BIG IN JAPAN 2024: all’alba guarda ad est – i migliori dischi dell’anno provenienti dal Giappone
Ogni anno ci sfugge qualche album proveniente dal Giappone. È venuto il momento di scovarne alcuni tra i più interessanti

Come si suol dire ormai in ogni ambiente: è quel periodo dell’anno. Nel nostro caso specifico, quello delle classifiche. Ormai ci ho preso gusto, a farmi del male, ovvero, oltre alla già sterminata quantità di album che arrivano da Occidente (Italia esclusa, qui ormai è un gioco da ragazzi, e fa venir mal di stomaco a chiunque abbia vissuto le varie epoche dell’oro della musica alternativa, ma adesso basta dai), è il quinto anno che, passin passetto metto da parte alcuni dei dischi che arrivano dal Giappone, mia imperitura fissa che mi ha portato, come dicevo, a farmi ulteriormente male.
A differenza dello scorso anno, un anno di sostanziale magra, eccezion fatta per due o tre dischelli che ancora faccio girare, cioè letteralmente tre: Church Of Misery, le formidabili Hanabie. (ma vedrete che son tornate, abbiate la pazienza di scorrere questa verbosa e inutile introduzione). Mi sono perso, dicevo, a differenza dello scorso anno, questo 2024 è stato molto più emozionante in termini di nomi di peso, con graditi quanto grandiosi ritorni di fiamma e roba nuova e deliziosa. Nella cultura pop(olare) da piccolo schermo, la questione “ritorno di fiamma” si è palesata con il remake di Ranma ½ e il nuovo Dragon Ball Daima, e qui arrivo al punto chiave: la scomparsa di Akira Toriyama. Con la musica c’entra ben poco (se non contiamo il collegamento con i Maximum The Hormone, la loro “F” e la genesi di “Dragon Ball Super” oppure le strambe canzoncine sparse qua e là tra le pagine di “Dr. Slump & Arale”, con qualche sparuto riferimento alla musica pop occidentale), lo sappiamo tutti, ma la perdita del Maestro ha scosso gli animi da una parte all’altra del Globo e a lui voglio dedicare questo Big In Japan numero 5.
Perché sì. Perché è giusto così. Iniziamo.

Melt-Banana – “3 + 5”
(A-Zap Records)

Ci hanno messo 11 anni, Yasuko “Yako” Onuki e Ichiro Agata, a dare un degno seguito a “Fetch”, ma il tanto tempo trascorso è giustificato. I Melt-Banana riportano ovviamente alla mente un’altra grande perdita subita da noi tutti quest’anno, e mi riferisco a Steve Albini. I due devono molto al signor Shellac, in termini di produzione e registrazione, come tanto devono KK Null, che fondamentalmente gliel’ha presentato. Asciugate un’altra volta le lacrime arriviamo al sugo. “3 + 5” supera a destra il suo predecessore e si piazza dritto nell’Olimpo privato della produzione della band di Tokyo, ormai legata indissolubilmente ai proprio macchinari elettronici, in primis alla drum machine. Come da tradizione bigblackiana, le mattonate fast e furiose seguono il ritmo disumanizzato dello strumento, aggiungendo una dose letale di epiche svisate cosmiche che fanno da cappotto alle lamate slide di Agata, che ci mette anche del sonoro punk rock a stompate elefantine (let your bodies hit the floor su Stopgap, con lo psicotico basso di Hex e le sventole thrashcore che annientano Whisperer), mentre Yako filtra tutto con la sua lente pop, lo zucchero di una voce che aggrega il massacro, e riporta in campo tutto il grind-pop che ormai è marchio di fabbrica, anche se Yako a “The Wire” ha confessato che band come i Napalm Death la fanno, in fin dei conti, sghignazzare, è indubbiamente lì, al grindcore, che questa velocità allucinogena ci riporta. Ma brillante, qui l’oscurità è bandita, nonostante l’artwork viri al nero. Esplode come una stella folle e indemoniata che passa in 24 e rotti minuti. Merita l’apertura.
Envy – Eunoia
(Pelagic Records)

