Erica Mou – Cerchi

Recensione del disco “Cerchi” (Maremadre/ADA Music Italy, 2024) di Erica Mou. A cura di Chiara Crisci.

Dopo sei dischi e due romanzi (“Nel mare c’è la sete”, Fandango Libri, 2020; “Una cosa per la quale mi odierai”, Fandango Libri, 2024), Erica Mou torna con un nuovo lavoro, “Cerchi”, che conferma la sua naturale propensione alla narrazione con pittorica capacità creatrice di offrire allo sguardo del suo ascoltatore (e lettore), con pennellate vivide, ritratti, volti, luoghi, situazioni. Cantautrice, musicista, cantastorie, ormai pienamente padrona dei suoi strumenti artistici ed emotivi, riesce a restituire, con maturità lirica, attraverso gli undici brani della tracklist, scenari e racconti di una terra ancestrale e fuori dal tempo, amara e bella, come la sua. Erica accarezza le storie racchiuse in “Cerchi” con consueta leggiadria del tocco ed eleganza e raffinatezza d’altri tempi. 

Si tratta di storie di nascita, vita, di mutamento e di crescita dell’individuo, nella sua singolarità e nei rapporti con l’altro, di acquisizione di consapevolezze nuove, pur nelle paure. Sono storie di vita vissuta e da vivere, di futuro, di sguardi al passato, di un tempo ciclico dell’esistenza stessa del mondo e degli uomini, come in un eterno ritorno, in un avvicendarsi di stagioni, fin dalle origini, dalla “Genesi” e dalla “Madre”.

Il disco si apre proprio con il tema della maternità (con “Madre”) e del rapporto complesso tra madre e figlia, del legame atavico che passa per l’odore e il trovarsi “dopo il buio” del grembo “e il silenzio del niente” dell’Universo, per la protezione della mano che stringe sulle strade e le scelte della vita, un rapporto che passa per i conflitti e le incomprensioni, il cui esito sarà quello di conoscersi davvero e capirsi, anche se tardi, solo da adulte.

Capire una madre, a volte, è possibile solo quando si fa esperienza della maternità. Piccola vita, che richiama tematicamente a distanza la prima traccia, confessa tutti i timori più intimi di mettere al mondo un bambino (“È difficile per me decidere di farti nascere”), ma rinnova anche promesse di protezione “dalle regole del gioco” della vita, nonostante gli errori inevitabili e necessari in cui la stessa natura di esseri umani e fallibili può far cadere un genitore. Con un ideale “cerchio” che si apre e si chiude tra i due brani, una figlia, nel donare la vita a un’altra creatura, rinasce anch’essa qualcos’altro, si trasforma, diventa madre, diventa matrice, diventa nuova terra. L’atto creativo è richiamato anche da Genesi, un inedito monologo immaginario della donna che si rivolge a una divinità generatrice dell’universo.

Come in natura, secondo “le leggi dell’universo”, tutto ciò che nasce è sottoposto al cambiamento, come nel ciclo delle stagioni – raffigurato in L’alfiere con immagini sinestetiche di profumo d’arancia sotto le unghie e oro delle foglie d’autunno – anche nel percorso di crescita, ciascuno è chiamato sia alla metamorfosi, a fare la Muta, cambiando pelle e riscoprendosi altro da sé, sia alla consapevolezza. Questo percorso, tuttavia,  si rivela tutt’altro che semplice e lineare, ma gravido di dubbi e ostacoli. Erica Mou ci illustra icasticamente, in Sedimenti, la sensazione di incertezza che si vive a trent’anni, quando ci si sente nel momento cruciale della propria storia personale, ma al bisogno di stabilità non corrisponde altro che insicurezza. 

La crescita personale richiede anche l’acquisizione di competenze relazionali per far funzionare un rapporto. Mani d’ortica ritrae metaforicamente con l’immagine evocata dal titolo un amore in cui la felicità è una promessa e la serenità è una scommessa, in cui se ci si abbraccia troppo forte si rischia di ferirsi. Difficile può essere anche parlarsi, comunicare, farsi bastare la pace dentro la voce di un altro/o, come in Parlare coi cani.

Le difficoltà dell’amore e il cambiamento tornano con Complici: la Mou fotografa due giovani, nati e innamoratisi nella stessa città, “ossessionati dallo stesso mare”, che, dopo aver lasciato casa e percorso strade lontane e centrifughe, vi fanno ritorno. Tra arrivi e partenze, pur nella inevitabile trasformazione di idee e modi di essere, i protagonisti di questa storia, come fossero quasi novelli Eva e Diabolik, restano complici, in fuga, dello stesso furto alla vita: il futuro (“Noi veloci come complici di un crimine / Scappare come se ci stessero inseguendo / Ti aspettavo col motore acceso tutta la vita / La refurtiva era il futuro”).

Nel folcloristico caos della Festa del Santo, con le giostre che girano veloci e con i giochi della fiera della festa patronale, in una sera d’estate, sono trasposti ricordi di amori effimeri che iniziano e finiscono, di dichiarazioni d’amore rimaste inascoltate, cuori di cristallo presi di mira per sbaglio, stomaci in gola e addii. Il caos della festa è affine al caos della vita in cui si rischia di perdersi.

L’album si chiude in Ringkomposition con Canzone per la me che sono stata, significativamente a suggello di un viaggio circolare di mutamento attraverso la creazione di nuova vita, con una lettera dell’artista matura alla Erica di qualche anno fa, di cui restano tracce sedimentate tra le pieghe dei ricordi e nella voce.

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