50 anni di “Physical Graffiti”: l’apice dei Led Zeppelin

“Physical Graffiti” appare nel suo cinquantesimo compleanno come una opera monumentale che fotografa una band leggendaria all’apice della sua forma artistica, prima che iniziasse il declino degli anni e dei due dischi successivi.

Un giorno a New York, saltai sulla metro fino alla stazione “8th Street-NYU”, nell’East Village. Da lì proseguii deciso a piedi fino al 96-98 di St. Mark’s Place. Arrivato alla meta, mi fermai in silente ammirazione per diversi minuti. All’epoca abitavo a New York, non ero un turista, voglio dirlo perché fa una differenza. E la decisione di andare a vedere il palazzo sulla copertina di uno dei miei dischi preferiti era venuta dopo qualche tempo che mi trovavo in città. Volevo che l’esperienza fosse il più possibile da “locale”, non da “turista”. Quella prima volta, scattai una foto e la condivisi, senza didascalie, con la chat degli amici in Italia che potevano capire. Uno di loro mi rispose così: “well, well, well, so I can die easy”. Aveva capito tutto e scusate se non vi spiego il perché. Il palazzo non era cambiato per nulla rispetto alla copertina di “Physical Graffiti”: sembrava di avercela davanti. L’unica aggiunta era, al piano terra, una specie di baretto denominato, giustamente, “Physical GraffitiTea”. Non vi entrai, il tè non è tra le mie bevande preferite. Anche se apprezzai l’importanza che gli americani danno ai simboli della “pop culture” e di come se ne può trarre qualche soldo. Da quel momento mi ripromisi di passare lì davanti altre volte, quasi per caso, finché avrei avuto la fortuna di vivere nella grande mela e mantenni la promessa. Volevo provare la sensazione di essere immerso e parte dei luoghi simbolo della musica che amo. L’East Village è il quartiere migliore di Manhattan per stimolare un rock fan.

Sono oggi passati sette anni da quando ho lasciato New York, e questo è il primo aneddoto che mi attraversa la mente mentre mi accingo a scrivere dei cinquant’anni di “Physical Graffiti”. Per me, parliamo del miglior album dei Led Zeppelin e basta un veloce giro in rete per confermare che la mia è una opinione isolata. Qualcuno lo mette al secondo posto, qualcuno più dietro ancora. Ma nessuno osa mettere in discussione il primato di “Led Zeppelin IV”. Sara perché ivi compare Stairway to Heaven? Beh, anche basta con Stairway to Heaven. Vuoi mettere In the Light, se parliamo di rock ballads? Così come non dovete venirmi a menzionare “Led Zeppelin II” e il riff di Whole Lotta Love, quando qui abbiamo gioielli come The Wanton Song.

Ma ricominciamo da capo. “Physical Graffiti”, il sesto album dei Led Zeppelin,fu prodotto nel corso del 1974 e venne pubblicato ventitré mesi dopo il precedente “Houses of the Holy”. Lo iato maggiore, fino allora, tra due dischi della band. In mezzo c’era stata una crisi di John Paul Jones che nel 1973 pensava di abbandonare la causa. Intervenne provvidenzialmente il mitico manager Peter Grant, sempre protettivo nei migliori interessi della band, che lo convinse a prendersi un riposo. Quindi, ad inizio 1974, li riportò tutti e quattro in studio con calma, nel ritiro bucolico di Headley Grange. E lì le cose funzionarono talmente bene che i quattro si ritrovarono con otto tracce per oltre cinquanta minuti di musica, più di quanto potesse contenere un singolo vinile. Decisero dunque di allungare il brodo fino a fare un disco doppio e allo scopo ricorsero ad una serie di outtake dei loro precedenti tre dischi, brani registrati e scartati.

Photo: Charles Bonnay

Il risultato finale sono quindici tracce e ottantadue minuti. Il primo vinile (o Volume, come dicono oggi i servizi di streaming) e le prime sei tracce sono implacabili. Tre hard rock definitivi: Custard Pie, The Rover, Houses of the Holy. Gli ultimi due recuperati dagli scarti di “Houses of the Holy”, cui vennero aggiunte solo qualche sovraincisione di chitarra in The Rover. In My Time of Dying è invece un vecchio blues di Blind Willie Johnson che aveva già ripreso Bob Dylan nel suo album di esordio e che gli Zeppelin fanno durare undici minuti, scandendolo con enorme lentezza e pesantezza. Ciò grazie alla vena di John Bonham che, in quel 1974, era al top. Fu lui, difatti, a concepire tutti gli stop-and-go della traccia e a condurre i quattro boys lungo tutto il brano, fino a segnarne la fine con un colpo di tosse al microfono e la frase successiva: “è il take giusto, no?”. Tutto riportato su disco per dare la sensazione ai fan di come gli Zeppelin fossero una band di artigiani che aveva a cuore la qualità di ciò che registrava su disco. Trampled Under Foot nasce invece da una jam session a Headley Grange guidata da John Paul Jones al clavinet. Anche qui fu fondamentale l’apporto di Bonham che decise di dare alla traccia la ritmica e l’impronta funk con cui fu poi immortalata su disco. Infine Kashmir, che oggi è riconosciuta come una delle principali canzoni della band. Tutto nasce da un riff di Page che usa per la sua chitarra l’accordatura celtica: Re-La-Re-Sol-La-Re. Anche qui fondamentale l’apporto delle soluzioni ritmiche di Bonham che verrà accreditato come coautore. I due registrano il demo, cui John Paul Jones aggiungerà un mellotron che conferisce una grandiosità “prog”. 

