroppo in misura ancor maggiore, nel male. E quello che verrà non è bello. Qui la voce di Sinead perde il connotato del romanzo e comincia a tirarsene fuori, diviene più discorsiva, ed è un piacere sentirla tanto sboccata, anche mentre parla dei suoi problemi alle prese con certe cagate (va preso letteralmente, si parla di cacca, qui), senza quasi il minimo desiderio di seguire una linea del tempo vera e propria, cosa non del tutto voluta, e anche di questo non fa mistero: O’Connor ha subìto una isterectomia che le ha demolito la memoria ed è accaduto mentre scriveva il libro, pertanto molte cose si sono perse. Non si perdono per strada le cose che contano, come l’incontro-incubo con Prince (sappiamo bene che il genio di Minneapolis era sì, per l’appunto, un genio, ma anche un incredibile stronzo), si toglie il sassolino dalla scarpa che ha la forma di una relazione-fantasma con Anthony Kiedis (un altro noto per i suoi atteggiamenti, ma questa volta non di sicuro un genio, anzi) e una miriade di altre situazione poco confortevoli, o amabili, vedi la chiacchierata con Jon Bon Jovi che porterà all’incontro con Muhammad Ali (devo creare un po’ di hype, no?) e il suo indefesso amore per il reggae e la cultura (e i personaggi) che si portava appresso, soprattutto a cavallo tra ’80 e ’90 nel Regno Unito.

Ma se pensate che sia tutto un lungo piagnisteo vi sbagliate di grosso. “Ricordi” è così diretto e affilato da non risultare mai pesante. Prende in esame anche tutto il bello che la musica le ha portato, i figli su tutto, perché tutto è portato sul vento della musica. Prende in esame uno per uno i suoi album e lo fa dopo aver terminato il racconto autobiografico vero e proprio, come spartiacque la sua esibizione del 1992 al Saturday Night Live, durante la quale ha stracciato la foto di Papa Giovanni Paolo II, un piano che aveva in mente da tanto tempo, come leggerete, e gesto che l’ha invece eletta a pari merito come eroina punk atipica (con tutto quel parlare di Dio non poteva che essere così) e paria totale. Tutto modo anche mentre parla dei suoi album traspare tutto l’amore per le canzoni e, al contempo, anche un odio profondo per molte cose, le paure e le fragilità. E il modo in cui si sofferma sulla morte, cosa fatta anche nelle sue canzoni, fa strano leggerle a un anno dalla sua scomparsa. Le figure che incontra sono tante, e sono certo che amerete in particolar modo quella di Lou Reed, almeno quanto l’ho fatto io.

O’Connor non si fa sconti e non ne fa per nessuno, e in questo negli anni non è mai cambiata, nulla l’ha fatta smuovere dal suo essere linguacciuta e combattiva. Accade anche in “Ricordi” ed è questo il suo ennesimo punto di forza. Non si fanno prigionieri qui. Come in vita, o lo adorerete oppure tutto il contrario. Quel che c’è di certo è che non rimarrete indifferenti.

Fa male però sapere che doveva essere solo la sua prima autobiografia.

Autrice: Sinéad O’Connor
Uscita: 16/07/2024
Editore: Mondadori

Traduttore: Michele Piumini
Pagine: 312
Prezzo: € 20,00

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