Molchat Doma – Belaya Polosa

Recensione del disco “Belaya Polosa” (Sacred Bones Records, 2024) dei Molchat Doma. A cura di Francesco Giordano.

Dei Molchat Doma ho un ricordo ben preciso. Era l’estate di qualche anno fa, 2021 o 2022. Era fine agosto e, come da consuetudine da qualche tempo, a Torino in quei giorni piove. O comunque è nuvoloso e la pioggia è una costante minaccia. Ero ai ToDays, quelli veri però. Quelli intimi, quelli raccolti, quelli che invitavano un gruppo bielorusso a suonare anziché popstar dall’opinabile talento. Era sera, il sole era ormai tramontato e sul palco erano finalmente saliti loro, i Molchat Doma. Nel momento stesso in cui hanno attaccato, ha iniziato a cadere dal cielo quella pioggerella dalle gocce consistenti, ma dall’intensità flebile. Quella che rompe solo le palle, insomma.

Il palco, però, era colorato da luci rosse e da lì sotto dov’ero io, dov’eravamo noi pubblico, lo spettacolo delle gocce di pioggia in contrasto con quei fari rossi e con la musica tipicamente dark e vagamente psych, fu fenomenale. Ci fu un’unione suggestionante tra pubblico e band, si era quasi un tutt’uno. Un patto implicito di trasporto in un mondo altro.

Da quel momento è passato qualche anno e son cambiate un po’ di cose. Per esempio, i ToDays non si tengono più in quello spazio e han cambiato gestione e i Molchat Doma sono finiti in tendenza su Tik Tok. Se mi avessero detto queste due cose quella sera, dopo quel concerto, non so a cosa avrei creduto meno. Finalmente, però, il gruppo bielorusso è tornato con un nuovo disco, “Belaya Polosa“, che conferma due cose: il loro respiro più internazionale a livello di suono (hanno lasciato alle spalle i loro esordi su sonorità più lo-fi) ed il loro rimanere fedeli alla loro lingua e a quella scrittura che li ha caratterizzati fin dagli esordi.

Egor Škutko, Roman Komogorcev e Pavel Kozlov sono al secondo disco con l’etichetta americana Sacred Bones (quarto in totale) e vivono ormai stabilmente a Los Angeles, considerati i dissidi politici (leggasi il testo di Kommersanty) col regime dittatoriale di Lukashenko che da decenni occupa la loro Minsk e la Bielorussia tutta. L’America e la dittatura, però, non hanno interrotto alcun tipo di legame che il gruppo ha, e continuerà ad avere, con loro origini: avendo già accennato precedentemente al discorso sulla lingua, voglio parlare del brutalismo sovietico usato e rimasto per la copertina. Come per i due dischi precedenti (Ėtaži e Monument) anche sulla copertina di “Belaya Polosa” c’è un forte richiamo, questa volta più colorato, all’architettura tipica del mondo ex sovietico. Però è sul colore più vivace che possiamo, o potremmo, notare differenze con i dischi precedenti. Il monocromo sbiadito delle copertine passate ha lasciato posto ad un brutalismo più colorato.

Cosa vuol dire? Significa che ci sono elementi di continuità col passato, ma anche una ricerca di innovazione e di differenze evidenti. Quindi, questo quarto disco della band, è una commistione tra i precedenti e la voglia di aprirsi ad altri tipi di suoni. Se da un lato ci sono le classiche sonorità della dark wave anni ’80, dall’altra ci sono suoni anni ’90 più synthpop.

I Molchat Doma si sono aperti al mondo, e al grande pubblico. Per alcuni è stata una mossa riuscita, per altri no. Diciamo che, dal mio punto di vista, questo disco è un po’ una linea bianca (traduzione del titolo) che si pone tra ciò che erano e ciò che saranno. Lo vogliamo chiamare album di transizione? Chiamiamolo pure così, ma ad avercene di album di transizione del genere. Certo, sicuramente non è “Ėtaži (forse l’album migliore del trio) e non ha quella potenza minimale, ma è un disco che ha un suo peso e che fuoriesce in grande stile dai canoni finora dettati dal gruppo stesso.

No, non è un capolavoro, ma è un disco che farà strada.

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