Krallice – Inorganic Rites

Recensione del disco “Inorganic Rites” (P2, 2024) dei Krallice. A cura di Luca Gori.

L’insistenza nel cambiamento alla lunga diviene una stabile certezza. Così alla quindicesima prova sulla lunga distanza dei newyorkesi Krallice, la potenza espressiva di quella che è una macchina per variazioni espressive pressoché perfetta non sorprende più. Il piccolo grande Odradek sonoro di Colin Marston, Mick Barr e sodali non raffredda gli entusiasmi degli appassionati neanche nel caso di questo “Inorganic Rites”.

La deflagrazione emotiva rimane la stessa che da sempre ha accompagnato la band, così come intatta è la pregevole sperimentazione tecnica che ogni volta colora le creazioni dei Krallice. E tuttavia niente mi distoglie dalla sensazione di entrare nel disco come si entra nella casa di una cara zia il giorno di Natale, con la certezza che il piacere all’arrivo sarà almeno pari a quello della fuga. Non che ci si trovi di fronte ad un’opera noiosa e l’album, come di consueto, muove tra le migliori pieghe della progressività estrema del black avant-metal; piuttosto è inverosimile la precisione e la pulizia con la quale i Krallice ripropongano sempre di nuovo il loro miglior disco.

Ebbene, quella che potrebbe apparire come l’ennesima tirata semantica sputata fuori da un recensore in vena di paradossi è invece ciò che l’ascoltatore deve aspettarsi aggirandosi tra i meandri cangianti di questo album. Come i precedenti “Porous Resonance Abyss” e “Mass Cathexis 2 – The Kinetic Infinite” anche “Inorganic Rites” è costruito su architetture raffinate e sinuose; tuttavia si tratta di ambienti freddi ed inospitali, inadatti alla frequentazione umana, come le opere di archistar progettate per essere fotografate ma non frequetate.

Così le atmosfere cupe del primo singolo Flatlines Encircled Residue risultano incapsulate nell’ambra di scelte compositive impeccabili, perfette e stilisticamente riconoscibili. Come impeccabili sono i tredici minuti di Fatestorm Sanctuary, nei quali è facile ritrovare in un colpo solo tutti gli stilemi che da sempre contraddistinguono la band, ossia una forza espressiva notevole, un uso tecnicamente sapiente delle atmosfere deprimenti, l’intreccio armonico tipico del progressive e la ricerca di una dirompente potenza di esecuzione. Tutto vero, e tutto estremamente prelibato.

Eppure, mi ostino a pensare che una band che costruisca la propria fama e trova il proprio tratto distintivo nella sperimentazione dovrebbe poter facilmente trovare la cifra giusta per superarsi. Ci sembra che tale cifra non possa essere rappresentata da una spruzzata di sintetizzatori a velo con i quali i Krallice hanno deciso di decorare quasi ogni momento dei 66 gradevoli minuti di cui è fatto “Inorganic Rites” e che in fondo sono il retaggio post pandemico della band di New York.

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