Quattro estati, storia dell’unico disco che non ci lascerà mai: “La fine non è la fine” dei La Quiete compie 20 anni

È stato il primo disco che abbiamo sentito vicino, che abbiamo cantato a squarciagola, nonostante la nostra timidezza, la nostra mancanza di carattere ed il pudore di chi è cresciuto in un’epoca in cui bastava affidarsi alla scienza ed al progresso per poter risolvere i propri problemi.

Luglio 1994

Dove ho lasciato la spensieratezza?

Accompagnavo sempre mia nonna a telefonare al bar della Cooperativa, in piazza. Telefonava in città, alle sue figlie e alle sue sorelle. Le invitava lassù, che c’era il tempo fresco e si stava bene e avrebbe cucinato sempre tutto lei. Ma loro rispondevano che dovevano lavorare, nonostante il caldo e le code in autostrada e lo sport in televisione. Le sue figlie venivano a trovarci nei fine settimana, e si portavano con loro un po’ del caldo della città. Si sedevano a cena e profumavano di macchina, di carta di fotocopiatrice e di acqua in bottiglia. Bastava una notte per far scomparire il profumo della pianura, del suo cemento, per annientarlo una volta per tutte. Lo avrebbero comunque recuperato domenica sera, mentre l’Italia andava avanti nella sua estate, nel suo luglio. Si truccava e si vestiva elegante, mia nonna, per percorrere quei trecento metri da casa nostra alla Cooperativa, come se dovesse andare ad un qualche avvenimento.  Indossava la gonna che usava per andare al ristorante o in qualche altra occasione speciale. Per strada salutava tutti, usciva due volte a settimana di casa e salutava metodicamente ogni persona che incrociava, come una star. Camminava veloce, come se non volesse farsi vedere mentre andava a telefonare per sapere come stesse la sua famiglia. Nonostante ciò, ci teneva sempre a salutare tutti. Entrava nel bar e subito la ragazza dietro al bancone capiva. C’erano mosche, persone sedute ai tavoli appiccicaticci di vino e spuma. Nessuno, mai, mangiava.  Infilava le mani nella cassa rumorosa frugando tra le monete nei cassettini, mia nonna le dava i soldi scambiava cinquemila lire in gettoni. La seguivo in una stanza (era la lavanderia per le tovaglie e le tende del locale), dove alle pareti bianche ricoperte per metà da una boiserie di legno chiaro era appeso il telefono. Quel telefono era l’unico mezzo di comunicazione per molti villeggianti come noi, l’unica connessione con la pianura e il caldo estivo.  
Cartoline, nessuno le spediva.
Di solito chiedevo a mia nonna il resto dei gettoni che avanzavano dalle telefonate, ma da quell’anno, il 1994, no. Feci decadere quell’usanza perché sinché ero ancora un bocha ci poteva stare, ma a quasi tredici anni, no. Avevo la mia paghetta settimanale che mi dovevo far bastare, gli optional erano un’altra cosa. Spendevo i soldi che mi davano in ghiaccioli, palloncini per gavettoni, qualche sigaretta, partite ai videogames e canzoni dal jukebox. Quell’anno al jukebox del bar della Cooperativa andavano molto i Litfiba di “Terremoto”, gli 883 e i Blur, dato che il disco degli Oasis con le canzoni che cantiamo tutti non era ancora uscito. Duemila lire, tre canzoni e una partita a Virtua Striker, con la Nigeria che ci aveva messo alle strette agli ottavi di finale in America.
“Non vuoi giocare ai videogames?” mi chiese una volta mia nonna, mentre stavamo per uscire dal bar, in quel luglio.
“No, oggi no.”
Vinsi tre mondiali con Yekini sugli scudi.

Luglio 2004

Dannoso turbare il sonno delle persone, cavie immerse nel torpore da loro voluto

Le zanzare iniziavano a pungerti sul treno. Appena ci salivi, sul 6:46 direzione Garibaldi, ma anche sul 7:01 per Centrale.  Ti beccavano e la schiena ti si attaccava ai sedili di pelle del treno per il sudore. Alcuni pendolari dormivano in strane posizioni, altri si erano attrezzati con un ventaglio. Tutti però eravamo partecipi di quel tratto mobile di destino.  Il male al collo, la gola dolente, la distanza che lentamente si accorciava, tu che te ne andavi da un posto rovente per arrivare a capire come altre persone, di un’altra regione e di un’altra città, potessero vivere quel tuo stesso caldo. Cosa pensavano, di come ne avrebbero parlato ai loro simili. D’inverno dal treno si vedevano i camini fumare, in quel luglio potevi osservare le risaie che ribollivano di sporcizia e insetti strani.
Cebio mi aveva consigliato, scrivendoci su Msn, di bere tè freddo e di comprare un giradischi. Gli avevo detto che avevo il loro split con gli Acrimonie, quello in cui le canzoni dei La Quiete avevano dei titoli lunghissimi. L’avevo trovato ad un concerto ma potevo solo ascoltare gli mp3, non avendo ancora un giradischi. Sul tè avevo potuto invece riparare in breve tempo. Ero uscito a comprarne una cassa mentre nel cortile i vicini di casa si preparavano a partire per il Salento e per la Calabria. Avevano i nonni laggiù, in luoghi dove per poterci andare dovevo mettere da parte dei soldi. Certo, erano a casa di parenti, ma si facevano comunque un mese di mare. Io, invece, riuscivo solo a starmene in camera mia, ad ascoltare musica con le tapparelle abbassate appena rientravo a casa, dolorante di ansia, di punture di zanzara e di solitudine.  L’Italia, le sue regioni, i suoi abitanti, cambiavano. Ne vedevo due dal treno, mentre gli altri le attraversavano per andare in vacanza. 