Se “The Fallen Crimson” aveva visto gli Envy capitanati da Tetsuya Fukagawa prendere una strada molto vicina al folklore, quasi più “bucolica” nelle intenzioni (e nell’artwork), basterebbe dare un’occhiata al libretto costellato da paesaggi urbani oscuri per capire che il sestetto di Tokyo sta guardando più al proprio passato remoto che a quello più recente. Non che “Eunoia” abba effettivamente ricalcato in toto le orme dei primi due album del gruppo, ma l’odore che si respira è quello del cemento che si ghiaccia. Di sicuro i Nostri hanno ascoltato una tonnellata di Alcest in questi quattro anni, prendendone di peso la capacità melodica e sovrapponendola alla propria. Si sente bene in Imagination and Creation, in cui chitarre acustiche e drappeggi elettrici si stringono attorno a quella voglia di minimalismo e grandeur, che pare un ossimoro, ma è funzione emotiva ad altissimi giri. Questa dura e perdura, spoken word e urla disperate sono eterno dualismo, danzano su distese post-rock come sempre (e per sempre) debitrici agli amici Mogwai, con tocchi al neon-pop, lacrime a sprecarsi (provate a non sciogliervi mentre suona The Night and the Void), avvicinando inequivocabilmente Tetsuya a Neige. Non pensate, però, che gli Envy abbiano lasciato dietro di sé la furia, perché il gradiente screamo è ancora ben affondato nel loro codice genetico, pompato all’inverosimile dal grigiore che ci balla attorno (con tocchi inusitati di elettronica minimale come dalle parti della fantabulosa Lingering Echoes). “Eunoia” è una città abbandonata in cui spirano venti spettrali in crescendo.
HYPER GAL – After Image
(Skin Graft)
Che scoperta, le HYPER GAL da Osaka. Forse quella che più mi ha tirato giù dalla sedia quest’anno. Non appena ci è arrivato il comunicato stampa di “After Image” già le antenne si erano rizzate. Un duo (di nuovo) composto questa volta da una visual artist, Koharu Ishida, qui impegnata a voci, sintetizzatori e ogni sorta di marchingegno (“noise artist”, come giustamente segnato sulla costina del ciddì), e Karumi Kadoya alla batteria. Adoro queste combinazioni svalvolate. Saranno poi svalvolate anche le composizioni? Che domande…Il disco, loro secondo (“Pure” è stato pubblicato sempre quest’anno e sempre da Skin Graft), è un coacervo abbacinante di rumore progressivo disteso su una autobahn ritmica che si distende a perdita d’occhio. Difficile trovare reali riferimenti, ma se il nostro sguardo si posasse tra Neu!, Can e altri campioni progressivi tedeschi degli anni ’70 non sbaglieremmo (unrhymed ne sia esempio chiave). I brani sono ipnosi vera e propria, con la parte sintetica a riempire ogni spazio disponibile, ché di vuoti qua non ce ne sono, e se sbucano sono talmente calibrati da non sembrarlo affatto. Minimalismo per massimi sistemi, corroborato dalla voce cantilenante di Ishida che aggiunge ipnagogiche badilate a quelle già presenti. Va ascoltato tutto di fila, senza interruzioni di sorta, senza distrazioni, meglio se a occhi chiusi. Quando li riaprirete non capirete manco voi dove siete girati.
SAICOBAB – NRTYA
(Thirll Jockey)

La mia fissa per YoshimiO-Yoshimi P-We dura da una quantità di anni incalcolabile, sin da quando scovai i Boredoms e mi addentrai in quel mondo fuori dal mondo (scusate il pasticcio). Da lì in poi mi misi alla ricerca di ogni sua produzione, approdando alle Free Kitten prima, ai suoi solisti, OOIOO e, fine, ai SAICOBAB, sua creatura più fresca. Ognuna di queste realtà è a sé e pur mantenendo tracce del percorso della musicista di Okayama, ma non credo ci sia bisogno poi di sottolinearlo, ma nel caso…Tutto modo, SAICOBAB. Ne fanno parte, assieme a Yoshimi, Yoshida Daikichi al sitar (allievo di Ustad Shuujat Husain Kahn, maestro di settima generazione della linea di successione degli Imdad Khan), Akita Goldman al basso (jazzista di razza, già membro dei Soil & “Pimp” Sessions) e il percussionista Motoyuki Hamamoto (esperto in gamelan e percussioni mediorientali). “NRTYA” (danza, in sanscrito) è il loro secondo lavoro e si presenta alle mie orecchie come un album estremamente corporeo. Nonostante si prefigga di esplorare le pratiche spirituali giapponesi e indiane, l’idea del movimento è insita ed esplicita. La parte percussiva è, a tratti, tanto esplosiva da obbligare al movimento, persino mentre si è seduti con le cuffie calcate in testa. Basso e sitar perforano il velo in movenze tarantolate che a tratti sfociano in vere e proprie svisate in quella che pare freeform, in forme spirituali che innalzano attraverso l’oceano del suono, in forma di raga lucenti. Sacerdotessa del tutto è, chiaramente, YoshimiO, le cui linee vocali fanno da strumento aggiuntivo, slanciate all’esterno del corpo ma consistenti, quasi ferali ma con quel tocco etereo che fa rabbrividire. I brani sono uno più ficcante dell’altro (personalmente Nachin Machine ne è l’apice totale) e vi porteranno a danzare in giro per la stanza, o per strada oppure ovunque vi troviate, poco importa.
ENDON – Fall of Spring
(Thrill Jockey)

