Tess Parks – Pomegranate

Recensione del disco “Pomegranate” (Fuzz Club, 2024) di Tess Parks. A cura di Alessandro Piccin.

Tess Parks, musicista canadese di stanza a Londra, emerge dalla vibrante scena artistica di Toronto all’inizio degli anni Dieci con l’album “Blood Hot” (2013, 359 Music), un mix di garage rock e psichedelia che strizza l’occhio a The Jesus and Mary Chain e My Bloody Valantine. Non sorprende, dunque, che il disco sia stato prodotto da Alan McGee, fondatore della leggendaria Creation Records (che, oltre ai sopracitati JMC e MBV, aveva in scuderia pure Primal Scream e Oasis, di cui Tess è apparentemente una grandissima fan).

Grazie a “Blood Hot”, la Nostra raggiunge non solo il grande pubblico (con il singolo Someday), ma anche la corte di sua maestà Anton Newcombe, carismatico leader dei Brian Jonestown Massacre, con il quale collabora per i due dischi successivi, “I Declare Nothing” (2015, A Records) e “Tess Parks & Anton Newcombe” (2018, A Records). Oggigiorno, dopo più di dieci anni nel mestiere, Tess Parks rappresenta una figura di spicco della scena neo-psichedelica, immediatamente riconoscibile per la sua voce roca e seducente, come uno spirito intrappolato in un posacenere dai tempi della Summer of Love.

Il disco di cui vi parliamo oggi, “Pomegranate”, prodotto dal polistrumentista e collaboratore di lunga durata Ruani Meehan per la londinese Fuzz Club, label istituzionale del genere per cui era uscito già il precedente “And Those Who Were Seen Dancing” (2022), rappresenta il suo lavoro musicalmente più audace, e combina psichedelia “classica” (a cavallo tra sixties e seventies, diciamo) con elementi folk, jazz e shoegaze. Proprio come la sua coloratissima copertina, ci troviamo quindi di fronte a un’esplosione di colori/generi, un mix eclettico ma magistralmente bilanciato, che rappresenta il principale punto di forza del disco.

Diciamolo subito: in “Pomegrenate” troverà certamente conforto la sempre affamata fanbase dei Brian Jonestown Massacre, che riconosciamo nell’opener Bagpipe Blues, nella splendida California’s Dreaming (video qui sotto) e nell’ipnotica Lemon Poppy, tutti pezzi che non sfigurerebbero in “Give It Back!” o “Take It From The Man!” (2008). I brani più significativi e personali del disco, tuttavia, sono altri: Koalas, un’eterea e vibrante ballata, che brilla anche grazie al tocco dei coetanei Francesco Perini (pianoforte/organo) e Marco Ninni (batteria), e Charlie Potato, una poesia in spoken words appoggiata su interessanti trame acustiche e accompagnata dal flauto bohémien di Kira Krempova. La voce di Tess, cruda e autentica, risplende dall’inizio alla fine del disco, confermandola come una delle interpreti più significative in ambito neo-psichedelico, una vera a propria master of her craft

Nonostante venga spesso e volentieri paragonata a Hope Sandoval dei Mazzy Star, la musicista canadese ci ha fatto intendere negli anni di prediligere atmosfere ben più leggere, piene di energia e speranza. “Pomegrenate” ci riconferma questa presa di posizione, presentandosi come un “dono d’amore” e invitando gli ascoltatori ad abbracciare il caos della vita e trovare gioia nel presente. Insomma, Tess Parks ci offre un raggio di luce in tempi bui, come non accettare?

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