Opeth – The Last Will and Testament

Recensione del disco “The Last Will and Testament” (Reigning Phoenix Music, 2024) degli Opeth. A cura di Lucio Leonardi.

 Si è vero, è passato poco più di un mese dalla sua uscita, ma con certi dischi, soprattutto se da artisti che sono tra i tuoi preferiti, non puoi buttarla giù a caldo, magari con un paio di ascolti, preso dall’entusiasmo momentaneo (cosa che non mi succedeva da almeno 15 anni con loro), rischiando di parlarne in maniera errata o non a mente lucida. Devi aspettare, ascoltare approfonditamente, farlo macerare, per poi darne un giudizio oggettivo e non solamente soggettivo (o almeno provarci).

Parto in quarta: “The Last Will and Testament” non è il migliore album degli Opeth da quando smisero i panni di cattivoni death per imboccare la strada (tanto amata dal genietto Äkelfeldt, ma questo lo si sapeva sin dagli esordi) del progressive rock tout-court (quello per me rimane il precedente e meraviglioso “In Cauda Venenum”), non è nemmeno lontanamente paragonabile ai fasti del passato, vedasi alla voce “Deliverance” (si, per me è il loro migliore) o “Blackwater Park”, ma è un album onesto, un album maturo, che finalmente riprende il tanto amato e richiesto, bellissimo, profondo e unico growl di Michelino nostro, un album mostruoso in quanto a scrittura ed esecuzione, che sfoggia un quadro completo ed esaustivo di tutte le sfaccettature del loro sound, dagli albori ad oggi, forse un pò carente in atmosfera, e troppo sbrigativo, finendo sempre dove mi sarei aspettato ancora altri sviluppi (infatti le canzoni non durano mai più di 7 minuti, cosa strana per i loro standard), penalizzato poi da una chiusa troppo slegata dal resto dell’album, l’unica traccia con un titolo, che con il suo folk rock mal si lega alla grandiosità complessa di tutto il resto.

Da tempo non aspettavo con così tanta trepidazione una loro uscita, probabilmente abbagliato da quel grande assente che qui ritorna prepotentemente (il growl ovviamente), e questo, più una storia molto bella, particolare e cupa che ne fa da sostrato, e una bellezza indubbia di tutto il platter, a parte i difetti elencati sopra, me lo fanno andare direttamente tra i 10 album dell’anno, sarebbe potuto essere il primo, ma purtroppo non lo è.

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