Mi sono innamorato degli ENDON scoprendoli con “Boy Meets Girl”, e mi sono messo in attesa del loro ritorno. Fatidico 2024, ecco che la band di stanza a Tokyo fa ritorno sulle scene con “Fall of Spring”. Difficile bissare un album come quello del 2019, mostro dalle mille e più facce, e ancor più complesso tentare l’impresa con un mini di quattro brani, di cui uno è una intro. Taichi Nagura, Koki Miyabe e Taro Aiko, però accettano la sfida e si lanciano come tre razzi dritti in un inferno di rumore bestiale. La trasformazione della band è evidente. Lasciati da parte gli strumenti rock, abbracciano in toto il decadimento elettrospastico, lo elevano a verbo dominante. Cucinano quattro demoni powerviolence dalle fattezze monolitiche, oscuri, disturbanti, incattiviti oltre ogni misura, ritmiche lente all’esasperazione, synth gonfi, densi, granulosi e scorticanti, senza forma, senza destinazione, a onde dissonanti, a-ritmicamente disorientanti. Della debilitazione multigenere non è rimasto che un lontano ricordo, il suono è quello di una guerra e dei suoi fantasmi, di un Giappone occupato, ora e per sempre, soprattutto nell’arte. Le grida di Nagura sono grumi sanguinolenti, bucano lo spazio. Usa l’inglese, dice lui stesso, in forme semplici, in cliché volontari, e lo fa in modo quanto mai ironico ma che non dimentica ciò che è stato e ancora è. Di quel per cui persi la testa per loro non c’è più nulla, ma anche l’amore può tramutarsi. E lo fa. Estremi.
Eiko Ishibashi – Evil Does Not Exist
(Drag City)

Eiko Ishibashi è nel cuore, sempre, e se esce un suo disco non può non apparire qua. In questo caso si tratta di una colonna sonora, quella del nuovo lavoro di Ryusuke Hamaguchi, “Evil Does Not Exist”. Non è una novità che la compositrice di Tokyo e il regista di Kawasaki uniscano le forze, era infatti già accaduto con “Drive My Car”, film che gli è valso un discreto numero di premi ben più che prestigiosi. Mi approccio a questa OST senza avere negli occhi le immagini a cui è legata la musica, quindi mi muovo forse con più libertà. Assieme a Ishibashi il compagno di sempre, e altro nostro eroe, Jim O’Rourke, che ci mette chitarra, mix e master, tanto per gradire. Le atmosfere cinematiche si intuiscono già solo ascoltando, la stessa Ishibashi ha ammesso che Hamaguchi è capace di creare film musicalmente ottimali, e così le composizioni seguono quella strada. Ambienti elettronici di stampo minimal trovano il loro spazio in mezzo ad epicità orchestrali, archi delicati e al contempo di spinta, baluginii e dissertazioni in materia jazzistica (la propulsività spaziale di Smoke, Evil Does Not Exist V.2), percussioni sotterranee, sfaldate e ricomposte in altre forme e, come sempre, il pianoforte di Ishibashi che crea ammaraggi tensivi di livello superiore fanno di “Evil Does Not Exist” un’entità addirittura a sé stante, che in materia di soundtracking non è cosa affatto scontata, anzi, semmai parecchio difficile da trovare altrove.
GEZAN – I ai ORIJINAL SOUNDTRACK
(13th Records)

Altro giro, altra colonna sonora. Questa volta tocca ai GEZAN, altra presenza ormai fissa su queste frequenze. MahitoThePeople, leader dell’ensemble, fa tutto da sé, e perché no? Curare da sé la soundtrack del proprio esordio alla regia (incentrato sul lasciare andare, dire addio a una persona cara) è una fortuna che non a tutti capita. Così sia. L’album è un coacervo di allucinazioni totali che, spesso, scivolano tanto in là da andare a sfociare in una sorta di polka cosmica, in fusione terrestre con tribalismi world che non arrivano da alcun Paese noto (hai voglia a chiedere consiglio a qualsivoglia antropologo), ipnosi a base gamelan, che però non possono che cedere il passo al proprio marchio di fabbrica da post-tutto-hardcore, di brutale bellezza e amarezza unici nel loro genere, tra grida disarticolate e chitarre furiosamente amare, tramutate magicamente in assalti thrash in mid-tempo, lamate punk rock e tutto il corollario possibile. “I ai ORIJINAL SOUNDTRACK” non è sicuramente il lavoro migliore dei GEZAN, ma è così tanto strambo (complicato immaginarlo accompagnato a un lungometraggio) che merita un posticino.
Masayoshi Fujita – Migratory
(Erased Tapes)

