Dale Crover – Glossolalia
Recensione del disco “Glossolalia” (Joyful Noise Recordings, 2024) di Dale Crover. A cura di Paolo Esposito.
Siamo tutti abbastanza concordi nel ritenere Dale Crover uno dei batteristi più influenti del rock moderno. A partire dai suoi Melvins, passando per le collaborazioni con i Nirvana (iniziate quando ancora la band di Kurt Cobain si chiamava Fecal Matter), per finire con i Redd Kross, la carriera di Dale all’interno di una band è popolata da numerose pagine scolpite nella pietra. Ciò che, diversamente, ha voluto dimostrare a se stesso e al suo pubblico è la capacità di lavorare anche come frontman, portando in sala tutto il materiale di sua produzione.
È accaduto nel 2017 con “The Fickle Finger of Fate”, poi nel 2021 con “Rat-A-Tat-Tat!”, ma in quei casi Dale aveva inciso vecchie registrazioni mai pubblicate. La situazione inedita dalla quale scaturisce “Glossolalia” è stato il partire da zero, senza una nota messa su carta ma con l’intenzione di produrre un nuovo lavoro solista. Ad agevolare il compito ci ha pensato Toshi Kasai, storico ingegnere del suono dei Melvins, al quale Crover ha subito illustrato il lavoro intorno al pezzo che da il titolo al disco.
Glossolalia è la capacità che i carismatici religiosi hanno di parlare e interpretare lingue diverse, spesso sconosciute: appena sentito quel termine, a Toshi è venuto in mente Tom Waits, che ha subito risposto presente inviando due tracce dallo stile inconfondibile che, è superfluo dirlo, si sono infilate a meraviglia in quei primi minuti di puro rock and roll. Una sorta di intro, seguita da Doug Yuletide, dai toni più morbidi ma che non lesina rasoiate di chitarra elettrica e che presenta al basso Dan Southwick, compagno di band ai tempi degli Altamont e già partecipe negli altri due lavori solisti di Dale.
Le atmosfere grunge più buie fanno la loro comparsa in I Quit e Rings, non a caso la chitarra è imbracciata e mandata in orbita da Kim Thayil, fan dichiarato e amico dei Melvins. In mezzo ci casca Blow’d Up, un pezzo di impostazione punk prima maniera. A metà del disco compare la disimpegnata Jane, dedicata da Dale in versione fan all’iconica Jane Birkin.
Con I Waited Forever si torna a fare sul serio dal punto di vista della complessità strutturale del pezzo – davvero notevole – della cupezza dei suoni e dell’intensità di canto. Altro giro, altri ospiti e doppio bersaglio preso in pieno: Rob Crow impreziosisce con la sua voce la già intensa ballad Don’t Worry About it, mentre Ty Segall firma l’intro e i riff di chitarra della breve e martellante Spoiled Daisies. Quest’ultima trova in Kitten Knife il suo seguito naturale. Il finale sancito da Punchy è un lungo, lento e ipnotico addio, che gioca su un mix composto da chitarre di sottofondo, bassline che per larghi tratti ricorda i fasti della west coast anni ‘90 e sintetizzatori, tutto in movimento su tempi dispari.
Presupposti ed epoche diverse fanno sì che la produzione solista di Dale Crover sia non vastissima ma molto eterogenea. In tutti i dischi pubblicati fino ad ora emerge la volontà di produrre un suono compatto e un flusso continuo, che però non disdegnano divagazioni sperimentali che attingono man mano piccole dosi dall’enorme bagaglio maturato in ormai quasi quarant’anni di carriera. In questo momento, per qualità dei pezzi e compiutezza di idee, “Glossolalia” si pone senza dubbio al numero 1 del terzetto, ma più di tutto, dopo le ultime note, la sensazione è che ci sia ancora del potenziale inespresso dal Crover songwriter.




