Duster – In Dreams
Recensione del disco “In Dreams” (Numero Group, 2024) dei Duster. A cura di Mattia Scala.
Innanzitutto, un minimo di storia. I Duster – originariamente i polistrumentisti Clay Parton e Canaan Dove Amber, a cui in seguito si aggiungerà il batterista Jason Albertini per poi abbandonare il progetto nel 2020 – si formano a San Josè, California: dopo i primi due album, “Stratosphere” del 1998 e “Contemporary Movement” del 2000, i nostri si prendono una pausa di ben 18 anni per chiudersi di nuovo in uno studio, pratica che parrebbe piuttosto comune a molti gruppi della scena shoegaze se pensiamo alle estenuanti attese per il terzo album dei My Bloody Valentine o degli Slowdive, gruppi da cui i Duster attingono a piene mani. Insomma, dal loro ritorno nel 2018 il gruppo ha pubblicato altri tre dischi: il quinto, l’ultimo in ordine cronologico, “In Dreams”, uscito proprio quest’anno.
Musicalmente parlando, è piuttosto arduo definire il sound proposto dai Duster: come già detto è presente una sotterranea affinità con i primi dischi shoegaze – “Isn’t Anything” dei My Bloody Valentine e “The Comforts of Madness” dei Pale Saints in primis, ma sarebbe ingiusto non fare almeno un’altra giustificata citazione: il movimento slow-core, nato a metà degli anni Ottanta in America e contraddistinto banalmente dal lento incidere di composizioni malinconiche, è un’altra influenza da cui i Duster pescano a piene mani, specie dal primo slowcore, quello di capisaldi come i Galaxie 500 di Dean Wareham e i Red House Painters di Mark Kozelek.
“In Dreams”, appunto. Tredici canzoni di amore e apatia caratterizzate da un sound cosmico e indolente simile a quello dei loro primi lavori così apprezzati. Il disco si apre con Quiet Eyes, una deliziosa ninna-nanna indie rock dove il tempo viene scandito da accordi di chitarra trasognanti e delicati, mentre la voce sussurrata e cullante di Parton è quanto di più rilassante possa esistere: la linea viene seguita dalla seconda Aqua Tofana, mentre con il terzo brano, No Feel, ci si sente trasportati nella Manchester dei Joy Division. Starting To Fall, come da titolo, trasporta l’ascoltatore in una spirale discendente di incubi e auto-riflessione: Close To Home e Isn’t Over sono meri esercizi riempitivi di elettronica sperimentale e atmosfere sadcore. Cosmotransporter viene anticipata da furiosi colpi di chitarra a là The Jesus and Mary Chain, un vortice di rassegnazione e frustrazione esplicitamente influenzata dalle atmosfere ben più acclamate degli M83.
In Black Lace, ottava traccia dell’album, sembra che il canto di Parton – ma più in generale la musica dei Duster – stia scomparendo, lasciando l’ascoltatore solo coi suoi rammarichi; Space Trash risulta essere il brano più debole e insipido, ma già con il successivo Backing Tapes, una successione di pesanti accordi noise risvegliano l’attenzione. Delle ultime tre tracce, la vera perla è Poltergeist, una cantilena melanconica sorretta da un flusso elettrico-rumoristico e un debole accenno melodico della tastiera.
Ascoltando per intero “In Dreams” si ha la percezione – del tutto personale – che i Duster abbiano progressivamente mollato la presa: la direzione musicale, fin dai primi brani, era piuttosto chiara e godibile, ma più si andava avanti più si aveva la sensazione di non riuscire a concludere il discorso in maniera lineare. La componente chitarristica e rumoristica presente in certi loro brani si ricollega perfettamente al noise rock di matrice melodica dei The Jesus and Mary Chain: eppure, il chitarrismo rumoristico dei Duster appare “disidratato”, svuotato di qualsiasi accezione aggressiva o molesta. Rimane solo il sogno, malinconico e sconfortato.