È da un po’ che siamo sulle tracce di Masayoshi Fujita, ovvero dall’uscita del suo precedente “Bird Ambience”, primo lavoro che segue il suo ritorno in terra natia dopo 13 anni passati a Berlino. L’esperienza di vivere al di là dei confini, valicandoli in ogni ambito, oltre ad aver osservato il volo degli uccelli migratori, gli ispira il titolo del nuovo “Migratory”. Sconfinato è il terreno che Fujita perlustra per dare vita a qualcosa di sentito, emozionale, pregno di significati che non sempre necessitano di parole per essere eviscerati. Il vibrafono, strumento elettivo del Nostro, è utilizzato per ampliare ancor di più la formula ambient di cui s’ammanta tutto quanto. Alle suite sintetiche si avvicenda anche un sassofono che gonfia il cuore, e a suonarlo è il padre di Masayoshi, vi imprime tutto il candore, il dolore delle perdite, lo sguardo che si perde altrove. Quando invece non basta più la musica pura arrivano le parole: Moor Mother (che in questo 2024 ha messo piede in una gran quantità di progetti bellissimi, oltre ad aver firmato un disco enorme) presta le sue nell’ipnosi totale di Our Mother’s Lights, ancora il sax di Fujita senior, jazz che trasuda passato e guarda nel futuro, mentre Hatis Noit usa la sua, di voce, per rendere Higurashi un brillante gioiello ambientale. Roba da strappare il cuore dal petto. Come tutto l’album, d’altronde.
HANABIE. – Bucchigiri Tokyo
(Epic)

Graditi ritorni (ma in EP), parte I. Classifica mia, regole mie, come sempre. Come vi dicevo nell’intro, ecco qua rientrare le HANABIE., dopo il devastante “Reborn Superstar!” dello scorso anno, con un EP che guarda, anche in questo caso ma da un altro punto di vista, ai confini, se così si può dire. “Bucchigiri Tokyo” parla della città che è base del quartetto, di come essere in tour e tornare a “casa base” sia importante e abbia un determinato impatto sulla vita di quelle che, non dimentichiamolo mai, non solo musiciste, ma anche esseri umani. Da quel che mi è dato intendere la parola “bucchigiri” è uno slang giapponese per parlare, in modo forte, di rottura, scrollarsi di dosso qualcosa ed è un termine che al gruppo piace parecchio. In nemmeno 18 minuti, per un totale di sei brani, intensi, feroci, che affinano ancor di più la formula che ha caratterizzato finora la discografia di Yukina, Matsuri, Hettsu e Chika. Songwriting d’acciaio, stomponi elettrificati al massimo e in tempi storti, assalti hardcore lanciati a velocità stratosferica, metal annientatore e brutalità totali che si legano al doppio filo con melodie ignobilmente sfavillanti e catchy senza buttare mai nulla in caciara. Sembra una faciloneria, ma le HANABIE. hanno davvero raccolto lo scettro dei Maximum The Hormone, e non è roba da poco. Manco per scherzo. Ascoltate attentamente GAMBLER e provate a dire che non è così.
BBBBBBB – Shinpi
(self-released)

Graditi ritorni (ma in EP), parte II. Il mio trio preferito di Nagoya, lo scorso anno aveva tirato fuori quel pezzo da mille (quintali di fango) che è “Positive Violence”. Si danno anche loro alla formula extended play, e un po’ mi spiace. Anche qua, sei brani, che in verità bastano e avanzano a reiterare una solida verità: i BBBBBBB non stanno bene per un cazzo di nulla. Forse più groovy e meno granata in faccia, “Shinpi” ha dei picchi di demenzialità missilistica, tra cui delle scoregge/sdiarreate piazzate qua e là come collante, voci a metà strada tra la nenia infantile e le urla di un reparto internati, belle vangate jungle, meno digital hardcore, più techno ignorante con qualche tocco “progressivo”, se possibile cosmico, e bordate d’n’b. Un pozzo senza fondo di amoralità ritmica. E la frase “disgusti festival delle interiora” assume tutto un altro significato, se sapete da dove l’ho pescata.
Toe – Now I See the Light
(Topshelf Records)

