We Lost the Sea – A Single Flower

Recensione del disco “A Single Flower” (Dunk Records / Bird’s Robe / Translation Loss, 2025) dei We Lost the Sea. A cura di Giovanni Mastrapasqua.

Ascoltare un nuovo lavoro dei We Lost the Sea è sempre un’esperienza emotivamente intensa: è come intraprendere un viaggio all’interno di una lunga e maestosa sinfonia post-rock, dove bellezza, malinconia, dolcezza, tristezza, dolore, rabbia, luce e ombra si alternano per scuoterti con forza. Il risultato, finora, è sempre stato appagante, ma allo stesso tempo mette a dura prova la resistenza — e soprattutto l’equilibrio mentale — di chi ascolta. I We Lost the Sea, come altre band dell’universo post-rock (genere non-genere spesso atmosferico e cinematografico per sua natura), sanno scavare in profondità come pochi altri, lasciando in certi casi cicatrici indelebili nell’anima dell’ascoltatore. Lo dico per esperienza personale.

Il destino della band è stato segnato nel 2013 dalla tragica morte del cantante originario, Chris Torpy, che si tolse la vita. Paradossalmente, in modo beffardo, quasi macabro, oserei dire, proprio da questa drammatica perdita è sbocciata la carriera dei We Lost the Sea. Due anni dopo, nel 2015, la band trovò la forza per dare alla luce “Departure Songs“, un disco intensissimo, completamente strumentale, che contribuì a elaborare il lutto. Un’opera carica di emozione, capace di trasmettere tutto il dolore legato alla perdita di un caro amico. Un dolore che nel successivo “Triumph & Disaster” del 2019 prese le forme di una rabbia più esplicita.

Cosa ci si può attendere, quindi, dal nuovo “A Single Flower“, appena uscito? Forse la definitiva accettazione di un evento così traumatico?

A dire il vero, non so se questo disco sia ancora legato concettualmente alla scomparsa di Chris, avvenuta ormai dodici anni fa. Ma l’effetto che quell’evento ha avuto e continua ad avere sulla musica del sestetto australiano è ancora oggi tangibile, quasi palpabile, anche in questo nuovo lavoro.

La formula musicale della band non cambia, ma appare affinata, più ricca e stratificata rispetto al passato, soprattutto grazie a un uso ancora più vario e consapevole delle tre chitarre. In “A Single Flower“, questa caratteristica risalta forse più che mai. I classici crescendo sonori, come nell’intenso brano d’apertura If They Had Hearts, e le sezioni più atmosferiche — spesso arricchite da tocchi discreti di pianoforte — sono ancora presenti, ma risultano ancor più incisive. È il caso, ad esempio, della struggente The Gloaming, che vede anche la partecipazione del violino di Sophie Trudeau (Godspeed You! Black Emperor). Lo stesso vale per uno dei due brani pubblicati in anteprima, l’eccellente A Dance with Dead, dove questi elementi emergono con forza e precisione.

Dall’artwork e dai titoli delle tracce è evidente che qualsiasi speranza di evoluzione del dolore in gioia o serenità sia ancora lontana. Lo si percepisce anche nell’altro bellissimo brano estratto, Everything Here is Black and Blinding. E, considerando lo stato attuale del mondo, viene da chiedersi: perché mai dovrebbe essere altrimenti?

Questa traccia introduce anche una novità: un utilizzo, seppur dosato, di un’elettronica cupa e inquietante, che accentua l’angoscia nei passaggi più rarefatti. Il synth e le chitarre crescono insieme fino a esplodere nel più classico (ma sempre efficace) stile dei We Lost the Sea, raggiungendo picchi di drammaticità vicini a quelli dei Godspeed You! Black Emperor.

L’unica reale novità nella formazione è l’ingresso del batterista Alasdair Belling, che si fa sentire con forza, pur senza alterare la struttura compositiva o il linguaggio emotivo della band, rimasti sostanzialmente intatti. Si potrebbe quindi tornare sull’annosa questione: è giusto o sbagliato che una band riproponga sempre la stessa formula, anche se vincente? Personalmente, poco importa. Finché il risultato è sorprendente come in “A Single Flower“, la formula funziona.

Se vogliamo proprio trovare un difetto, forse l’unico neo del disco è la difficoltà nel riuscire ad ascoltarlo tutto d’un fiato. Da un lato per la sua durata, dall’altro per l’intensità delle emozioni che riesce a trasmettere. Ma, del resto, anche questo fa parte dell’esperienza: un ascolto come questo richiede la giusta predisposizione.

Resta il fatto che nella traccia finale, Blood Will Have Blood, di quasi 28 minuti, con tratti quasi prog per la sua epicità, è davvero complesso mantenere costante l’attenzione. Pur contenendo momenti all’altezza degli elevati standard qualitativi della band, la composizione risulta, a mio avviso, un po’ troppo sfilacciata e poco coesa nel complesso.

Detto questo, “A Single Flower” si conferma l’ennesimo ottimo lavoro di una delle band più importanti del panorama post-rock mondiale. Un disco che richiede ascolti attenti e ripetuti per coglierne tutte le incredibili sfumature. Ma se avrete la pazienza di farlo, vi assicuro che saprà toccarvi nel profondo e, ancora una volta, non deluderà chi avrà la fortuna di ascoltarlo.

Post Simili