The Offspring – Supercharged
Recensione del disco “Supercharged” (Concord, 2024) degli Offspring. A cura di Imma I.
Tempo fa una persona a me cara disse: – “Se sei triste, ascolta il punk!”, presi per buono quel consiglio e iniziai a fare così, dopo anni passati a sentire pop italiano melodico, romantico, ho deviato nettamente sul punk e la mia vita è radicalmente cambiata: i drammi non avevano più senso di esistere senza colonne sonore sulle quali crogiolarsi, e la tristezza, la malinconia e tutte le negatività, che una mente troppo giovane in una città di provincia possono produrre, si sono cancellate. Rimosse. Eliminate. Dissolte. Il cielo ha ritrovato il suo colore originario.
Il punk è nato morto per molti, eppure non muore mai. È un anziano redivivo che incede con la forza dell’ultimo highlander rimasto in piedi.
È anche vero che in California riesce molto bene. Soprattutto quello scanzonato, gioviale e disimpegnato, sarà tutto il sole che batte sulla costa, l’oceano che movimenta le giornate, ma sembra che per questi ragazzi di sessant’anni il tempo non passi mai e, allora, nel quarantennale della loro carriera The Offspring hanno pubblicato il loro undicesimo album in studio dal titolo “Supercharged”, con ben dieci tracce.
La prima cosa che però si nota è la copertina dell’album che sembra parlarci di tinte metal, con uno scheletro in primo piano, i fulmini che lo trapassano e quel font evocativo che vorrebbe introdurci in qualcosa di nuovo per la band, che nel corso del tempo ci ha abituati già a incontri con altri generi musicali, ma spiace deludervi di metal non c’è proprio nulla, non mancano invece cori da stadio dei fan registrati nei vari live e un’introduzione a ritmo di marcia per la canzone Truth In Fiction.
Le dieci canzoni scivolano svelte, c’è un ritorno alle origini, già ampiamente dichiarato sia da Dexter Holland, sia da Noodles Kevin Wasserman.
Alla vecchia guardia si è unito alla batteria il ventinovenne Brandon Pertzborn, che ha preso il posto di Josh Freese, subentrato nei Foo Fighters. Pertzborn ha portato tutta la sua carica giovanile e la potenza delle sue braccia, quello che fortemente volevano i componenti della band era qualcuno che mantenesse costante l’energia e i ritmi punk, Pertzborn ha mantenuto le aspettative, anche se nell’album appare anche la presenza massiccia di Freese che non ha rinunciato a registrare metà disco con i suoi amici.
Per quanto Get Some ricordi Bad Habit e Ok, but this is the Last Time faccia pensare a Self Esteem, le canzoni sono originali e dannatamente gioiose. È impossibile sentirsi tristi, o angosciati senza un validissimo motivo, ascoltando questo lavoro.
Eppure, un’aura di profondità consolida questo long play prodotto da Bob Rock, Make It All Right ripercorre tutte le sfumature del punk, Ok, but this is the Last Time è la traccia più completa, per quanto ogni singolo brano mantenga la sua originale coerenza senza distaccarsi mai troppo dallo schema: cantato – ritornello – cantato, la meno riuscita è il loop banale di Get Some, You Can’t Get There from Here ha un’introduzione epica corale strumentale.
Quest’album è la dimostrazione che i diversamente giovani hanno ancora tanto da dirci e sembra che la loro carica non abbia proprio nessuna voglia di esaurirsi, anzi il titolo dell’album sembra prometterci proprio l’opposto e, come scritto in apertura, seguite questo consiglio: mettete da parte le noie quotidiane e iniziate a saltare per casa sovraccarichi di energia, come esorta il titolo “Supercharged”.