Li avevo pescati nel 2021 con un loro live e subito me ne sono invaghito. I Toe però sono in giro da ben 24 anni, anche se all’attivo hanno “solamente” 4 album e quello che non mettono in prolificità, piazzano invece in emotività. Già ampiamente conosciuti nelle diradate radure del math e ascrivibili in tutto e per tutto alla genia emo del Midwest, il quartetto tira fuori dal cappello una perla di genere, imballata di melodie acustiche, con le chitarre Mino Takaaki e Yamazaki Hirozaku (che qui riprende il ruolo di cantante benché occasionale) a incrociarsi incasellando uno sopra l’altro arpeggi diafani, danzanti su ritmiche chirurgiche, un insieme che lascia tutto l’amaro possibile in bocca, ma in accezione tutto tranne che negativa. Malinconia come se piovesse, e di pioggia ne cade parecchia da queste parti, altro che non può piovere per sempre. Lunari, delicati, a tratti follemente sperimentali (la folle TODO Y NADA è un frattale artolindsayiano), con “Now I See the Light” alzano l’asticella quel tanto che basta per meritarsi il posto nel cuore dei fan math-emo che ancora persistono in giro per il mondo e che non stanno fermi ad aspettare per forza il ritorno degli American Football.
Ryujin – Ryujin
(Napalm Records)

Leggo “samurai metal” come descrizione in un comunicato stampa e non posso soprassedere. Così vengono descritti i Ryujin, e io mi ci tuffo, non scherziamo. Faccio bene? Sì. Sono di facili entusiasmi, che volete? Il self-titled del gruppo composto da Ryoji e Shuji Shinomoto e Aruta Watanabe è pure prodotto da Matthew Kiichi Heafy dei Trivium, band che non ho mai sopportato, ma che mi frega? Si infiltra in parecchi brani pure a fare da contraltare vocale di Ryoji, e viva la tamarraggine. Il disco ne è pieno zeppo, ci sono passaggi più feroci e incarogniti, bridge heavy metal con tanto di tastieracce che proprio no, eppure qui mi fanno calare i pantaloni. Tirano come treni, gridano come forsennati, ci infilano anche intere sezioni di strumenti del folklore nipponico (shamisen, erhu, ryuteki), sparano badilate di trite e doppia cassa da sturbo, aperture ultramelodiche e clean (Ryoji è un vero cavallo di razza in tal senso), e pure una cover di Guren No Yumiya dei Linked Horizon, meglio nota per essere l’opening theme dell’acclamato “Attack On Titans”. Direi che hanno tutto il diritto di stare in questo BIJ. Change my mind.
Coffins – Sinister Oath
(Relapse Records)

E dopo tanta pulizia arriva il momento della lordura totale. Se ascoltando “Sinister Oath” vi sembrerà di essere tornati agli anni ’90 del miglior death metal, beh, non sarò di certo io a dirvi che avete torto. Registrato in quel di Tokyo per il 25ennale, è uno di quei dischi che tengono fede al nome di una band. Pare di stare chiusi (vivi) in una bara, in mezzo ai peggio miasmi. Riffoni grassissimi, rallentamenti iper-doom e accelerazioni thrash laido, voci catacombali, disastro apocalittico, volume assordante, produzione repulsiva e disastro ben più che imminente, già oltre l’apocalisse zombie, una mattanza death in pienissima regola. Roba marcia da far schifo. Piace? Eccome se piace.
Mikado Koko – PIANOINACAGE
(Caliban Sounds/One Little Independent Records)

“Mi piace l’anarco-punk e la musica d’avanguardia, ma ora sento che la musica per pianoforte è ciò di cui ho bisogno, bella e radicale. Sono profondamente influenzata dalla ribellione di Erik Satie. Le sue composizioni sono più che semplicemente belle”. Così Mikado Koko sancisce il suo lasciarsi alle spalle quei suoni che l’hanno portata al contatto con Penny Rimbaud (e se serve che vi dica chi è, se non conoscete i Crass, mi fate piangere), e che se la tiene stretta per la sua etichetta, Caliban Sounds. Koko dà vita quindi a “PIANOINACAGE”, opera a tutto tondo che fa del pianoforte il centro nevralgico di tutto. Compone col cuore e lo mette a disposizione delle dita che, con delicatezza rara, carezzano i tasti. Suoni che cullano, come tanti notturni, ghirlande di amore alla luce soffusa del neon, che oltre a Satie chiamano a sé Debussy (declinato più in minore che mai), romanticismo a tinte grigie che delle origini post-punk mantiene le tinte d’oscurità, senza bisogno della strumentazione rock più classica. Stupore e bellezza. L’unico modo che conosco per chiudere.
つづく
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