Bartees Strange – Horror

Recensione del disco “Horror” (4AD, 2025) di Bartees Strange. A cura di Eros Iachettini.

Ha una mentalità forte e convinta, Bartees Cox Jr. (che diverrà Strange in seguito al progetto poi accantonato “Bartees and the Strange Fruit”). Nato a Ipswich, in Inghilterra, si trasferisce da piccolo in Oklahoma, e lì cresce, anche musicalmente, cominciando come musicista professionista nel gruppo post hardcore Stay Inside. Si nutre fin da subito di punk, emo, hardcore, ma conosce anche l’indie rock, il jazz, l’hip hop. Strange frequenta molta musica, possiede una forte predilezione verso lo sconfinamento, l’invasione di un genere sull’altro, la contaminazione a volte sfrenata; è un personaggio assai ricco di creatività, e trova presto una quadra come artista. Quando esce il suo primo disco solista “Live Forever (2020), stupisce buona parte del pubblico del pop alternativo: la sua produzione mescola l’hip hop in molte sue sfaccettature, il rock, l’elettronica, la musica soul. Strange è un artista onesto, mette davvero tanto, tantissimo nel suo disco: le sue esperienze di vita, la sua sincerità, la curiosità. “Farm To Table” (2022) è un suo naturale proseguo, dove l’artista si sposta nelle tematiche sociali, si parla di disuguaglianza e di parti oscure all’interno del vissuto umano. 

“Horror” (4AD) non è solo un’elegia dell’amore di Strange per il genere filmico, ma un approfondimento, una riflessione stratificata sull’essenza dell’orrore, che per l’artista muta dall’esperienza sociale, striscia e divincola i malesseri della quotidianità nelle menti umane. Partecipa alla produzione dell’LP l’ormai celebre Jack Antonoff (Taylor Swift, Lana del Rey, Lorde), con il quale cominciano a scambiarsi lavori reciprocamente; si aggiungono inoltre Lawrence e Yves Rothman, e molti altri. La passione dell’artista per il genere cinematografico e il concept estremamente legato al suo vissuto creano un affascinante parallelismo tra Strange e Jordan Peele, attore e regista di film dal taglio inquietante e horror, spesso legati a tematiche sociali come Get Out come discriminazione e razzismo. Fondamentalmente, le nostre esperienze ci costruiscono e ci sfidano costantemente, una sorta di ideale caccia che ognuno di noi affronta diversamente. 

I primi due singoli che anticipano il disco, Sober e Wants Needs, sono ottimi brani di repertorio: sebbene il primo affronti il daimon amoroso anche attraverso la dipendenza dall’alcol, è un brano fresco, perfettamente inserito a metà di un rock alternativo e di un brano pop; Wants Needs è uno dei brani più convincenti del disco, è spinoso e articolato, un pezzo rock contemporaneo piacevole e creativo che a metà diverge e infonde un beat elettronico.

Too Much accoglie con morbidezza l’ascoltatore: un riff di chitarra distorto, una cassa dritta, una melodia accattivante; ma poi Strange rientra nella sua dimensione hip hop, donando al brano toni chiariscuri. Trip hop e synth da clubbing invadono gli arrangiamenti sinuosi e ipnotizzanti di Lovers. Hit It Quit It è incalzante, cresce nel corso del tempo, come fosse davvero una rincorsa, immersa e annegata nei suoni. In questa festa di voci e suoni distorti, irrompe l’anima soul di Strange in una dedica sincera e amorevole con Baltimore, una ballad nominata al posto che lo ha accolto mentre cercava un posto nel mondo. “17” è un memoir di gioventù, un ibrido fra il cantautorato di Kevin Abstract e quello di Rex Orange County, che a una certa esplode ricordando gruppi come i Kings of Leon. I brani si sincerano di tanti suoni, chitarre ampie attualizzano la componente (e massiccia) rock del disco (Backseat Banton), la notevole qualità audio non cala praticamente mai.

Le tenebre e i paurosi anfratti della quotidianità sono i protagonisti inquieti di un disco che tiene l’ascoltatore in un saliscendi di suoni, di emozioni differenti: Strange usa il suo terzo disco per esplorare, come al solito suo. Con la collaborazione di ottimi producer e musicisti, mette su un album molto ascoltabile, affidabile e coerente. Nel buio delle sue rappresentazioni orrorifiche, Bartees Strange è di nuovo davanti al suo pubblico, sfoggia sicurezza e ricerca, si affida alla sua arte per contemplare non solo le proprie paure, ma probabilmente anche quelle di molte persone, come lui.

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