“Bridge Over Troubled Water”, la profezia di Simon & Garfunkel
È la fine di un lavoro tormentato, il racconto di un lungo addio già consumato prima di vedersi, consapevolmente, l’ultima volta. “Bridge Over Troubled Water” non può che percorrere l’ultimo miglio con il significato intrinseco di una separazione, che può essere più o meno consensuale o pacifica, dipende dai diretti interessati

Nel medioevo esisteva un detto, qualcosa che oggi verrebbe definita leggenda metropolitana: mille e non più mille. Un’espressione che presagiva la fine del mondo, attesa basandosi su convinzioni errate intorno all’anno mille. Nella storia dell’umanità le cifre tonde hanno sempre rappresentato una sorta di soglia psicologica, un confine netto tracciato da quello zero finale. Qualche volta, tuttavia, la logica del vox populi è foriera di tanta verità, a volte piacevole, a volte meno.
Siamo sul finire degli anni ‘60 e le carriere di Simon & Garfunkel e del regista Mike Nichols procedono spedite verso il successo mondiale. Dopo alcuni passaggi a vuoto – figli dell’inesperienza dovuta alla giovane età – il duo newyorkese aveva intrecciato il suo destino con quello del regista di origini tedesche. Insieme avevano donato immagini e musica a quel capolavoro che fu “Il Laureato”. Successivamente, il solo Garfunkel aveva deciso di mettersi alla prova come attore, sempre con Nichols dietro la macchina da presa, in “Catch 22”. E’ quello il punto di rottura, definitivo, nel rapporto tra Paul e Art: l’uno vorrebbe suonare e basta, scandendo modi e tempi di composizione, registrazione e confezionamento; l’altro gioca su più tavoli, sapendo di potersi spendere anche in altri ambiti oltre a quello musicale. L’indolenza è reciproca, perché mentre Simon non intende aspettare le (lunghe) riprese del film, Garfunkel non gradisce che per terminare il disco sia necessario rispettare le regole imposte dal suo compagno di viaggio.
Rappresenta quindi un dato di fatto la separazione del duo prima ancora che le registrazioni inizino, nell’autunno del 1969. Paradossalmente questa si trasforma nella situazione ideale: via il pensiero del successo mondiale, via anche il ricordo ingombrante degli ultimi dischi – “Sound of Silence” e “Bookends” soprattutto – il duo riesce a trovare una serie di idee sbagliando praticamente nulla. Il sigillo è posto dal deus ex machina della produzione targata Simon & Garfunkel, quel Roy Halee artefice di tutti i piccoli capolavori sfornati dalla coppia da un lustro a questa parte. E’ lui che per primo capisce di dover concepire un’opera totale, ben al di fuori della comfort zone dell’ormai consolidato schema folk rock tanto in voga nel decennio sessanta. Bisogna coprire tutto il globo terrestre, diventare universali, abbracciare generi contigui che in qualche modo hanno a che fare con le radici. Il tutto senza dimenticare i momenti di riflessione interiore, quelli che hanno portato all’imminente scioglimento dei rapporti professionali tra i due protagonisti della storia.
Il titolo non può che richiamare il momento, un attimo che dura un’eternità, fissato in quel ponte che si staglia su acque agitate:“Bridge Over Troubled Water” è inaugurato dal pezzo omonimo, un gospel con un pianoforte imponente e sì, a chi glielo ha chiesto Paul Simon ha risposto che questa è la loro Let It Be, ma senza alcuna intenzione di plagio va bene così. Dal nord al sud del continente americano il viaggio è compiuto in volo: El Cóndor Pasa (If I Could) appoggia un testo in inglese su una musica tradizionale peruviana, per l’occasione eseguita dai Los Incas. Il registro cambia completamente con Cecilia, che tutto insieme è filastrocca, canzone d’amore e sconfinamento nella musica concreta, dato che la sperimentazione porta a incidere il pezzo utilizzando e manipolando suoni e rumori provenienti da oggetti di uso comune trovati in studio. Le vecchie reminescenze in stile Everly Brothers, una delle prime fonti di ispirazione di Paul e Art, tornano a farsi prepotenti in Keep the Customer Satisfied e nella loro rivisitazione di Bye Bye Love, mentre è ancora dal Sudamerica che arrivano le energie di So Long, Frank Lloyd Wright.
Il lato B si apre in modo sontuoso, come del resto aveva fatto il disco nella sua interezza: The Boxer è un altro piccolo capolavoro, composto già sul finire del 1968 e lanciato come singolo a metà anno in modo apparentemente estemporaneo – date le voci sempre più insistenti sulla separazione – ma che alla fine si rivela un favoloso traino per tutto il disco e ancora oggi è uno dei pezzi più amati della loro discografia. Gli fa da paio Baby Driver, un movimentato diversivo che introduce The Only Living Boy in New York, un momento altamente introspettivo nel quale Simon sfoga tutto il suo disappunto per essere rimasto da solo nella Grande Mela, mentre il suo compagno è altrove a girare il suo film. Una dialettica che fa da sponda alla separazione amorosa in Why Don’t You Write Me, che parla della fine della sua relazione con la moglie Peggy.
È la fine di un lavoro tormentato, il racconto di un lungo addio già consumato prima di vedersi, consapevolmente, l’ultima volta. “Bridge Over Troubled Water” non può che percorrere l’ultimo miglio con il significato intrinseco di una separazione, che può essere più o meno consensuale o pacifica, dipende dai diretti interessati. Da gran signori quali sono sempre stati, con Song for the Asking Simon & Garfunkel decidono di lasciarsi con una stretta di mano, un arrivederci insomma, in momenti in cui quella troubled water tornerà ad essere tranquilla.
Dal punto di vista musicale, “Bridge Over Troubled Water” raccoglie il testimone di un movimento – quello del folk rock – in continua evoluzione e, insieme, lancia un messaggio all’immediato futuro. L’idea che sta alla base del disco si accoda a quel filone inaugurato qualche anno prima da “Bringing It All Back Home” di Bob Dylan, un disco nel quale il menestrello di Duluth iniziò a sperimentare l’accostamento tra la tradizione e i suoni rock tanto in voga in quel periodo. Ciò che sarà di lì a poco si manifesterà nell’influenzare la produzione di neonati gruppi europei – soprattutto britannici – che si ispirano al folk rock americano, gente come i Fairport Convention, i Pentangle e i Thin Lizzy. Non male se si pensa che fino all’avvento del primo filone folk, gli ascoltatori d’oltreoceano erano completamente assorbiti dal sound della british invasion targata Beatles, Stones e affini.
Quanto a Simon & Garfunkel, come detto, l’epilogo della storia è scontato. Non prima però di aver raccolto un Grammy come disco dell’anno nel 1971, qualcosa come 25 milioni di copie vendute in tutto il mondo e una serie sterminata di dischi d’oro e di platino. E’ risultato l’album più venduto dell’anno ai quattro angoli della Terra, dall’Australia agli Stati Uniti, passando (ovviamente) dall’Europa alla Gran Bretagna, per due anni consecutivi, dove si è guadagnato il titolo di disco più venduto degli anni ‘70. Qualcuno parlò di rimpianto, altri – tra cui chi scrive – pensano che oltre quel punto fosse impossibile spingersi. Il proverbio mille e non più mille, una volta tanto, aveva trovato riscontro pratico: correva l’anno 1970.

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