Sharon Van Etten & The Attachment Theory – Sharon Van Etten & The Attachment Theory

Recensione del disco “Sharon Van Etten & The Attachment Theory” (Jagjaguwar, 2025) di Sharon Van Etten & The Attachment Theory. A cura di Chiara Crisci.

Potremmo semplicemente improvvisare?”, ha detto, un giorno, Sharon Van Etten,  durante le prove del tour imminente, tenute in mezzo al deserto, alla sua fidata band di supporto, composta da Jorge Balbi (batteria, macchine), Devra Hoff (basso, voce) e Teeny Lieberson (synth, piano, chitarra, voce). Così, è nato, in tutta spontaneità, da una improvvisa epifania, insieme alle canzoni I Can’t Imagine (Why You Feel This Way) e Southern Life (What It Must Be Like), in una jam session di un’ora, il progetto discografico di “Sharon Van Etten & The Attachment Theory”.

Sharon Van Etten dismette la veste consueta di cantante e compositrice solista e indossa quella di ombrosa frontwoman, di una vera e propria band dal nome che richiama la teoria psicologica dell’attaccamento di John Bowlby.

Il risultato di questa collaborazione totale con i suoi musicisti è a dir poco sorprendente, perché consente alla cantautrice del New Jersey di concedersi il lusso di rimescolare le carte e sperimentare nuove sonorità ed una piena libertà nel lasciarsi andare e nel rivoluzionare il suo abituale modus operandi compositivo, in un percorso nuovo che lei stessa ha definito allo stesso tempo “un po’ terrificante”, un po’ “liberatorio”.

Cupo, gotico, epico, magniloquente, spirituale e, a tratti, mistico, audace, vibrante di tristezza, inquietudine e malinconia “Sharon Van Etten & The Attachment Theory”, con un inconsueto mix di elettronica e di trame analogiche, contemporaneamente classico e innovativo, è proprio il disco che non ci aspettavamo da una songwriter che ci aveva abituati a corde pizzicate dal taglio più folk. L’album è stato registrato nell’ex studio degli Eurythmics, The Church, a Londra, ed è stato prodotto da Marta Salogni (Depeche Mode, Bjork, Bon Iver, Animal Collective, Mica Levi) che ha contribuito a conferire al progetto un suono rock analogico dal sapore anni ‘70 e ‘80.

Sulla Sologni, che ha armonizzato al meglio le diverse personalità della band e ha completamente “abbracciato l’oscurità e i suoni unici” affinati nel processo di scrittura del disco, Sharon ha raccontato: “Il suo amore per i sintetizzatori e il suo senso di avventura sono stati un’enorme attrazione per me. La sua predilezione per i nastri e gli strumenti analogici è stata super eccitante”.

Dominano così, da un lato, il basso, le chitarre e i synth, la batteria, i cori, dall’altro, la voce elegante e ammaliante della Van Etten, a volte, eterea e vulnerabile, a volte, potente, esplorata in tutte le sue tonalità, specie nei colori più tetri e inquietanti.

Una voce familiare, eppure sinistra, ci accompagna in una progressione catartica di 10 brani che affrontano ancestrali interrogativi, quasi filosofici, etici e metafisici, su vita e morte, sulle problematicità delle relazioni, sulla solitudine, sulla compassione nei confronti dell’altro (etimologicamente intesa, dal latino cum patior, “soffrire con”, connesso alla sympátheia greca, “comunanza di dolore”), sulla genitorialità e la maternità, su amore e dolore.

Il disco si apre con un rumore bianco, elettronico, acuto e con la sequenza di synth cruda e oscura di Live Forever che impone l’urgente quesito “Who wants to live forever?”, alleggerito dal refrain, “It doesn’t matter”. Il brano svela la paura tutta terrena dell’essere umano di una prospettiva effimera e caduca dell’esistenza. Sulla stessa scia tematica si pone Afterlife, primo singolo estratto, presentato con un video in bianco e nero diretto da Susu Laroche, cucito insieme da filmati dall’esibizione live di Van Etten and the Attachment Theory a Londra al 100 Club, in concerto per pochi fan e amici, tenuto durante le registrazioni del disco. “Will you see me in the afterlife?”. Questa volta l’interrogativo di base riguarda l’amore terreno e la possibilità o meno che esso possa travalicare la dimensione mondana, per ritrovarsi nell’aldilà con chi amiamo. L’interrogativo non trova risposta, ma l’angoscia si mitiga in un’immagine di luce e speranza (“Someone inside me saved me / Made me see the light.”).

Altri singoli che hanno anticipato l’uscita del lavoro sono stati Southern Life (What It Must Be Like) che parla di maternità e delle insicurezze nel crescere al meglio un figlio (“My hands are shaking as a mother / Trying to raise her son right.”), e Trouble, incentrato sulla necessità, nelle relazioni, di comunicazione e comprensione, di empatia, pur nelle differenze e divergenti vedute. Analogamente, in Somethin’ Ain’t Right, Sharon ci chiede se crediamo nella profonda compassione del prossimo (“Do you believe in compassion for enemies? Who is to blame when it falls to decay?”), pur consapevoli che il prossimo ci deluderà – in I Can’t Imagine (Why You Feel This Way), ci ricorda “Will the people let us down?”-.

Euforica e possente, al massimo della sua libertà artistica, appare esprimere le sue debolezze sulle chitarre distorte quasi grunge di Indio (“They won’t see you for a lesser situation / when you’re insecure / they let you move your way / your mess can stay / ‘cause that’s your way”) o nella trascinante di Idiot Box. Il disco si avvia alla chiusura con la notevole Fading Beauty, che inizia con un motivo musicale appena accennato e la voce celeste della Van Etten, per poi aprirsi a un arrangiamento più complesso, articolato su archi e pianoforte, all’esplorazione della bellezza e delle vulnerabilità e inquietudini umane.

I want you here / Even if it hurts / I want you here / Even when it gets worse” canta la salvifica e commovente, dionisiaca chiusa di I Want You Here in cui la voce ora poderosa e dolente e i synth ci traghettano verso la consapevolezza e l’accettazione della necessaria coesistenza, umana troppo umana, di amore e dolore. Quella che ha indossato, questa volta, Sharon Van Etten è la veste di una sacerdotessa dark del rock che incanta e canta, celebrando il suo rituale, per liberarci dalle paure o, almeno per sviscerare fin nel profondo la loro più remota radice. Chissà verso quale ulteriore inattesa evoluzione  virerà il suo viaggio artistico e umano nel prossimo futuro!

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