Shannon Wright – Reservoir of Love
Recensione del disco “Reservoir of Love” (Vicious Circle Records, 2025) di Shannon Wright. A cura di Giovanni Mastrapasqua.
Mi sono sempre chiesto come mai a una penna raffinata e delicata, ma capace allo stesso tempo di essere tagliente, come Shannon Wright, non sia mai stato riconosciuto il giusto merito e valore. Non c’è una spiegazione razionale, quasi come domandarsi perché una meravigliosa band new wave come The Sound non abbia avuto lo stesso riscontro dei Joy Division. Sta di fatto che, nonostante sia tendenzialmente apprezzata dagli addetti ai lavori, in generale, e soprattutto nel nostro “bel” Paese, sono davvero in pochi a conoscerla.
A parere di chi scrive, nei quasi trent’anni di carriera musicale spesa tra le pieghe della musica indie/underground, la riservata e schiva cantautrice, oltre che polistrumentista, non ha mai pubblicato un brutto album. E soprattutto, ha sempre avuto qualcosa da dire o raccontare, senza mai risultare banale. Lo stile e la visione musicale dell’artista di Jacksonville rappresentano una sorta di punto d’incontro tra l’arte astratta e minimale di Lisa Germano, con la quale condivide alcune influenze classiche, e il folk gotico intenso e sofferto di Nina Nastasia.
“Reservoir of Love“ esce a quasi sei anni di distanza dal precedente “Providence“, che rappresentava uno dei lavori più riflessivi e intimisti di Shannon Wright. Questa volta, però, il risultato è meno scarno ed essenziale dal punto di vista sonoro, ma più diretto e di più facile ascolto nell’insieme delle otto tracce presenti. Registrato interamente da lei, con il contributo di Kevin Ratterman alla batteria e dietro al mix, si rivela il solito disco ispirato, con alcune gemme che spiccano, accompagnate dalla suadente e intima voce dell’artista, che culla l’ascoltatore tra momenti delicati e altri più irrequieti, spesso conviventi all’interno dello stesso brano, come accade nell’iniziale Reservoir of Love.
La successiva The Hits risulta più eterea, ma anche malinconica, così come l’onirica Countless Days, che ha quel retrogusto di pop sofisticato di scuola francese. Qui Wright rispolvera uno strumento che utilizza periodicamente, il Wurlitzer, accompagnato da una leggerissima chitarra, archi e un’arpa che rendono il tutto ancora più sognante. Sembrerebbe una canzone semplice, ma dietro c’è un grandissimo lavoro di arrangiamento, suonato con la solita classe che la contraddistingue.
Due brani più energici, invece, come Weight of the Sun e soprattutto Ballad of a Heist, devono innegabilmente molto a una delle massime esponenti riot grrrl come PJ Harvey—ma quella degli anni ’90, più grintosa, maliziosa e diretta. Potrebbero tranquillamente essere outtakes riprese da “In Film Sound“, suo lavoro del 2013.
Mountains riprende un po’ il mood di The Hits, ma con un finale a sorpresa lo-fi, davvero elegante, che lascia il dubbio se si tratti di un intermezzo all’interno della stessa traccia o di una continuazione voluta. In ogni caso, resta di una bellezza disarmante e ricorda alcune composizioni di Yann Tiersen, con il quale, tra l’altro, Shannon Wright ha condiviso, circa dieci anni fa, un bellissimo disco, inspiegabilmente ignorato. Lo stesso discorso vale per l’ultima, elegantissima, e un po’ barocca traccia, Something Borrowed.
Nonostante mi dispiaccia, ovviamente, che questa meravigliosa e genuina artista non abbia ricevuto il giusto riconoscimento, da un lato mi piace fantasticare—egoisticamente e con una punta di presunzione—che le deliziose note che Shannon Wright sa ogni volta mettere insieme in maniera magistrale siano rivolte esclusivamente al sottoscritto e a pochi altri.



