“Tutto quello che avevamo era la fantasia, e tu ci hai rinunciato”: il secondo capitolo del Joker è davvero un autentico disastro?
“Folie à Deux” è un viaggio onirico vomitato addosso allo spettatore, che si ritrova ad indagare i propri buchi neri, vittima di fascino indiscusso che da sempre ha l’oscuro. Follia, guarigione e redenzioni irraggiungibili. E poi c’è l’amore, che non vince mai.

“Joker: Folie à Deux”, sequel del precedente “Joker” (film che nel 2019 ottenne un enorme successo e ben due Oscar!) è arrivato nelle sale cinematografiche e sta facendo molto discutere. Se non fosse che le critiche feroci che sta incassando sembrano oltremodo sterili, figlie di quella “insostenibile leggerezza dell’essere” che ormai pervade la nostra società, pronta a commentare la qualunque sui vari social, mondi (ahimè!) in cui la tuttologia fa da padrona.
Premesso ciò, la maggior parte della stampa ha decretato il fallimento del sequel di Todd Philips additandolo come un vero e proprio disastro, complici gli scarsi incassi al botteghino. Ma è veramente così disastroso il secondo capitolo del villain più complesso del mondo dei fumetti?
A prescindere da quelli che possono essere gusti soggettivi, andrebbe focalizzata l’attenzione sui temi trattati – in modo crudo, a tratti disturbante – nel film: follia, alienazione, amore tossico. Per chi si aspettava la storia del clown psicopatico che, sostenuto dalla compagna Lee Quinzel, porta a compimento i suoi piani malvagi, resterà sicuramente deluso. Lo spettatore viene posto di fronte ad uno spaccato esistenziale profondamente umano, clamorosamente fragile. F. Boille dell’Internzionale l’ha definitiva “una grande opera sulla solitudine”; ed io non posso che concordare.
Facciamo un passo indietro. “Folie à deux” (letteralmente, “follia condivisa da due”) o meglio conosciuto come “Disturbo Psicotico Condiviso” è una rara sindrome psichiatrica, nella quale un sintomo di psicosi, spesso una convinzione delirante, viene trasmessa da un individuo all’altro. Se a tutto questo ci aggiungiamo il sentimento amoroso a complicare tutto, il caos è alle porte.

– Attenzione! Da qui in poi, spoiler! –
Arthur Fleck, interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix, è incarcerato nell’Arkham Asylum for the Criminally Insane con l’accusa di omicidio plurimo, in attesa del processo che sentenzierà la sua pena. La figura del Joker è ormai un vero e proprio antieroe a Gotham, un fenomeno pop-culturale, tanto da aver creato un esercito di fan al seguito. Si veda il cartone animato che apre il film, intitolato Me and My Shadow, il quale non solo rinfresca la memoria degli eventi televisivi del Murray Franklin Show, ma introduce quello che sarà il tema chiave del sequel: il processo si trasforma nel viaggio interiore del protagonista, in un eterno oscillare nella sua dualità: Arthur e il Joker. Le guardie del carcere, artefici di umiliazioni e soprusi nei suoi confronti (quanto questa cosa ci ricorda della precaria condizione delle carceri in Italia?), guidate dal sadico Jackie (Brendan Gleeson), continuano a chiedergli: “Hai una barzelletta per noi oggi?”. Ma Arthur è senza barzellette e senza sorrisi. Durante l’ora di musicoterapia, Arthur incontra Lee Quinzel (interpretata da Lady Gaga),lei stessa fan del Joker, e se ne innamora all’istante. Ma di chi è davvero innamorata Lee? Dell’uomo o della maschera?
Su questo punto, potremmo discutere per ore. E questo è il secondo tema portante del film: l’amore tossico tra due personaggi in fuga da una realtà opprimente, due giullari che, tra musica e passi di danza, ballano rovine, cullati dalle loro fantasie. La scelta da parte del regista di stravolgere completamente la formula precedente del thriller psicologico per rendere “Joker: Folie à Deux” un musical è sicuramente audace, probabilmente poco commerciale, ma calzante: la musica diventa il fuoco sacro dell’immaginazione delirante di una mente distrutta. Il dolore di Arthur traspare dallo schermo in ogni fotogramma e il canto del Joker somiglia alla sua iconica risata: grottesco, nervoso, teso e dolorante. Canzoni vere ed immaginarie sono sparse per tutta la durata della pellicola: si passa da note melodie hollywoodiane a successi pop vintage, alcuni mixati con l’inquietante e fragorosa colonna sonora di Hildur Guðnadóttir. Sulle capacità canore di Lady Gaga, nulla quaestio. La cantante statunitense riesce a mantenere la scena col suo solito carisma, nonostante il suo, a dispetto delle aspettative del titolo, sia un ruolo secondario. L’interpretazione di Joaquin Phoenix resta, anche stavolta magistrale. Notevolmente ancora dimagrito per il ruolo, la sua fisicità si fonde al personaggio, quasi come una figura di un dipinto di Bruegel, col corpo contorto dal tormento perpetuo del suo inferno personale. È interessante notare la contrapposizione della palette cromatica, prima e dopo l’incontro tra i due personaggi. All’inizio le tonalità sono grigie e cupe; si viene trascinati nel mondo sporco del manicomio in cui vive Arthur. In un secondo momento, tornano le tonalità tipiche del guardaroba del Joker: il giallo zafferano intenso, il verde smeraldo, il rosso sangue, il blu acceso.

La lotta interiore tra le due personalità che vivono nel corpo e nella mente di Arthur ha una svolta sul finale. A seguito di un’esplosione nell’aula del tribunale, Arthur ne resta indenne, tratto in salvo dai sostenitori del Joker, da cui, però, decide di fuggire. Poco dopo incontrerà nuovamente Lee Quinzel, la quale, innamorata in fondo della maschera del Joker, non riconoscerà quell’uomo come tale e concluderà la loro relazione con un freddo e spietato addio. Arthur, devastato, viene nuovamente catturato e riportato Arkham, dove viene pugnalato a morte da un giovane detenuto. Mentre in primo piano lo spettatore assiste alla visione dell’uomo morente, sullo sfondo il ragazzo si incide un sorriso sul volto. Che con la morte di Arthur Fleck sia nato il vero Joker? A voi tutte le possibili interpretazioni del caso.
Neo, se vogliamo definirlo tale, del film è la mancanza di una continuazione coinvolgente col capitolo precedente. Tra una sequenza onirica musicale e l’altra, la storia sembra non andare mai davvero avanti. Il venir meno di una trama sostanziale, rende il film troppo lungo e spesso mancante di un vero e proprio equilibrio portante all’interno della sua teatralità musicale.
“Folie à Deux” è un viaggio onirico vomitato addosso allo spettatore, che si ritrova ad indagare i propri buchi neri, vittima di fascino indiscusso che da sempre ha l’oscuro. Follia, guarigione e redenzioni irraggiungibili. E poi c’è l’amore, che non vince mai.
Da vedere? Assolutamente sì.




