Mercury Rev – Born Horses

Recensione del disco “Born Horses” (Bella Union, 2024) dei Mercury Rev. A cura di Fabio Gallato.

Sono talmente tante le vite e le anime dei Mercury Rev, che a volte si fa fatica a riepilogare il loro percorso artistico, passato attraverso shoegaze, psichedelia, dream pop, progressive e barocco, e che per comodità incastoniamo nell’immenso universo indie rock. E indie, nel senso di davvero indipendente, libero e slegato dagli schemi di pensiero canonici, è un termine che per la band di Buffalo, e per pochi altri in realtà, casca proprio a pennello. Nove anni dall’ultimo album di inediti, lo spompo “The Light in You”, cinque dalla non richiesta ma apprezzabile operazione di restyling di “The Delta Sweete” di Bobbie Gentry, la sensazione che tutto si riduca ormai alla scomoda definizione di “band di culto”, come a dire che quel che è fatto è fatto e nulla si può dare di più.

E invece “Born Horses”, che è arrivato inaspettato e in punta di piedi, segna l’ennesima rivoluzione per i Mercury Rev. Non tanto per la forte impronta jazz che traspare fin dalle primissime note, ma per l’approccio spiazzante di Jonathan Donahue, che non canta, ma narra le canzoni, quasi uno speaking. È un disco che trabocca di perdita e di sconfitte, da custodire e utilizzare con cautela, perché proprio come il loro album simbolo “Deserter’s Songs”, è in grado di portare l’ascoltatore fino alle soglie vertiginose dell’anima. 

In Everything That I Thought I Had Lost c’è un passaggio dove la musica pare smarrirsi, scivolando in un profondo senso di tristezza, finché all’improvviso, con dura lucidità, Jonathan Donahue pronuncia queste parole: “Everyone that I thought I had lost / One by one I keep finding, everyone I thought I had lost / I keep finding again.” È come scrutare in modo inquietante dentro una mente che è sul punto di spezzarsi, che di tanto in tanto ritrova un equilibrio precario, ogni volta come fosse una chiarezza che si accende per la prima volta, accompagnata da un pianoforte spezzato e un corno che sale sempre più alto, sempre più evanescente.

Nella traccia d’apertura Moon Swing, un jazz scuro e delicato, Donahue, si avventura in un frammentato viaggio terapeutico per cercare di far luce sui suoi continui sbalzi d’umore: è un percorso che tange temi come tanto l’abuso di farmaci quanto i ricordi di infanzia. La scelta di narrare, invece che cantare, rende “Born Horses” un disco più intimo, certo, ma le riflessioni di Donahue ci arrivano spietate: come nella bellissima Patterns, la vita è una tela inestricabile di schemi che ci incatenano da dentro, o in Your Hammer, My Heart, l’amore non può avere un lieto fine. 

Un disco dal tono scuro, intriso di sconforto, ma al contempo ricco di quel tocco di realismo magico che ha sempre caratterizzato i Mercury Rev. Ci sono però anche sprazzi di luce, soprattutto nella title-track e in A Bird of No Address. Ma non è reale speranza, è piuttosto la consapevolezza di essere riusciti ad accettare le proprie fragilità, rendendole così meno spaventose e meno motivo di vergogna. “Born Horses” è un album ipnotico, riflessivo, duro, terapeutico, l’ennesimo colore nella tavolozza infinita dei Mercury Rev.

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