Ginevra – Femina

Recensione del disco “Femina” (Asian Fake/Sony Music, 2025) di Ginevra. A cura di Chiara Crisci.

Come recita “IL” Vocabolario di latino (a cura di L. Castiglioni e S. Mariotti), fēmĭna, –ae è, nella lingua latina, un sostantivo femminile di prima declinazione traducibile in italiano con “femmina”, “donna”. “Femina” è, però, anche l’eloquente titolo scelto da Ginevra, giovane eclettica cantautrice torinese, all’anagrafe Ginevra Lubrano, classe 1993, per il suo ultimo disco, edito da Asian Fake, anticipato dai singoli my baby!, cupido e 30 anni, che giunge dopo l’esordio decisamente più elettronico con “Diamanti”, nel 2022 (a sua volta preceduto dai due EP “Metropoli” nel 2020 e “Ruins”, in inglese, nel 2019). 

L’artista ha spiegato che questo emblematico titolo vuole collegarsi a “Femina. Storia del Medioevo attraverso le donne che sono state cancellate” (Il Saggiatore, 2023) di Janina Ramirez, storica dell’arte, docente a Oxford, podcaster e conduttrice radiofonica per la Bbc, saggio in cui si ricorda la consuetudine medievale di cancellare i nomi di donna dai documenti storici ufficiali, annotando accanto una “f” che stava appunto per “femina”. La Ramirez cerca di riportare alla luce nomi di donne di un oscuro passato, sottratti alla narrazione della storia umana dal tempo e dalla damnatio memoriae decretata dal maschio.

Ispirata anche dalla lettura, avvenuta durante le varie fasi di scrittura, dei diari di Sylvia Plath e di “La profezia della curandera” di Hernán Huarache Mamani, Ginevra, con la sua penna (supportata da autori e produttori, come Domenico Finizio, Francesco e Marco Fugazza, in arte Suorcristona, Iulian Dmitrenco, Colombre e Bianco, pseudonimi rispettivamente di Giovanni Imparato e Alberto Bianco) indaga, con approccio intimista, e tenta di raccontare, attraverso le otto tracce del suo disco, senza fronzoli e filtri, ma con autentica sincerità, la femminilità contemporanea, declinata in tutta la sua caleidoscopica complessità. Questa molteplicità di sfaccettature si riverbera, innanzitutto, sul profilo squisitamente sonoro, con andirivieni di basso e batteria, di chitarre ora elettriche e distorte, ora acustiche, su cui si adagia la vocalità multiforme di Ginevra, ora trasognata e leggera, ora ruvida per conferire alle parole il loro peso specifico. 

Tutto il femminile, misterioso e indecifrabile, presente nel disco si sprigiona fin dal bellissimo scatto  in bianco e nero della cover di Giulia Gatti che ritrae Ginevra e l’amica e attrice, Erica Vitulano, catturate, sotto l’afa di giugno, libere e silvestri, immerse nella natura, tra luci e ombre, in un abbraccio di complicità e sorellanza. 

La title track, significamente posta a metà della tracklist, sviluppa a pieno l’idea di sorellanza espressa da questo scatto: Ginevra si pone al servizio della voce di tante, di tutte quelle che sono state zittite, cancellate, private della vita. “Mi spari perché sono femmina” è un verso potentissimo che arriva più spietato di un colpo di pistola. Il canto si fa, prima, amara e dolorosa denuncia dell’istinto predatorio e della smania di possesso dell’uomo, che teme di perdere terreno e controllo di fronte all’indipendenza e alla libertà  del corpo e del pensiero della donna, poi, inno alla femminilità e alla maternità. Da madre a figlia, da femmina a femmina, il corpo consegna una gravosa eredità nella lotta per i diritti negati.

Nell’apripista my baby! l’artista torinese sembra riappropriarsi di una femminilità notturna e crepuscolare, volitiva anche nel confrontarsi e connettersi con la propria dimensione più sensuale. Si scopre, poi, creatura acquatica con le “squame al posto della pelle” che resiste alle asperità della corrente, anche quando questa è troppo forte. Così, si accorge di essere una creatura fluviale, intimamente radicata ai luoghi delle origini e alle sponde del corso d’acqua che attraversa la sua città Torino, nella rarefatta ragazza di fiume, alla cui tormentata scrittura ha partecipato Bianco che ha contribuito a trovare la chiave di volta al tortuoso processo intimo e creativo. Questa donna di fiume, ormai quasi una saggia, una strega, risalendo la corrente fino a la fonte, è pronta a immergere i piedi nell’acqua e fango, quasi elementi essenziali a un rituale iniziatico di crescita e autodeterminazione, fino alla completa distruzione dell’ego, “fissando una vipera negli occhi”. 

Il tema della consapevolezza e della difficoltà nel farci i conti si chiarisce più che mai in 30 anni, un commosso dialogo con la nonna, a cui la cantautrice, la donna ormai adulta, che “dentro resta sempre una bambina”, confida il rammarico per tutti gli errori a cui non sa porre rimedio e un senso di smarrimento e confusione che è tanto più simile a una nebbia calata sulla memoria. Ginevra si chiede laconicamente cosa voglio cosa vuoi, in un brano in cui la difficoltà di accettarsi, nonostante confusione e fragilità, diventa un pensiero fisso che consuma e che disorienta come le vertigini. “Hai portato quel che sei per andare via? Tipo la verità” chiede, poi, in verità. A rispondere, nell’unico acustico featuring del disco, entrando in punta di piedi, è la delicatezza di Colombre. Si tratta di un invito al reciproco insegnarsi ad amarsi come singoli e in coppia: non è forse anche questo un significato dell’amore?

D’amore e relazioni, di autoaccettazione e difficoltà dei trent’anni parla anche la cinematografica cupido in cui l’immagine di un viaggio in macchina interrotto al semaforo rosso traduce perfettamente la sensazione di restare bloccati e straniati di fronte al tempo che passa.

Femina”, “dedicato alle donne della sua vita”, è una storia personalissima e individuale, ma anche una coraggiosa storia corale di tante ragazze di fiume, delle trentenni spaesate, spettinate e imperfette di oggi, ma anche dell’amata nonna scomparsa a 99 anni, della madre e della sorella, delle amiche e delle colleghe musiciste che faticano ad affermarsi con piena credibilità artistica ed estetica nel panorama musicale ancora troppo machista, è la storia di tutte, vive o morte, libere o mute, è anche la storia con tragico epilogo, alla cui narrazione si rischia di assuefarsi, delle fin troppo numerose sorelle vittime di femminicidio.

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