Yawning Man – Pavement Ends
Recensione del disco “Pavement Ends” (Heavy Psych Sounds Records, 2025) degli Yawning Man. A cura di Cinzia Milite.
Con “Pavement Ends“, gli Yawning Man riaffermano la loro posizione di pionieri del desert rock, ma lo fanno senza alcuna concessione alla nostalgia. Gary Arce, Mario Lalli e Bill Stinson tornano con un album strumentale che abbraccia i tratti più oscuri, densi e meditativi della loro estetica sonora, proseguendo una ricerca che dura ormai da quasi quarant’anni.
Pubblicato da Heavy Psych Sounds Records, “Pavement Ends” è un lavoro che cattura la tensione e la malinconia di un paesaggio interiore tanto quanto quello reale: il deserto della Coachella Valley, da sempre culla della band. Arce e Lalli, fondatori di un linguaggio sonoro poi reinterpretato da generazioni di musicisti (da Kyuss ai Queens of the Stone Age), ritrovano qui una sintonia profonda, libera e istintiva, ma al tempo stesso consapevole.
Il singolo Bomba Negra ne è un perfetto manifesto. Il brano si muove come una corrente sotterranea, spinto da linee di basso pesanti e dalla chitarra di Arce che fluttua tra malinconia e catarsi. La batteria di Stinson tiene insieme le trame sonore con precisione e fluidità, offrendo un terreno solido su cui la musica può espandersi senza confini. È un sound viscerale, capace di evocare immagini più che melodie, un viaggio sonoro che sembra scolpito nella sabbia e nel vento.
L’album, nel suo insieme, gioca sulla contrapposizione tra densità e rarefazione, tensione e rilascio. Gli Yawning Man dimostrano ancora una volta la loro abilità nel trasformare l’improvvisazione in architettura, mantenendo una coerenza narrativa anche quando la forma sembra dissolversi. Non ci sono “canzoni” nel senso tradizionale: ci sono paesaggi, prospettive, aperture improvvise su orizzonti emotivi.
Il legame con l’arte di Diane Bennett, autrice della copertina, aggiunge un ulteriore livello di lettura. I suoi retablos di materiali di recupero, ispirati ai paesaggi del deserto Joshua Tree, diventano il riflesso visivo della musica del trio: oggetti trovati, suoni antichi, spiritualità nascosta nelle cose quotidiane. Entrambi, la pittrice e la band, raccontano un’America minore e sacra, quella delle polveri, degli spazi e dei silenzi, in cui la natura non è sfondo ma protagonista.
“Pavement Ends” non è un ritorno alle origini, ma una nuova tappa di un viaggio che continua a spingersi oltre i limiti del genere. È un disco di transizione e di maturità, che riflette su ciò che resta quando la strada finisce, quando il suono si fa silenzio. Gli Yawning Man non urlano, non cercano l’impatto: invitano all’ascolto profondo, alla contemplazione. E in quel silenzio caldo e sospeso che segue ogni nota, ci ricordano perché, ancora oggi, il loro deserto è casa.




