“Sonic Life”, vita, rumore e parole di Thurston Moore, eterno fan
Manca qualcosa, in “Sonic Life”, quel qualcosa capace di trasporre l’irruenza e il senso avant-garde che Thurston Moore ha sempre mostrato sia sul palco sia in studio, anche su carta. Se però volete una guida altra al mondo sotterraneo e se siete dei nerd fino al midollo, allora sì che fa al caso vostro

Per quanto io ami i Sonic Youth, nonché i lavori in solitaria (o almeno fino allo spettacolare “Demolished Thoughts”, che resta uno dei miei album preferiti di sempre), e nonostante all’annuncio dell’uscita del suo memoir pubblicato infine a ottobre dello scorso anno mi si siano rizzate le antenne, ho preferito prendermi il mio tempo per avvicinarmi al Thurston Moore autobiografico.
Al di là della soggettività della cosa, ossia che, a parte tutti i “nonostante” di cui sopra, la figura di Moore non mi abbia mai granché attirato, “Sonic Life” è un bel tomo e ho pensato che fosse giusto che mi avvicinassi a tanta materia solo in un momento in cui la mia abitudine di leggere un quintale di libri in parallelo non mi avesse distratto e, va detto, ci ho visto lungo. Le quasi 500 pagine che vanno a formare l’autobiografia del(l’ex) ragazzo sonico del Connecticut non sono da prendere alla leggera, nemmeno un po’.
Non è però una forte emotività (a differenza dello splendido memoir “Girl In a Band” dell’altra Sonic Youth Kim Gordon, ad oggi ancora nelle prime posizioni tra i libri “memoriale” redatti da musicisti) quella che va a ingrassare il volume che ancora non è chiaro se verrà tradotto o meno nella nostra lingua. Ad addensare questo magma di parole è invece il punto di vista estremamente geek di un personaggio anomalo nel suo essere stato lanciato nello stardom di quell’assurda stagione alternativa le cui prime scintille sono state innescate proprio dalla Gioventù Sonica. Lo sguardo di Moore è quello di un ragazzo alieno a una realtà di cui vorrebbe far parte integrante con tutte le sue forze, un divoratore seriale di informazioni, dischi, libri e band e inebriato dall’idea di rock’n’roll (come l’autore spesso e volentieri tende a rimarcare, soprattutto nelle prime battute del racconto).

T-Stone, come soleva chiamarlo Lydia Lunch, è un compulsivo collezionista e da tale si comporta anche mentre scrive. Il viaggio parte dalla natia Bethel ed è un cerchio che tende a stringersi sempre di più, portando l’autore verso la tentacolare New York City, di cui narra le gesta punk né più e né meno di quanto hanno fatto tanti prima di lui in centinaia di pubblicazioni, con un’unica differenza sostanziale: lui c’era. Descrizioni minuziose di dischi e del loro impatto sulla cultura, libri di poesie, di live a cui assiste dapprima con l’amico di una vita Harold e l’immediata infatuazione per quella scena, momenti in cui il racconto viene lasciato in sospeso per approfondirle, anche in questo caso, come mille altri hanno fatto e ancora faranno, non rendendo però al lettore quell’odore che, in molti casi, non si è potuto sentire, lo sporco della città più importante di tutte per quanto riguarda la propulsione artistica degli anni d’oro che hanno portato alla fine del secolo scorso.
Nella prima parte del libro (o dei libri, giacché è diviso in sei “book”) sembra sacrificare la propria figura a favore di certo nozionismo giornalistico, e forse è anche il punto di forza dell’operazione. La transizione di Moore da fan sfegatato, sempre ai margini delle scene che si vedeva scorrere dinnanzi, troppo timido per infilarsi in mezzo a quel marasma di personalità assurde che vedeva sfilare davanti alle porte dei locali, da Basquiat a Burroughs, da Joey Ramone (a cui è legato un gustoso aneddoto di gioventù che vi consiglio di scovare al più presto) al primo, fatidico e violento live dei Suicide al CBGB’s, i cui poi cammini incrocerà una volta fondati i Sonic Youth. Tutte le sezioni riguardanti la sua band, sono sempre raccontate attraverso la lente del fan, di uno che non si capacita di stare gomito a gomito con mostri sacri di quell’irripetibile stagione (immaginare una tavolata con membri di Swans, Bad Seeds e Einstürzende Neubauten a ciarlare e mangiare è roba da far saltare sulla sedia chiunque di noi), con i primi passi mossi dalla sua creatura pieni di estreme difficoltà e diffidenze che si porteranno dietro fino alla fine dei loro giorni, con tutti gli aneddoti salienti, però, già ampiamente eviscerati altrove e comunque sacrificati dalle tante digressioni da archivista incallito. Se si dilunga su certi album, altri li ignora, soprattutto è assente la sua carriera solista, iniziata con i Sonic Youth ampiamente sulla cresta dell’onda, forse si sarebbe potuto parlarne un po’ meno dei Television e Patti Smith e un po’ più delle proprie creazioni. Qualche sassolino dalla scarpa finisce per toglierselo uno su tutti quello di Steve Albini, ma senza mai scadere nel troppo personale, cifra dell’intero libro.
Manca infatti qualcosa, in “Sonic Life”, quel qualcosa capace di trasporre l’irruenza e il senso avant-garde che Thurston Moore ha sempre mostrato sia sul palco sia in studio, anche su carta. Se però volete una guida altra al mondo sotterraneo in cui il chitarrista ha vissuto, se siete dei nerd fino al midollo, allora sì che fa al caso vostro e della lunghezza non farete un cruccio.





