40 anni di “No Jacket Required” di Phil Collins: l’alchimia pop di un uomo straordinariamente comune
Phil Collins non è mai stato un’icona scolpita nel marmo, ma è proprio questa umiltà – unita a un talento disarmante – ad averlo reso immortale. “No Jacket Required” rimane una lezione di semplicità e genialità: musica fatta con il cuore, che non smette mai di sorprendere

“No Jacket Required” non fu solo un album, ma il coronamento di un viaggio lungo e accidentato verso la celebrità di Phil Collins. Un percorso cominciato quasi per caso con i Genesis, quando nel 1978 la band, famosa per le sue epiche progressive, si trovò a fare capolino nel mondo del pop con Follow You, Follow Me. Fu una piccola rivoluzione: da artigiani di complessi mondi sonori, i Genesis scoprirono il fascino irresistibile di un successo pop costruito con semplicità.
Ma la strada verso un’identità definita era ancora lunga. Anche “Duke“, pubblicato due anni dopo, pur essendo brillante, faticò a consolidare il nuovo suono pop della band. Certo, brani come Turn It on Again avevano il loro peso, ma non erano esattamente Wanna Be Startin’ Somethin. I Genesis restavano in bilico, ancora incerti tra passato e futuro.
Poi accadde qualcosa di insolito e fortunato: la band decise di prendersi una pausa, una mossa spesso fatale per i gruppi, ma che per i Genesis fu un colpo di genio. I membri si dispersero in carriere soliste e Phil Collins colse l’occasione per lasciar esplodere il proprio talento. Fu in quel momento che nacque In the Air Tonight, un brano che ancora oggi riesce a far drizzare i peli anche ai critici più severi.
Gli anni seguenti furono un susseguirsi di momenti decisivi. I Genesis, tornati insieme, pubblicarono un disco omonimo che ridefinì la loro anima pop. Brani come Mama, That’s All e Just a Job to Do dimostrarono che la band aveva trovato il coraggio di spingersi oltre, pur mantenendo un tocco di quelle radici progressive che li avevano resi unici.

E poi arrivò lui, “No Jacket Required“. Un album che segnò una svolta non solo per Collins, ma per un’intera epoca musicale. Liberatosi dalle influenze dei suoi compagni di band, Phil si immerse completamente nel pop-rock e nei ritmi ispirati alla Motown (stile rhythm and blues allegro, spesso influenzato dal pop, associato alla città di Detroit), con una leggerezza e una vitalità che colpirono subito il pubblico. La batteria “gated”, con quel suono ricco di riverbero che ormai è la sua firma, i fiati, i sintetizzatori stratificati: tutto in Sussudio, la traccia d’apertura, suona inconfondibilmente Collins. Era musica da ballare, ma con un’identità talmente forte da diventare un manifesto degli anni ’80.
E poi c’era lui, Phil Collins in persona. Un uomo calvo, con abiti improbabili e mocassini dai quali spuntavano calzini bianchi, che si muoveva con il sorriso di chi sembra capitato lì per caso. Una voce capace di passare dal lamento struggente alla leggerezza pop e una vena umoristica talmente bizzarra da spuntare persino nei suoi video più surreali. Lontano dagli stereotipi delle star, Collins rappresentava una perfetta contraddizione: un uomo comune con un talento straordinario.
Il successo di “No Jacket Required” non fu un caso, ma il risultato di un’alchimia irripetibile tra genialità musicale, intuizioni produttive e quella strana e meravigliosa dose di casualità che solo gli anni ’80 sapevano regalare. Persino oggi, quando il suono dell’album sembra inevitabilmente legato a quell’epoca, le sue canzoni conservano una freschezza disarmante. È vero, Collins è diventato un simbolo di quegli anni, ascoltare pezzi come Don’t Lose My Number o Take Me Home significa tornare a un’epoca in cui fare musica pop poteva ancora sembrare un atto spontaneo, privo di calcolo. Il suo successo fu tanto inaspettato quanto travolgente, e Collins, con il sorriso di chi non si prende mai troppo sul serio, sfornò un altro capolavoro l’anno successivo, questa volta con i Genesis e il leggendario “Invisible Touch“. Due album, due capisaldi della musica pop, realizzati in meno di due anni.
Phil Collins non è mai stato un’icona scolpita nel marmo, ma è proprio questa umiltà – unita a un talento disarmante – ad averlo reso immortale. “No Jacket Required” rimane una lezione di semplicità e genialità: musica fatta con il cuore, che non smette mai di sorprendere.

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