A questo punto, i critici dell’epoca che avevano accolto con qualche scetticismo “Houses of the Holy” malgrado il solito solidissimo successo commerciale, già erano conquistati. Già solo il primo vinile e queste sei tracce dimostravano come i Led Zeppelin erano andati oltre i cinque precedenti album, consolidando la loro fama nell’attualizzare al meglio il blues classico, trovare i riff più sporchi e catchy e agganciarsi al sound progressive che in quegli anni impazzava, pur rimanendo una band di hard rock. Già i primi due lati del doppio album, con un John Bonham a palla, un Robert Plant intenso come non mai, un Jimmy Page sporco e cattivo e un John Paul Jones sempre più uomo-orchestra, potevano essere sufficienti per consegnare l’album nella leggenda.

Poi si cambia il disco e anche le cose cambiano. Le nove tracce del secondo vinile hanno una qualità meno omogenea. Si comincia con In the Light che è un altro capolavoro “prog”, non da meno di Kasmhir. Page sperimenta con un archetto sulla chitarra acustica. Jones ricorre al sintetizzatore, manco fosse Keith Emerson. Sia Plant che Page avranno successivamente modo di cantare le lodi della canzone: 8 minuti e 46 con una serie di passaggi e ritorni  dal lento al meno lento, magistralmente teleguidati da Bonham che qui ci regala alcuni dei migliori “fill” della sua carriera. Da lì in poi, la qualità del disco si fa incoerente. Brown-Yr-Aur è un esercizio per sola chitarra acustica con una suggestione da folk celtico tipico di “Led Zeppelin III” dai cui scarti proviene: notevole, anche se un po’ fuori luogo nel contesto. Fa comunque prendere un bel respiro all’ascoltatore in mezzo a tanta intensità. Respiro che prosegue con Down By the Seaside, un episodio minore nella discografia degli Zeppelin che pare un country-rock alla Neil Young. Ten Years Gone è un altro episodio minore con il difetto di durare oltre 6 minuti. In questa sede gli intermezzi, gli stacchi e le riprese comandate da Bonham non hanno la stessa carica che in altre tracce del disco e appaiono più scontati. Simile discorso si potrebbe fare per Night Flight, chiassoso country-rock dominato dall’organo Hammond. Ci si rifà con The Wanton Song: rock duro che più duro all’epoca era difficile. Si basa su un riff pesante di Page sul quale Bonham ci fa uscire di testa e ci fa saltare il culo sul divano. Per il suo assolo di chitarra, Page impiega un’eco all’indietro (dove l’eco si sente prima della nota) e rilancia il suono della sua chitarra attraverso un altoparlante Leslie. Una tecnica che usava con gli Yardbirds e che nei precedenti dischi degli Zeppelin veniva boicottata da parte degli ingegneri del suono. Ormai gli Zeppelin erano una band all’apice alla quale nessuno osava più dire cosa fare e non fare. Boogie With Stu va ascritto nella casella “cazzeggi”: una jam con il tastierista dei Rolling Stones, Ian Stewart, scartata da Led Zeppelin IV. Ha una sua dignità invece Black Country Woman, una sorta di ballad velocein cui Plant dà il massimo, anche all’armonica. Registrata all’aperto durante le session di “Houses of the Holy” e per questo all’inizio si sente il motore di un aeroplano che passava da quelle parti. Sick Again comincia con una schitarrata che preannuncia l’esplosione degli AC/DC qualche anno dopo. Tutta la traccia è una scarica di adrenalina, condotta dal tipico interplay Page/Bonham che ha le sue origini nel be-bop.

Con tale collezione di pezzi, malgrado una qualche disomogeneità dovuta alla necessità di allungare il brodo, “Physical Graffiti” appare comunque, nel suo cinquantesimo compleanno, come una opera monumentale che fotografa una band leggendaria all’apice della sua forma artistica, prima che iniziasse il declino degli anni e dei due dischi successivi. Gli ultimi che avanzavano prima che la tragedia bussasse alla porta e portasse via uno dei quattro ragazzi che si erano fatti milionari in una manciata di anni di stravizi, tour con jet privati, rock’n’roll creativo e adrenalinico. Altri tempi. Che per un attimo potrete respirare se andate a New York al 96-98 di St. Mark’s Place.

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