In quei giorni, quell’estate, in tanti si misero ad ascoltare il primo disco dei La Quiete, “La fine non è la fine”. Il primo disco tutto loro, il primo disco di musica fatta da ragazzi destinata ad altri ragazzi, in Italia. Faceva caldo, e ne parlavo in giro, sugli scalini, per strada, nei bar, tornando a casa mentre mi fermavo ad ascoltare.
Io avevo comprato del tè freddo ma di sera non aveva effetto. Rimaneva ancora aperta la pratica del giradischi. Era prioritaria, pensavo. La salute ci rispettava ancora, la paura del futuro blandiva i nostri fisici ancora giovani. Non vedevo ancora nel sonno un rifugio, una necessità per non sentire il calore che arrivava da fuori le tapparelle della mia camera. Non era un caldo descritto, non era una sensazione dalla quale potevo scappare. Montale ha descritto il caldo, e Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo ricordo sia stata la prima canzone di “La fine non è la fine” che ascoltai, e ci ritrovai l’autunno. Leggevo le fanzines che ne parlavano e mi ripetevo a memoria gli stacchi, i momenti di calma che si alternavano a quelli di furia. Era davvero arrivato il momento di cambiare? Cercavo ogni giorno opinioni, confronto.

Luglio 2014

Cerco le chiavi in ogni mia mera ansia

Il giradischi l’avevo comprato già da qualche anno, nel luglio del 2014. Un rigattiere, cliente come me di uno dei tanti bar della città, una sera ascoltò una conversazione tra me e alcuni miei amici riguardo a musica e strumenti musicali, si intromise e riuscì a vendermi un suo vecchio Pioneer che aveva in garage. Due casse, il piatto, la radio, era un mobiletto con  l’opzione di registrare da vinile a musicassetta. Consegna a domicilio, ascensore del palazzo per portarlo al secondo piano. Se ne doveva liberare sicuramente, ma a me non interessava: accettai senza tentennamenti. Lo portai nella casa nuova lo stesso giorno in cui andai a vedere i Napalm Death a Trecate, in treno. È tuttora una cittadina satellite. A dieci anni dall’uscita di “La fine non è la fine”, eccomi quindi ad avere a disposizione in casa già una discreta collezione. La musica usciva stentorea, da quel marchingegno che occupava praticamente mezza parete del salotto, e soprattutto non vi era distinzione tra i gruppi che non erano per i ragazzi e i gruppi che lo erano. Dovevi accorgertene tu, da solo. Ascoltavo gli split tra misconosciuti gruppi cecoslovacchi con la stessa volontà di quando mettevo a girare i Mars Volta.
Niente più treni, niente più sudore inutile, niente più a casa da solo. Per ascoltare “La fine non è la fine”, comunque, non mi è mai servito un giradischi, essendo in formato CD. Avevo paura che si potesse perdere in macchina.
Godin, nel frattempo, ci aveva da poco sbattuti fuori dal mondiale, l’ultimo a cui l’Italia avrebbe partecipato sino ad oggi. Ci rimase solo un brandello della maglia di Chiellini, e l’immagine di Suarez che si tocca le fauci seduto per terra in Brasile.

Luglio 2024

Hai scritto sul mio corpo che non è la fine

Riguardo, a vent’anni di distanza, le foto dei La Quiete di quanto uscì “La fine non è la fine”. In studio, in tour, ai concerti. In alcuni scatti ci sono anche io, alle volte mi ci sono ritrovato. Non eravamo tanto diversi, tra di noi. I vestiti, le magliette, i corpi esili e senza barbe. Ci siamo fermati al 1994, ripetendo le nostre azioni in luoghi diversi e al cospetto di persone differenti.  È come se, col passare del tempo, ci fossimo mimetizzati, grazie a questo disco. È stato il primo disco che abbiamo sentito vicino, che abbiamo cantato a squarciagola, nonostante la nostra timidezza, la nostra mancanza di carattere ed il pudore di chi è cresciuto in un’epoca in cui bastava affidarsi alla scienza ed al progresso per poter risolvere i propri problemi. Cantavamo quel ritornello che abbiamo aspettato per tutta la nostra infanzia ma che nessuno, sino a quel momento, ci aveva potuto insegnare. I ragazzi sono rimasti ragazzi, e questo è stato il loro primo e unico disco per intero in un labirinto di canzoni, amicizie, cambiamenti, verbosità. Tra ripubblicazioni in altri Paesi, tra diversi formati, per giradischi e mangiacassette. L’unico album in studio che le statistiche possano chiamare tale.

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