Thurston Moore – Flow Critical Lucidity

Recensione del disco “Flow Critical Lucidity” (The Daydream Library Series, 2024) di Thurston Moore. A cura di Pablo Monterisi.

Una voce senile e avvolgente, monito imperioso di una giovinezza affievolita, circondata da un carosello di pelli e trilli elettrici, apre uno dei dischi più pregni di questi ultimi anni. Il marchio compositivo di Thurston Moore è ancora intonso, corroborato da una rinnovata sensibilità vocale, che contrasta l’ultimo altrettanto solido lavoro del 2021 “Screen Time”, oscuro gioiello di sperimentazione strumentale.

Flow Critical Lucidity” è il suono di una vecchia ribellione sfumata. Frammenti melodici semplici, tre o quattro note, costituiscono l’armatura portante dei brani, a cui Moore, seguendo il suo ben noto ethos compositivo, sovrappone numerose stringhe più o meno estese di suono, che spaziano da imponenti ondate di accordi a minuscoli soffi elettrici. Dozzine di interferenze elettriche una sopra l’altra formano una robusta intelaiatura entro la quale l’autore si muove con estrema agilità.

I brani sono perlopiù circolari, basati su un motivo che permane per tutta la durata della canzone, come ad esempio la tribaleggiante New in Town, in cui la rievocazione di una giungla urbana richiama vagamente alla memoria Tom Waits, o l’ipnotica Shadow, pezzo degno dei migliori Sonic Youth. Tinte più rosee e nostalgiche invece in Sans Limites, con la collaborazione peraltro di Lætitia Sadier degli Stereolab, nonché nella stupenda Hypnogram, forse il brano che più degli altri si presta a tormentare la memoria musicale di chiunque lo ascolti per giorni e giorni.

A seguire, l’onirica We Get High, un contrasto tra melliflui metallofoni, piccole litanie scordate e roboanti chitarre direttamente da qualche astro lontano. Compito poi della ciclica Rewilding riportare l’orecchio al fermento con un ritmo di batteria che gira tutt’intorno al kit ogni quattro secondi per tutta la durata del pezzo. Conclude la cavalcata la solenne The Diver, che riassume, sfumandoli, un po’ tutti gli approcci ascoltati sinora.

Che dire se non che Thurston Moore, a 66 anni suonati e risuonati, continua a solcare territori assai poco esplorati (salvo, forse, dal gigante Glenn Branca,quasi dimenticato dai posteri), promulgando senza compromessi un certo tipo di attitudine alla musica e all’arte intera che noi tutti, figli di un mondo stanco, stiamo cercando di recuperare man mano, grazie anche al loro sacro esempio.

Auguriamoci di rivederlo presto in Italia.

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