Alla ricerca di un mondo incontaminato: “Into the Wild” di Eddie Vedder

“Into the Wild” appare così come un’opera di proporzioni enormi, che fonde cinema, musica e letteratura con una semplicità disarmante, dove è difficile distinguere i confini tra queste arti. Nulla avrebbe senso senza il perfetto equilibrio tra queste tre dimensioni.

Amazon button

Nel 2006 il regista Sean Penn iniziò le riprese di “Into the Wild” (film tratto dal libro di Jon Krakauer) e ingaggiò Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam, per realizzarne la colonna sonora. Pubblicato dalla J Records nel settembre 2007, l’album, della durata di trentatré minuti per un totale di undici tracce (più alcune bonus track), confermò non solo la grandezza di Eddie Vedder come uno dei musicisti più influenti della scena grunge/rock degli anni Novanta grazie ai Pearl Jam, ma anche la sua capacità di realizzare un progetto folk rock indimenticabile. Quest’album è rimasto indelebile nella memoria degli appassionati di musica e cinema, ed è stato considerato una delle colonne sonore più riuscite di sempre. Non a caso, debuttò all’undicesimo posto nella classifica di Billboard, vendendo migliaia di copie nella prima settimana.

La carriera di Eddie Vedder non ha bisogno di presentazioni: la sua voce potente e atipica, unita alla musica costruita intorno a essa dalla sua band, ha influenzato non solo numerosi gruppi, ma anche definito un intero movimento musicale. Con il progredire della sua carriera insieme ai Pearl Jam, Vedder ha sviluppato uno stile di canto sempre più autentico e rude, dimostrando la capacità di sorprendere ancora l’ascoltatore grazie alla sua voce peculiare, esplorando anche generi come il country folk. Questo percorso culmina nel suo primo album da solista, “Into the Wild”, che ha mostrato a tutti che Vedder poteva avere successo anche al di fuori dell’ombra monumentale della sua band.

Il film racconta la storia, in parte narrata e in parte vissuta, di Christopher McCandless (interpretato da Emile Hirsch), un neolaureato che decide di donare tutti i suoi averi per viaggiare attraverso gli Stati Uniti. Il protagonista è alla costante ricerca di sé stesso e della sua felicità primitiva, ispirato dai grandi classici della letteratura. Alla fine, giunge nella natura selvaggia dell’Alaska, dove mette alla prova le sue capacità di sopravvivenza. Le riflessioni e le vicende che si susseguono, unite alla pura e autentica colonna sonora di Eddie Vedder, hanno inserito “Into the Wild” tra i cult del cinema moderno. Il film, infatti, è un’opera dal profondo significato esistenziale, accompagnata da una colonna sonora capace di esprimere la dolorosa ricerca di evasione dalla realtà.

A rendere “Into the Wild” ancora più affascinante è il fatto che sia basato su una storia vera, un aspetto che amplifica il senso di alienazione e la ricerca di un mondo puro e incontaminato da parte del protagonista, che infine lo trova. La colonna sonora ha un sapore aspro, malinconico e commovente, allo stesso tempo riflessivo e autentico. Tracce come Setting Forth e No Ceiling stabiliscono l’atmosfera primordiale del disco, grazie anche all’uso del banjo, che dona una timbrica selvaggia e polverosa alla pellicola. La voce di Vedder rimane il fulcro dell’album e accompagna l’ascoltatore per tutto il viaggio:

Arriva il mattino, quando riesco a sentire che non c’è più nulla da nascondere. Muovendosi su una scena surreale, no, il mio cuore non sarà mai, non sarà mai lontano da qui.

Se c’è un aspetto da criticare, è la breve durata di alcune tracce, ma forse brani più lunghi avrebbero rischiato di appesantire l’album. “Into the Wild” va comunque apprezzato per quello che è, perché la sua essenza risiede nella continuità tra una traccia e l’altra, tra una vicenda e l’altra. Il risultato è un ottimo album, perfettamente in linea con ciò che Sean Penn cercava per la sua pellicola.

Le due tracce più lunghe dell’album, curiosamente, sono cover: Hard Sun e Society sono senza dubbio i pilastri dell’album e contengono le migliori prestazioni vocali di Vedder. Hard Sun è un pezzo imponente, arricchito dai cori e da una chitarra elettrica discreta, che non diventa mai invadente. In Society, invece, si dà maggiore importanza al testo, che riflette pienamente il viaggio del protagonista nel film. Dal mio punto di vista, è la traccia regina dell’album.

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso… Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale.

“Into the Wild” appare così come un’opera di proporzioni enormi, che fonde cinema, musica e letteratura con una semplicità disarmante, dove è difficile distinguere i confini tra queste arti. Nulla avrebbe senso senza il perfetto equilibrio tra queste tre dimensioni.

Post Simili