Chat Pile – Cool World

Recensione del disco “Cool World” (The Flenser, 2024) dei Chat Pile. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Ci sono band che con due lustri (unità di tempo casuale) di assenza sulle spalle, una volta tornate, non mostrano alcun tipo di cambiamento sostanziale, causando magari sgomento, anche una sostanziali rottura di palle. E poi ci sono i Chat Pile.

Due anni bastano se hai la chiave giusta. “Do the evolution”, diceva una band di Seattle, in altro contesto, ma forse nemmeno troppo differente. Fanno l’evoluzione, quindi, i quattro di Oklahoma City, e per farla cambia il DNA, di poco, quel tanto che basta per spostarsi in avanti e più a fondo, come se il pozzo non avesse una fine. Il pozzo è il mondo, e i Chat Pile ci guardano dentro ma lui non restituisce nessuno sguardo. Non siamo qui a sciorinare aforismi abusati.

God’s Country”, debutto del 2022, era un mostro, letterale, qualcosa che quando l’ascolti ti annichilisce, pone domande socialmente necessarie che, sempre meno gruppi da questa parte della barricata (ammesso ne esista ancora una) si pongono, almeno non sui propri dischi. “Cool World” allora cos’è? È ancora lo stesso mostro, riapparso con sembianze sempre diverse, lo riconosci alla prima nota, ma sai che c’è dell’altro, sai che il dolore ha assunto una nuova forma. Fa sempre male, ma non allo stesso modo. Fa il nido nel cuore scavando a fondo con artigli scintillanti e affilati come non mai.

I suoni mutati fanno spavento, di quella cui corri incontro volontariamente, la violenza trasmutata, il rumore dell’apocalisse in corso sul pianeta Terra ha connotati altri. Introdotta la melodia nel tritacarne tutto cambia, crea microcosmi paranoici, terrorizzanti chitarre detonano per poi assottigliarsi, di disintegrano spostandosi sul tempo in riff scomposti e deliranti, si travestono ballando impazzite su basso e batteria, scosse sismiche che atterriscono, se le ascolti in cuffia tutto trema, sulle casse i coni si incollano, c’è una patina avant-rock fatta di psicosi anormali, dislivelli post-punk ostinati fatti di minimalismo massimalista, al crocevia tra epicità e massacro noise. Nessun passaggio è un caso, il senso di unità è nel delirio, incessante, costante, impietoso. A volte rasoio, a volte campana a morto. Mai indulgente. Mai silenzioso.

C’è un senso di buio che si fa voce, incarnato nell’incubo vocale di Raygun Busch, è Bosch consapevole dei soprusi di un mondo andato ampiamente a male, non grida e basta, traduce la corruzione dell’esistenza in parole che tradiscono tutta la fragilità umana, anche la propria, in assenza di pace per ciò che siamo, lo dice, “We got no escape, no way out”, e non lo esterna solo grazie alle parole, è un sentimento fisico, dal grido disumanizzato al sussurro “cantabile”, nulla di vendibile, niente che si possa imbrigliare, incamera con gli occhi la cattiveria umana, di una società bastarda e infernale, punitiva, la guerra è in casa, la guerra è nel mondo, abitato da demoni e vittime. Fa paura. Come “Cool World”. Se un disco fa paura, allora è giusto che esista. Non va maneggiato con cura, va vissuto, consumato fino a che si è sfiniti. Per poi ricominciare da capo.

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