Il capolavoro dell’hard-rock nel frastuono dei mass media: “Led Zeppelin II”
Il rock aveva bisogno di un nuovo volto, più pesante e meno aristocratico, fuori dalle lobby del passato. Era il momento di correre rischi, di cambiare, ma anche di avere paura: iniziava infatti una vera e propria decostruzione del blues per renderlo più feroce e mistico, aprendo la strada a una nuova musica mai sentita prima.

Molto facilone il “Back in Time” di oggi, poiché parleremo di una band che ha segnato profondamente la storia dell’hard rock: i Led Zeppelin. Il loro stile, infuocato e innovativo, affonda le radici nel blues polveroso e saturo della fine degli anni ’50 e dei primi ’60, con artisti come Lonnie Donegan. In quegli anni, il rock era ancora in una fase primordiale, legato a influenze folk, skiffle e country. Il genere aveva bisogno di una scossa, ma erano poche le band capaci di dare vita a un cambiamento così radicale.
È il 1968, e non c’è bisogno di troppe presentazioni: i Led Zeppelin, tra il 1969 e il 1971, sono stati protagonisti di una vera rivoluzione musicale, gettando le basi di quello che sarebbe diventato il rock del futuro. Con i loro primi cinque album, la band conquistò le classifiche e lasciò un segno indelebile nella cultura musicale mondiale.
L’album di oggi è “Led Zeppelin II“, che rappresenta una tappa fondamentale nel percorso della band britannica, accentuando ancora di più le sonorità hard rock che li avrebbero definiti. Tuttavia, la creazione di questo capolavoro non fu semplice: la band era reduce da tour interminabili e la casa discografica, la Atlantic Records, premeva per un nuovo disco. Composto on the road, tra un concerto e l’altro, Jimmy Page ha raccontato in un’intervista:
Non avevamo tempo, scrivevamo le canzoni nelle stanze d’albergo. Quando l’album è uscito, eravamo veramente stufi. Lo avevamo ascoltato così tante volte, in così tanti posti diversi. Penso che avevamo perso fiducia in esso.
Le sessioni di registrazione di “Led Zeppelin II” si svolsero in una vasta gamma di studi, da Londra fino a Memphis, oltre oceano. Mixato in soli due giorni da Eddie Kramer, l’album vide finalmente la luce, accolto da un boato di successo. Non c’è bisogno di soffermarsi troppo sulle vendite e sui riconoscimenti: questo è l’album di brani leggendari come What Is and What Should Never Be, Heartbreaker, Thank You, Moby Dick, e naturalmente Whole Lotta Love, con la sua struttura travolgente e ipnotica, diventato simbolo dello stile musicale dei Led Zeppelin.

Si tratta senza dubbio dell’album più duro della loro discografia e uno dei pochi a raggiungere il primo posto nelle classifiche britanniche e statunitensi in pochissimo tempo. Curiosamente, l’album venne soprannominato dai fan “il bombardiere marrone” per via del colore dominante sulla copertina e dell’immagine dello zeppelin sullo sfondo.
Dietro al successo, però, c’era anche una certa tensione con l’etichetta discografica. L’Atlantic voleva sfruttare il mercato dei singoli, ma i Led Zeppelin non erano disposti a comprimere i loro brani, che spesso superavano i tre minuti richiesti per la programmazione radiofonica. Ad esempio, non si poteva certo ridurre The Lemon Song, la loro reinterpretazione di Killing Floor di Howlin’ Wolf. In mezzo a tutto questo caos tra successo e compromessi, la stampa snobbava paradossalmente la band, mantenendo un atteggiamento freddo e distaccato di fronte alla loro ascesa.
Il rock aveva bisogno di un nuovo volto, più pesante e meno aristocratico, fuori dalle lobby del passato. Era il momento di correre rischi, di cambiare, ma anche di avere paura: iniziava infatti una vera e propria decostruzione del blues per renderlo più feroce e mistico, aprendo la strada a una nuova musica mai sentita prima. Da questo punto in poi, band come Aerosmith, AC/DC, e gruppi heavy metal come Judas Priest e Iron Maiden, nonché formazioni più orientate al progressive come i Rush, erediteranno questa rivoluzione sonora. Anche le band degli anni ’90, come Pearl Jam, Smashing Pumpkins e The White Stripes, trarranno ispirazione dai Led Zeppelin, così come progetti più recenti, come i Greta Van Fleet, anche se spesso criticati per il loro stile derivativo e prefabbricato.
Non molto tempo dopo l’uscita di “Led Zeppelin II“, cominciò però un periodo più oscuro per la band, segnato dalle accuse di plagio. Alcuni brani furono infatti oggetto di dibattito: l’introduzione e la chiusura di Bring It On Home richiamano l’omonimo pezzo di Sonny Boy Williamson, mentre Whole Lotta Love condivide alcune parti del testo con You Need Love di Willie Dixon. Tuttavia, il celebre riff e la struttura della canzone sono da attribuire interamente a Jimmy Page.
In conclusione, “Led Zeppelin II” rappresenta un punto di riferimento per capire cosa significhi perfezione nell’hard rock. L’album è il simbolo di un equilibrio perfetto tra innovazione e tradizione, seguito poi da altri lavori più sperimentali e psichedelici, in cui la band esplorerà anche sonorità orientali. I Led Zeppelin sono una vera e propria icona mondiale, una band composta da quattro musicisti straordinari, capaci di ridefinire per sempre l’industria musicale, le performance dal vivo e la produzione discografica.

Post Simili

50 anni di “Physical Graffiti”: l’apice dei Led Zeppelin

“Queen II”: il disco che ha riscritto la storia del rock compie 50 anni

Train – Train Does Led Zeppelin II


