And So I Watch You From Afar – Megafauna
Recensione del disco “Megafauna” (Pelagic Records, 2024) degli And So I Watch You From Afar. A cura di Giovanni Mastrapasqua.
Lo dico subito: gli And So I Watch You From Afar, nonostante provengano da un posto freddo come l’Irlanda del Nord, sono tra le band che mi hanno scaldato maggiormente il cuore negli ultimi anni. La loro innata capacità di mescolare dinamismo, ritmo e scariche elettriche con paesaggi atmosferici altamente emozionali e di grande pathos mi ha fatto imparare ad apprezzarli parecchio fin dagli inizi. In un genere “non genere” come il post-rock, dove ormai la stragrande maggioranza delle band abusa del classico soft/loud di scuola Mono, Explosions In The Sky, Mogwai, Godspeed You! Black Emperor, risultando spesso decisamente pallose e inconsistenti o dei cloni senz’anima delle band caposcuola appena citate, gli And So I Watch You From Afar sono una vera e propria mosca bianca, dotata di una forte personalità. Intendiamoci, il crescendo emozionale è stato utilizzato anche da loro in passato, ma sempre in modo differente e molto personale, e soprattutto non è mai stato una regola imprescindibile o un qualcosa che li abbia mai imbrigliati.
Nel 2017, con il meraviglioso “The Endless Shimmering“, catalizzarono gran parte del mio tempo dedicato agli ascolti di quell’anno, probabilmente proprio per il motivo indicato sopra oltre che per la qualità delle composizioni presenti. Due anni fa è uscito “Jettison“, un lavoro che, seppur ambizioso come idea, risultava incompiuto e dove non era praticamente presente la componente più vitale del loro sound, a favore solo di quella atmosferica. Probabilmente era quello che volevano, ma in quel disco la voglia di battere il tempo con il piede e di muoversi non è stata trasmessa come accadeva in quasi tutti gli altri episodi discografici del loro passato. Onestamente, quindi, mi sono apprestato ad ascoltare “Megafauna“, il loro settimo lavoro uscito per la Pelagic Records, con un po’ di scetticismo. Le mie perplessità, per fortuna, sono state spazzate via in maniera progressiva e crescente man mano che andavo avanti nell’ascolto delle tracce del disco.
“Megafauna” infatti riprende di base il discorso interrotto con “The Endless Shimmering” ma lo amplifica e lo rinnova con qualche novità. Il riff dell’iniziale North Coast Megafauna, con un classico giro di chitarra per chi li conosce, sembra uscito proprio dalle registrazioni di “The Endless Shimmering“. Tuttavia, da metà brano in poi, la band nordirlandese riesce a stupire: si tratta di un pezzo soft/loud, ma per niente standard e soprattutto imprevedibile, dove almeno due o tre volte mi sono detto al primo ascolto: “Ah ok, finisce qui”, e invece non era così. Anche l’incalzante e super ritmata Do Mór sembrerebbe un’outtake del lavoro del 2017, fino a quando i quattro sparigliano le carte e nel momento di massimo crescendo ripartono da capo con incredibile leggerezza per poi concludere con il botto. Le chitarre di Rory Friers e di Niall Kennedy, al di là delle loro capacità tecniche indiscutibili, dialogano sempre a meraviglia come ci hanno costantemente abituati in passato, però con l’aggiunta di suoni nuovi ed incantevoli dovuti con buona probabilità alla crescita delle potenzialità della strumentistica moderna, e questo valore aggiunto lo sfruttano e lo padroneggiano benissimo.
Da qui in poi le cose si fanno ancora più serie. L’ottima Gallery of Honour, dopo un arpeggio che apre una prima parte più fracassona, quasi al limite del noise, è una traccia che definirei onirica, in cui si trova un’altra novità: improvvisamente, sotto un tappeto di riverberi, distorsioni e di tremolo picking (una tecnica chitarristica molto frequente nel post-rock), si cela infatti un pianoforte ipnotico che sembra quasi un carillon, dapprima più in lontananza, poi più presente, e che funziona alla grande all’interno del brano. L’incedere sincopato, percussivo e vagamente jazzato di Mother Belfast (Part 1), forse una lettera d’amore per la loro città natale, è davvero notevole ed è intervallato da parti più distese e incantate, ma mai tetre. Si può dire di tutto, ma non che la musica degli And So I Watch You From Afar sia cupa o dolente con quell’aura di esagerata mestizia come la stragrande maggioranza delle band che suonano post-rock. E non è assolutamente una critica, ma solo un dato di fatto. Per i quattro di Belfast, infatti, si tratta di un elemento distintivo e peculiare in più che aiuta a differenziarli e distinguerli. Il loro mondo musicale può essere a tratti malinconico, ma è intriso di un senso di dolcezza, sensibilità e in particolare di una spensieratezza di fondo che difficilmente sento in altri gruppi con sonorità simili. Dopo Mother Belfast (Part 2), dove è il ritmo a farla da padrone, Years Ago parte lenta e delicata per poi ritrovare a intermittenza scariche elettriche che si alternano a momenti di quiete.
Si arriva poi ad Any Joy, un movimento crescente continuo che risulta essere uno dei picchi in termini di intensità di “Megafauna“, anche grazie agli archi dell’Arco String Quartet e al pianoforte, e che nel finale mi ricorda vagamente, come atmosfera, la coda della loro Dying Giants. La cinematica interazione fra questi elementi è da standing ovation. Alcune parti orchestrate, come nel precedente “Jettison“, sono presenti, ma vengono utilizzate con parsimonia, e quando donano una tale profondità come in Any Joy, risultano veramente un valore aggiunto! Le influenze math e la grande abilità nelle dinamiche tornano a farsi sentire con urgenza in Button Days e nella finale Me and Dunbar, dotata di una coda armonicamente davvero interessante.
“Megafauna” è un lavoro ispirato che evoca estatiche ambientazioni, per una band che, soprattutto, ha saputo plasmare un suono caratteristico e distintivo negli anni. Gli And So I Watch You From Afar meriterebbero molti più consensi di quelli che hanno ricevuto fino ad oggi e un seguito maggiore che, specialmente dalle nostre parti, sembrerebbe ancora troppo limitato. Ed è un vero peccato!



