Moin – You Never End

Recensione del disco “You Never End” (AD 93, 2024) dei Moin. A cura di Simona Cannì.

I Moin non necessitano di introduzioni, dopo il successo di “Paste” nel 2022, celebrato da Pitchfork come un momento cruciale nell’evoluzione del post-punk e del noise. “You Never End”, uscito oggi per AD 93, non è un omaggio alla tradizione del genere o un desiderio di rottura con il passato. I Moin, invece, esplorano ancora una riappropriazione autentica dello slowcore degli Slint, il nichilismo post-hardcore dei Fugazi e i tratti più noise rock dei Jesus Lizard. Si tratta di una costruzione meticolosa che genera nuove configurazioni sonore: un processo che va oltre il semplice esercizio nostalgico; è un atto continuo di riscrittura e reinterpretazione, inteso a far risuonare il passato nel contesto contemporaneo.

La costante tensione verso l’innovazione, spesso invocata da un pubblico che anela alla rivoluzione, ha portato il termine “post-tutto” a un esaurimento semantico. Ogni nuova uscita viene attesa come un giubileo e se non è in grado di soddisfare quest’aspettativa, rischia spesso di essere considerata derivativa. I Moin sfuggono a questa retorica vuota, proponendo una riflessione più profonda: un album può essere significativo senza essere rivoluzionario? Possono l’esperienza inscindibile dalla conoscenza e l’esigenza artistica prendere il posto di una supposta urgenza di assalto radicale? I Moin sono quelli che scelgono di valorizzare queste qualità, puntando sull’attenzione ai dettagli, senza cercare lo shock a ogni costo.

Il terzo album della band londinese composta da Valentina Magaletti alle percussioni (con l’esperienza di importanti progetti come Vanishing Twin, Tomaga and Holy Tongue) e i manipolatori sonori Tom Halstead e Joe Andrews dei Raime evoca già dal titolo la natura in continuo movimento del gruppo. “You Never End” include le collaborazioni di Olan Monk, james K, Coby Sey e Sophia Al-Maria. Queste collaborazioni non solo arricchiscono l’album, ma riflettono un approccio che pone al centro l’attenzione per ogni sfumatura, senza snaturare il carattere sonoro della band.

L’impianto complessivo del nuovo album dona un tocco affascinante all’intera tracklist e rappresenta un’evoluzione sensibile nell’approccio dei Moin: si sente dappertutto una malinconia stranamente confortante, pur mantenendosi sempre diretta e vitale. Gli spoken word conferiscono momenti di grande lucidità emotiva, integrandosi pienamente nel sound che oscilla tra il rassicurante familiare e un’inquieta curiosità. Gli elementi sonori sono ridotti all’essenziale: la batteria chirurgica di Valentina Magaletti crea una tensione strutturale che sostiene l’intero progetto, mentre la produzione di Tom Halstead e Joe Andrews consente alla musica di evolversi senza mai perdere coesione. 

La tracklist inizia con Guess It’s Wrecked, il primo singolo pubblicato il 4 settembre, che vede la partecipazione di Olan Monk con il suo lirismo emotivo e diretto. Il brano ha una struttura più convenzionale, quasi al limite di un certo pop-rock in termini di strofa e ritornello, e si tratta di una novità per i Moin, che in passato hanno sempre privilegiato arrangiamenti più destrutturati e imprevedibili. Forse è una scelta che rappresenta un avvicinamento a forme più accessibili e vicine a un post rock più mainstream? Tuttavia non scalfisce la loro identità.

Nei riff di Cubby, It’s Messy Coping e di Anything but Sopo la tensione minimale abbinata alla batteria di Magaletti e al chopped vocale crea l’effetto taglia-cuci tipico dei Moin, ma crea la frizione necessaria al passaggio d’aria. Il sound di queste tracce rispetto a “Paste” e a “Moot!” sembra asciugato di ogni accessorio. In Family Way e Lift You, il feat. con Sophia Al-Maria introduce prospettive poetiche e concettuali. Nel primo brano le distorsioni accolgono la voce calda dell’artista mentre in Lift You la batteria e il riff l’accompagnano. La band esplora nuovi territori e in queste due track si distingue una variabile nell’approccio rispetto a quello abituale dei Moin. Le voci di solito vengono campionate e distorte, ma stavolta mostrano una vulnerabilità che crea un senso di intimità. Ad esempio in Paste nel brano Hung Up la voce viene dalla registrazione di un brano con lo stesso nome della scrittrice Lynne Tillman, mentre in “You Never End” i Moin preferiscono coinvolgere un’artista in carne e ossa. 

La collaborazione con James K in What if You didn’t Need a Reason crea un’atmosfera eterea e stratificata, in We Know What Gives la voce di Coby Sey evoca l’eco delle strade di Londra. L’ultima traccia è Just Married, in cui ho ritrovato il lo-fi americano di Smog/Bill Callahan e l’immortalità del songwriting decadente, ho percepito la naturalezza dei Moin che non riscrivono da capo nessuna regola ma hanno la forza compositiva di attingere con coscienza al background del passato: il loro è un impianto solido con un’identitá precisa. 

“You Never End” si nutre delle sue stesse sfumature: intimo e aperto, dissonante ma accessibile, radicato nella storia post-punk e proiettato verso il futuro. Ha una buona capacità di muoversi in equilibrio tra due mondi, di essere contemporaneamente familiare e sconosciuto ed è ciò che rende l’album molto affascinante.

I Moin riconfigurano l’idea di cosa significhi fare musica nel 2024, interrogando i parametri di ciò che una band può o deve essere oggi. Attraverso la combinazione di tecniche di produzione, navigano tra la memoria dei generi passati e la loro personale decostruzione. Il risultato è un album che soddisfa e sfida la percezione di chi lo ascolta perché a tratti ci si sente incollati a posteriori sulla cover di “Spiderland” e in altri di fluttuare leggeri sopra e oltre tutto ciò che ha fatto la storia del post-punk.

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