Violenza in purezza: “Misantropo a senso unico” dei Cripple Bastards

Se il grindcore è comunemente ritenuto un genere ibrido e quindi non puro di per sé, “Misantropo a senso unico” rappresenta una delle sue manifestazioni più fulgide, e paradossalmente per la sua inesauribile purezza.

Quando usciva “Misantropo a senso unico“, i Cripple Bastards erano già qualcosa di molto simile a una realtà di culto sulla scena grindcore (e dintorni) europea, non solamente italiana. Nati ad Asti alla fine degli anni Ottanta come duo voce/batteria e chitarra da un’idea di due ragazzi, Giulio “The Bastard” e Alberto “The Crippler”, che all’epoca avevano trentuno anni in due, i Cripple Bastards accolsero diversi musicisti nella fase successiva, ma soprattutto seppero distinguersi per una fittissima produzione musicale comprensiva di demotape, singoli, EP e split, prevalentemente all’interno di contesti fortemente segnati da una inscalfibile etica do it yourself. Negli ambienti metal e hardcore, il nome circolava già parecchio nel 1996, l’anno del primo lavoro lungo in studio (“Your Lies in Check”), ma – se possibile – la svolta definitiva arrivò con “Misantropo a senso unico“, pubblicato all’alba del millennio in formazione a quattro, con Giulio “The Bastard” (voce), Schintu “The Wretched” (basso), Alberto “The Crippler” (chitarra) e Walter Dr. Tomas (batteria).

In qualche modo, dunque, “Misantropo a senso unico” non arrivava come qualcosa di inatteso, ma non era altrettanto facile prevedere quanto la proposta dei Cripple Bastards potesse fare breccia nel cuore dei fedelissimi dei due generi di cui il grindcore è – teoricamente – la sintesi: l’hardcore punk e il metal, specialmente nelle sue traiettorie death e thrash (scegliete voi l’ordine: il dibattito sulle origini è ancora irrisolto). Il disco riassume sedici brani in poco più di mezz’ora di violenza inaudita e pressoché ininterrotta, con le (brevissime) pause rappresentate da stop & go funzionali soltanto a inseguire ritmi ancora più claustrofobici e forsennati, ma la furia dei Cripple Bastards non può nemmeno essere dipinta come fine a sé stessa, per quanto sia concretamente impossibile condensarne l’essenza in parole, quasi un quarto di secolo dopo.

Misantropo a senso unico” parte quasi in medias res con la titletrack: una dichiarazione d’intenti, un manifesto, sia in termini concettuali che musicali, cantata con voce strozzata a velocità sostenibili per pochi, pochissimi, una batteria che rulla talmente veloce da non sembrare, quasi, un suono percussivo, e quindi spezzato per definizione, un basso che incide come la più affilata delle lame, una chitarra che traina, o forse travolge. Non c’è alcun tipo di ricerca di qualità o di espressione meramente tecnica in “Misantropo a senso unico“, né in tutta la produzione dei Cripple Bastards: l’idea forte è quella di incarnare, appunto, un’urgenza, la loro, un suono, un’estetica che è, in primo luogo, antiestetica nel suo essere deliberatamente eccessiva; in questo, però, non c’è nulla che simboleggi il grindcore italiano meglio di questo album.

E dire italiano è quasi una nota di colore, perché i testi – che sono comunque un elemento essenziale dell’identità artistica dei Cripple Bastards – spesso non sono comprensibili. Immediata e violenta tanto quanto, o forse anche più, dello stesso sound al confine fra thrash, hardcore e crust nelle loro sfumature più estreme, la scrittura dei Cripple Bastards è un concentrato denso e scurissimo di misantropia e nichilismo, blasfemia e odio, di un estremismo che nulla ha di politico, quanto di spudoratamente e visceralmente umano. Se la band fosse una religione, probabilmente La gente mi fa schifo / lascio tutti alle spalle / tiro dritto fino all’ultimo – frase contenuta nell’opener, nonché titletrack – sarebbe l’equivalente del Padre Nostro cattolico o della shahadah islamica.

La produzione tutt’altro che ricercata, il growl e le velocità infernale rendono, di fatto, impossibile cogliere tutto, ma il problema è risolvibile con il booklet (o con un motore di ricerca…). Bastano i titoli, però, sempre più che mai eloquenti: Nascere per violentarsi, Sbocco nichilista, Dio è solo merda sono solo i tre migliori esempi dei contenuti di questo lavoro. Nonostante la voce di Giulio diventi quasi uno strumento, nonostante il rigetto di qualsiasi soluzione non si collochi su un limite da cui l’unica possibilità è un movimento centripeto, le riflessioni furenti dei Cripple Bastards sono più sincere, profonde e ricercate di quanto non dicano i titoli o gli stralci immediatamente riconoscibili. La società, pressoché con tutte le sue strutture e sovrastrutture, è colpita a picconate: si assiste al suo sgretolarsi con un certo gusto cinico, con uno sguardo disilluso e rigorosamente strabordante di un adamantino nichilismo. 

Alla fine, ammesso che serva a qualcosa, accanto ai brani già citati spiccano anche Non servire a niente (è la tua sorte), Il sentimento non è amore e Sogno un mondo senza, altri episodi emblematici di un’identità fortissima in termini tanto musicali quanto scritturali. Se il grindcore è comunemente ritenuto un genere ibrido, in quanto punto di contatto fra metal, specialmente nelle sue sfumature death, e le declinazioni più estreme dell’hardcore (punk), e quindi non puro di per sé, “Misantropo a senso unico” rappresenta una delle sue manifestazioni più fulgide, e paradossalmente per la sua inesauribile purezza. Non è un caso che sia riuscito a mettere d’accordo più o meno tutti, tanto in patria quanto fuori: il disco corre, spiazza, picchia e violenta senza curarsi di nient’altro, in un’epifania di uterino istinto.

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