JPEGMAFIA – I LAY DOWN MY LIFE FOR YOU
Recensione del disco “I LAY DOWN MY LIFE FOR YOU” (AWAL Recordings, 2024) di JPEGMAFIA. A cura di Federica Finocchi.
Agosto è un mese impegnativo, per tutti. C’è chi parte, chi lavora il doppio, chi si gode le ferie, chi resta intrappolato nel vortice casa – lavoro – morire per la troppa afa o per i pezzi di ghiaccio che piovono dal cielo all’improvviso – rigirarsi di continuo nel letto – repeat. Chissà a cosa pensava il nostro tanto caro e amato JPEGMAFIA, per gli amici “Peggy”, quando il primo agosto di quest’anno, zitto zitto, con giusto un paio di singoli lanciati pochissime settimane prima, ci ha lasciato sbalorditi e frastornati regalandoci l’ennesimo album che promette di fermarsi in eterno nella storia dell’hip hop (e non solo). Di sicuro lui è uno che la notte non dorme.
A soli 17 mesi di distanza dal capolavoro collaborativo tra lui e Danny Brown “SCARING THE HOES“, il rapper di Brooklyn sforna quasi a sorpresa il camaleontico “I LAY DOWN MY LIFE FOR YOU“, segno di un’inesauribile vena creativa che mai come ora prende spunto da tanti generi diversi, creando il perfetto cocktail da assaporare all’ombra della notte vicino ad un crocifisso, come ci suggerisce la stessa immagine di copertina. Soltanto il flash della fotografia – o forse un palo della luce, chissà – riesce ad illuminare arte e religione, bianco e nero, sacro e profano, lasciando a noi decidere che strada prendere per non farci divorare dalle creature che abitano quei sentieri bui in cui il rapper americano ci porterà.
14 tracce, appena 41 minuti per consacrare anche questo 2024 come l’anno di JPEGMAFIA. Anno partito con delle controversie dovute ad uno scatto divenuto iconico e fonte di meme per i più sarcastici, che ritrae Peggy in posa insieme a Kanye West, che a sua volta indossa una bellissima t-shirt di Burzum. La foto ha fatto il giro del mondo, suscitando dubbi e domande. Io quello che ho visto all’interno di quell’unica cornice è soltanto la storia dell’hip hop mondiale, semplicemente perché non voglio vederci altro, o meglio, ho scelto di non farlo. Il rapper nativo di Flatbush ha lavorato come produttore al disco di Kanye West e Ty Dolla Sign “Vultures 1” insieme a numerosi altri grandi nomi della scena hip hop mondiale. Certo, se in futuro dovesse accadere una collaborazione a tutto tondo tra West e JPEGMAFIA, lì i dubbi potrebbero iniziare ad essere leciti, viste le recenti uscite discografiche – magari solo quelle – di Kanye.
Ma questa è un’altra storia e per ora vogliamo goderci gli sbalzi sonori di I LAY DOWN MY LIFE FOR YOU, che nell’intro i scream this in the mirror before i interact with anyone dà già una netta direzione al disco, tra spinte hardcore, un rap come sempre sul pezzo e una rabbia racchiusa nei riff di chitarra, che in meno di un minuto e cinquanta conferiscono la giusta adrenalina. Si procede con il singolo SIN MIEDO, letteralmente “nessuna paura”, in un climax esplosivo che però ancora non raggiunge il suo apice, figlio comunque della scuola dei Death Grips, accostamento che lui stesso anni fa ha ammesso stargli un po’ stretto, più a causa dei fan che per altro. Come detta la regola della strada, non può mancare almeno un dissing in un album come questo e infatti nella schizofrenica traccia it’s dark and hell is hot il nostro rapper fa riferimento alle accuse di pedofilia che Kendrick Lamar ha lanciato a Drake nel loro recente scontro a colpi di strofe maledette – “private school rappers don’t know what it is/if I show you a Drac’, I ain’t playing with kids”. Il dissing procede a ritmi serrati anche nella successiva New Black History in collaborazione con il rapper americano Vince Staples.
Ecco che da qui si inizia ad uscire dalla prima parte del disco con il primo singolo don’t rely on other men, che anticipa che qualcosa di grandioso sta per succedere. Giungiamo le nostre mani, serriamole l’una all’altra tenendoci stretti, perché stiamo per salire su delle montagne russe molto pericolose. vulgar display of power – no, non l’album dei Pantera – è un brano in pieno stile del duo rapper americano Paris, Texas, in cui alla frenesia punk-rap si sovrappongono chitarre elettriche da far girare la testa, e proprio da quei riff elettrizzanti prende vita il brano JIHAD JOE che sembra uscito da porte infernali manovrate da una band hardcore metal, in cui ancora una volta Peggy ci fa entrare a stretto contatto col suo mondo fatto anche di tanta sofferenza: “Paying the price for the fame, I’ll never be normal again – I’m so terminally online, goddamn, I gotta check myself – I’m so terminally online, goddamn, I don’t respect myself”.
Atmosfere spinte e caotiche dominano la parte centrale dell’album, che nelle tracce finali si lascia andare a sperimentazioni di una certa eleganza ed ecletticità, come nella collaborazione con il rapper statunitense Denzel Curry nel brano JPEGULTRA!, tra loop di trombe che non fanno semplicemente da sfondo e l’esagitato dialogo rap dei due artisti che accompagnano la strumentazione jazzy. Don’t Put Anything On the Bible è l’incantevole ballad che ospita la voce di Sasha Rebecca Spielberg (sì, la figlia di Steven Spielberg) nota – ma neanche tanto – con lo pseudonimo di Buzzy Lee, che aveva già lavorato in passato con il rapper.
Le prime luci dell’alba cominciano ad intravedersi appena. Stanchi ma sereni ci sediamo sull’erba col naso all’insù, ad osservare i colori ascoltando il monologo finale di JPEGMAFIA, acustico, intenso, intimo, con accanto un coro femminile che sfila per le vie infestate del sentiero che ci siamo lasciati alle spalle. Sarebbe assurdo anche solo pensare se questo ennesimo grande disco del rapper sia migliore o peggiore di “Veteran” (2018) o di “OFFLINE!“ (2021), due prove importanti e necessarie che hanno consacrato Peggy nell’Olimpo della musica, non solo a livello di produzione ma anche sul piano compositivo.
Ora, non resta che portarci “I LAY DOWN MY LIFE FOR YOU” sotto l’ombrellone o sulla cima di una montagna, studiarcelo per bene e tornare preparati a settembre ché a gennaio il rapper farà tappa in Italia per un’unica data in quel di Milano e noi non vediamo l’ora.




