Vinicio Capossela – Sciusten Feste n.1965

Recensione del disco “Sciusten feste n. 1965” (Warner Music Italy, 2024) di Vinicio Capossela. A cura di Lucia Tamburello.

Non è una novità evidenziare come Vinicio Capossela sia stato uno dei pochi cantautori a livello nazionale a non rimare artisticamente ancorato agli anni e all’ambiente in cui è avvenuto il suo esordio. Una delle caratteristiche principali della sua scrittura rimane, da sempre, la sua incapacità di rendersi anacronistica.

Il nuovo album “Sciusten Feste n.1965”, pubblicato lo scorso 25 ottobre per Warner Music, non fa eccezione inquadrando esattamente le esigenze del “nostro” tempo. Capossela sfrutta, ancora una volta, la tradizione: la raccolta di quindici tracce è composta, oltre che da tre brani inediti (Sciusten feste n.1965, Voodoo Mambo e Il guastafeste), da rivisitazioni di canti natalizi, omaggi a “predicatori musicali” (Tom Waits), sonetti folkloristici e di fede. Questa volta, però, sembra proprio voler rispondere al desiderio, tutto “metropolitano” e occidentale, di raccoglimento, di unione tra individui, per affrontare le problematiche moderne. Non a caso, uno degli elementi messi in mostra dall’artista nel disco è il dolore e l’importanza della collettività per aiutare una singola persona a “guardare in faccia” quello che, in chiusura al lavoro, viene definito Il guastafeste. Già la “preghiera” presente nell’intro, Sopporta con me (Abide With Me), uno dei pezzi frutto esclusivamente della penna dell’artista,lascia trapelare la ricerca ossessiva, dell’uomo moderno, di un appiglio spirituale. Assume le sembianze di un dialogo alla pari con una divinità che, come uno psicoterapeuta, mette in secondo piano la venerazione per accogliere lo sfogo e la rabbia del suo discepolo.

Il paesaggio rappresentato brillantemente dal punto di vista tematico, però, appare un po’ troppo vicino, a livello sonoro, a quello di “Tredici canzoni urgenti”, uscito lo scorso anno. La title track, ad esempio, rimanda a brani come Il bene rifugio o, in parte, a La cattiva educazione (il featuring con Margherita Vicario). Tuttavia, i circa trent’anni di carriera si fanno ben notare: tutte le riscritture e reinterpretazioni sono condite, in maniera barocca, con arrangiamenti orchestrali e un numero eccessivo di fiati che urlano la matrice jazz della composizione di Capossela. Anche il secondo inedito che “si incontra” durante l’ascolto di “Sciusten Feste n.1965”, Voodoo Mambo, appare meno intrigante della descrizione presente nel comunicato stampa dell’album: “osteopatico ed esorcizzante”. È l’ennesimo brano-cliché di Capossela che tenta di sperimentare continuamente e, a questo punto, disperatamente, addentrandosi nei generi più disparati. La scelta di unire il mambo all’impronta già ampollosa degli altri pezzi ha “stroppiato” il lavoro già in partenza.

Anche il già citato Il Guastafeste, ricalca i difetti del primo brano “originale”: se pensi a Vinicio Capossela, ti risuonerà inevitabilmente nelle orecchie una melodia simile. Di conseguenza, anche la chiusura rimanda eccessivamente al passato dell’artista completandone il presente in modo tutt’altro che brillante. A tal riguardo, però, una nota di merito va necessariamente data alla versione quasi blasfema di Bianco Natale che, da canto religioso, si trasforma, grazie a pochi strumenti messi al punto giusto, in un urlo apotropaico. Il disco arriva al pubblico parallelamente al film-documentario “Natale Fuori Orario”, presentato alla Festa del Cinema di Roma lo scorso 17 ottobre.

L’ipotesi che le pecche di “Sciusten Feste n.1965” possano derivare dalla sua natura di opera “di accompagnamento” ad un’altra di tipo cinematografico, è più che plausibile.

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