A.A.V.V. – The Shape of Punk to Come Obliterated
Se è vero che i Refused sono (di nuovo) fottutamente morti lo è altrettanto che band come quella cui diamo l’addio finale vivranno per sempre nelle intenzioni di quelle che rimangono

Come già raccontavo nel “Back In Time” dedicato a “The Shape of Punk to Come”, ci fu un momento in cui un’etichetta italiana fatta di amici fraterni ebbe l’idea, quella di tributare il disco che cambiò tutto, anche oltre il punk. L’album non si fece, ma il lascito non è di quelli ignorabili. Parecchi anni dopo ci hanno pensato i titolari, quei Refused che stanno per giungere al secondo, e ultimo, capolinea. La corsa per la band di Dennis Lyxzén si interrompe qua, dopo il ritorno fiammeggiante con “Freedom”, un comeback al contempo amato e osteggiato, ma unico nel suo genere, come solo il loro poteva essere, mai più bissato, sicuramente non con il mediocre “War Music”, e già qui l’odore della fine si sentiva mentre si insinuava da una finestra semiaperta.
Ma, dicevamo, il disco tributo. I figli dei Refused si trovano dappertutto, ovunque siano portano con sé il genoma di quella forma del punk che sarebbe dovuto arrivare e che, forse come l’avevano immaginato loro non è giunto mai, ma, in qualche modo, si è piantato a fondo nelle menti e nei corpi di tutti coloro che quel disco lo assimilarono fino all’ultima stilla e oltre, che dal 1998 fino al 2024 hanno continuato a far bruciare quelle ceneri mai spente. Così si forma il circolo magico che ha dato forma a “The Shape of Punk to Come Obliterated”, parte di una ristampa, anche in questo caso, finale. I nomi chiamati in causa sono tanti: GEL, Quicksand, Brutus, Snapcase (chi muore e chi rinasce, anche solo per una canzone, dato che la band di Buffalo è ferma al palo dal 2003), IDLES, Ho99o9, Fucked Up, Zulu, Cold Cave, Igorrr, Cult Of Luna e Touché Amoré. C’è da avere capogiri per settimane a leggere questo elenco. Ma quanto è buono il risultato?

Difficile essere veramente oggettivi quando tutte queste band stanno in un cantuccio del cuore, e sapendo che ognuna di essere ha spostato, chi più, chi meno, il baricentro di uno o più generi di riferimento. So per esperienza diretta quanto sia complesso rimettere mano a un pezzo dei Refused (con la mia band tentammo il praticamente impossibile con Refused Are Fucking Dead), quanto difficile possa essere inserire la propria cifra stilistica in un mondo perfetto e quanto poco ci voglia a sfregiarlo irrimediabilmente. Forse si necessita di una classifica quasi quasi calcistica.
Se siete avvezzi visivamente una classifica di campionato è formata da due parti, a sinistra quella alta, a destra quella, diciamo, bassa. Partiamo da questa: gli IDLES non si mostrano sul serio, ci mettono un remix, a dirla tutta manco riuscitissimo, di New Noise, pezzo che non cambia minimamente aspetto, velocizzato, senza nemmeno uno zampino di quello che la band di “Brutalism”, in fin dei conti, potrebbero. Ultimo posto, altro che zona retrocessione. I GEL tentano anche loro l’assalto della opener Worms of the Senses / Faculties of the Skull, sembrano veramente lanciati ma qualcosa li tiene a terra, la copiano paro paro e non basta la voce livida di Sami Kaiser a cambiare i connotati del brano. La stessa cosa capita ai Quicksand: perché non rendere math che più math non si può The Liberation Frequency? Sembra addirittura una versione più Rival School (ma magari…) della band storica di Walter Schreifels, ma depotenziata. Con questo non dico che la sbatterei dritta in serie B, ché le chitarre ogni tanto rifulgono, ma si poteva fare mooolto meglio. A Igorrr non basta qualche inserto extreme dubstep per far del tutto sua The Shape of Punk to Come, mancano tutte quelle influenze malate, tra black metal e folk mediorientale, che lo hanno reso ciò che è. Finiscono qui anche gli Snapcase, ma nella parte più “alta”, e dire che basterebbe loro qualche asperità in più per scavalcare e passare nell’altra, con la loro versione di Summertime Holidays Vs. Punkroutine, molto hard, meno core, non abbastanza.
E ora quelli che hanno veramente capito come si fa, quelli che agognano alla zona Champions del punk tutto e che spesso punk non sono nemmeno lontanamente. Gli Zulu sono i nuovi virgulti di una scena in ascesa e il lato monstre che già fa capolino nelle proprie produzioni lo riversano come una colata di cemento armato in Protest Song ’68 e tutto grazie alla voce demoniaca di Anaiah Muhammad che tutto distrugge e che sembra più vocalità blackmetalla che altro, quando non si insinua un germe “trap” nel bridge e si fa leggera leggiadra. Si comincia a ragionare. Wesley Eisold, che arriva dal metalcore, non lo chiama in causa nemmeno per scherzo, e infatti sta qua con i suoi Cold Cave, e sì, “A naive young secret for the new romantics” poteva cantarlo solo lui, decostruisce Refused Are Fucking Dead facendo sorgere un’anima assurda, ché sentirla in versione darkwave non se lo aspettava nessuno. Apocalisse vera e propria, quella dei Fucked Up, alle prese con The Refused Party Program, si vestono più cattivi che mai i canadesi e, “pedal to the metal”, infilano un riff bastardo dietro l’altro, gridano marci, picchiano dritti per dritti e la fanno volare. Pre-zona altissima gli Ho99o9, che dal campionario rap-punk-crust tirano fuori una New Noise brutalizzata e zozza da far schifo.
E ora i primi tre: Che gli dici ai Touché Amoré? Piazzano un synth stracciacuore in apertura a The Apollo Programme Was a Hoax e poi un’impennata post-hardcore che lacrima sangue a ritmi tachicardici. Chi già all’epoca sentì l’afflato post-metal lambire Tannhäuser/Derive non si stupirà nel vedere/sentire l’affidamento ai maestri del genere Cult Of Luna, concittadini dei Refused, che abbiano respirato la stessa aria si sente eccome, e fanno l’apocalisse, un crescendo orrorifico, compatto, spaventoso, schiantato e allucinato, le chitarre furenti e urticanti, un ambiente capace di claustrofobiche discese all’inferno e luci lampeggianti in campo aperto. Primi i Brutus: The Deadly Rhythm sfigurata in bellezza, velocità black metal, i belgi trovano il momento apicale nella voce di Stefanie Mannaerts che, mentre tira blast beat vorticanti, si fa angelo luminoso, e da jazz a post-tutto il passo mica è breve.
Ci scuserete per il semi-track-by-track, ma in questo caso si è rivelato doveroso. L’operazione di “The Shape of Punk to Come Obliterated” è, ovviamente, nulla più di un tributo, come non se ne fanno oggettivamente più tanti, siamo nell’epoca delle sole ristampe o di quelli che vengono fuori da etichette minori e restano piccoli com’è giusto sia. Salvato da quei pochi che davvero hanno dato una svolta a brani, come già si diceva, perfetti. Un saluto forse non proprio obbligatorio. Un abbraccio, ecco cosa. Caloroso. Perché se è vero che i Refused sono (di nuovo) fottutamente morti lo è altrettanto che band come quella cui diamo l’addio finale vivranno per sempre nelle intenzioni di quelle che rimangono. E se quella forma del punk non arriverà mai, pace, ce ne siamo fatti una ragione (forse).
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