David Gilmour – Luck and Strange

Recensione del disco “Luck and Strange” (Sony Music, 2024) di David Gilmour. A cura di Paolo Esposito.

Era dal 2015 che David Gilmour non usciva con un disco solista. Considerato il periodo storico non proprio indimenticabile – in un biennio David e le macerie dei Pinek Floyd diedero alle stampe “Rattle that Lock” e “The Endless River”, tutt’altro che capolavori – e il fatto che ormai sono passati più o meno dieci anni, la curiosità intorno a “Luck and Strange” era tanta: soprattutto, l’interesse degli appassionati girava intorno alla domanda se il buon vecchio Gilmour, 78 anni lo scorso marzo, avesse definitivamente imboccato il viale del tramonto.

Partiamo subito dagli aspetti commerciali, che nel tempo hanno per forza di cose determinato le fortune del chitarrista di Cambridge e della sua band. Uscito (casualmente) il 6 settembre, giorno del compleanno di Roger Waters, “Luck and Strange” presenta, oltre alla “plenaria” digitale, una versione in CD, una in vinile e una in blu-ray, con nove pezzi base più un numero variabile di tracce bonus, a seconda del formato.

L’iniziale Black Cat imprime già il marchio di fabbrica della produzione gilmouriana ed è una metaforica chiave, che apre le porte al lungo e intenso blues della title track, imbastita sui contenuti di una vecchia jam session di metà anni 2000 alla quale partecipò anche Richard Wright. Attraverso sfumature malinconiche si muove invece The Piper’s Call, che sfocia naturalmente nel romanticismo fatalista di A Single Spark e consegna all’album il suo assolo di chitarra più efficace.

Il secondo interludio Vita Brevis conduce al punto centrale del disco, non a caso la scelta ricade su Between Two Points, cover dei Montgolfier Brothers, cantata e accompagnata all’arpa dalla figlia Romany. L’introspezione e l’importanza della famiglia intorno a Gilmour sono testimoniate ancora una volta dalla presenza quasi costante ai testi della moglie Polly Samson, oltre che di Gabiel e Charlie, rispettivamente figlio suo e di sua moglie.  

Il rock più duro di Dark and Velvet Nights, che esplora i temi del matrimonio, e la nostalgica Sings precedono la conclusiva Scattered, una saracinesca che si abbassa e mostra tutto ciò che il tempo rappresenta per la vita di una persona. L’accoppiata con la copertina del disco, una bella foto scattata da Anton Corbijn, è immediata: l’uomo in alto, al centro di un torrente, che poggia i piedi su due rocce precarie per evitare di farsi travolgere dalle acque che scorrono impetuosamente, una perfetta metafora del percorso di vita messo in musica e testi in “Luck and Strange”, un disco che nella versione CD presenta l’ulteriore esercizio canoro padre-figlia di Yes, I Have Ghosts e la jam originale che da il titolo al disco.

Una fatica non da poco, che però in cambio regala il merito di essere perfettamente riuscita in tutti i suoi dettagli. “Luck and Strange” è il giusto compromesso tra i fasti floydiani e l’innegabile vena cantautorale del connubio Gilmour-Samson, una sorta di concept album che ha come tema centrale quello del nucleo familiare: non ci sarebbe alcun mondo a girare se al centro non ci fosse un’unione solida e duratura. Non è un testamento questo, bensì un attestato, un modo per comunicare quanto nella sua vita artistica passata sia stata importante la sua band e quanto oggi lo siano moglie e figli, e l’aspetto più emozionante di tutti è che il messaggio arriva all’ascoltatore in modo chiaro e preciso.

A proposito, non prendete impegni tra fine settembre e inizio ottobre, anzi, prendeteli: andate a vederlo al Circo Massimo per l’anteprima mondiale del tour, divertimento garantito.

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